In questo libro del 1998 il grande filosofo e sociologo tedesco tenta una lettura d’insieme del quadro in mutamento dell’economia mondiale, preso mentre la globalizzazione accelera ed il processo di integrazione europeo è di fronte a nuove sfide che peraltro lo vedranno perdente.
La principale contraddizione che Habermas vede è tra la funzione “allocativa e innovativa”, giudicate positive, intrinseca all’autoregolazione dei mercati (tralasciando un attimo il carattere ideale di questa autoregolazione) ed il prezzo, in termini di disparità e danni sociali “non conciliabili con i requisiti di integrazione di una società liberale e democratica” (H, p. 18).
Questo rischio, nelle economie miste del dopoguerra, era mitigato da “prestazioni di trasferimento” e da sovvenzioni, oltre che da politiche infrastrutturali, sociali ed occupazionali rese tutte possibili dalla quota di prodotto sociale di cui disponeva lo Stato. Si riusciva, così, a garantire un compromesso tra la dinamica economica (stabilità e crescita) e l’integrazione della società (stabilità ed occupazione). Dagli anni ottanta è subentrata, invece, una politica concentrata sullo stimolo dell’offerta, che in tutti i paesi dell’Ocse ha portato ad un sensibile abbassamento delle prestazioni, ad una drastica riduzione della quota di prodotto sociale intermediata dallo Stato ed a processi di riforma e smantellamento dello Stato sociale; insieme alla de-regolamentazione dei mercati, alla privatizzazione delle imprese statali, alla concentrazione delle politiche monetarie sulla sola inflazione. Ma ciò non è senza prezzo: “naturalmente, revocare il compromesso dello stato sociale significa far riaccendere le tendenze di crisi che esso aveva neutralizzato” (H, p. 19). Assistiamo quindi alla esplosione delle ineguaglianze, all’espansione delle esclusioni, al consolidamento di aree di totale emarginazione.
Questo deficit di solidarietà sociale, per Habermas, ha un prezzo molto alto, distrugge quella cultura politica liberale, “dalla cui autocomprensione universalistica le società democraticamente costituite continuano a dipendere”. In altre parole, se i cittadini non possono sentirsi inclusi in una società che accoglie e protegge universalmente alcuni diritti e prestazioni fondamentali, vengono meno le ragioni per la coesione. Le ragioni per sentire una propria responsabilità nei confronti di tale società. Ciò produce un potenziale danno alla democrazia ed alla sua legittimità. La credibilità ed azionabilità di eguali diritti sociali sono, infatti, le “stecche di corsetto” della cittadinanza democratica.
L’analisi della situazione, sia vista dal lato liberista, sia da quello socialdemocratico è che tra mercati e prestazioni dello Stato si è instaurato un “gioco a somma zero”. Gli obiettivi economici sono raggiungibili solo a spese di concorrenti obiettivi sociali e politici, e viceversa. In altre parole, se vige la competizione internazionale gli Stati-nazione possono migliorare la propria posizione nel gioco della globalizzazione solo al prezzo di autoridimensionare il proprio potere. Da qui le “politiche di smantellamento”, che hanno il prezzo di compromettere la coesione sociale e mettere a repentaglio la stabilità democratica (come si cominciava a vedere con l’avanzata di partiti neonazisti in Germania, Austria, e neofascisti Francia; ma anche neopopulisti in Italia). In questo contesto interpretativo non sono più possibili né il protezionismo, né una politica volta a stimolare la domanda (per carenza di risorse e vincoli di spesa sorvegliati dai mercati).
Sono, in altre parole le modifiche intervenute a partire dagli anni settanta (allargamento ed intensificazione dei commerci, anche in seguito a reiterati trattati internazionali; maggiore protagonismo delle imprese transnazionali e loro incremento di scala; accelerazione dei movimenti di capitale e “tendenziale autonomizzarsi della circolazione finanziaria in una sua dinamica specifica”, p. 40) che generano una sorta di “flusso” montante dalle fondamenta degli edifici territoriali degli Stati-nazione. Prevale quindi la dimensione temporale sulla spaziale; a comandare non è più chi ha la “sovranità sul territorio”, bensì chi dispone della “velocità superiore”. Questo è il fatto che minaccia l’autonomia dello Stato nazionale. Le frontiere operavano, infatti, come “saracinesche”, comandate dall’interno, che regolavano la corrente, cercando di far passare solo i flussi e riflussi desiderati. Queste “saracinesche” sono oggi sempre più non operative.
Sulla base di questa analisi Habermas cerca di rispondere a tre domande: quale è l’incidenza della globalizzazione sulla certezza giuridica e sull’efficienza dello stato amministrativo; sulla sovranità dello stato territoriale; sulla identità collettiva e sulla legittimità democratica?
Sul primo piano, l’incidenza sulla certezza giuridica e sullo Stato Amministrativo si dà per l’accellerata mobilità dei capitali, che “impedisce allo stato di intercettare guadagni e ricchezze monetarie, mentre l’acuita concorrenza di posizione provoca una riduzione del gettito fiscale”; è infatti la minaccia di trasferire i capitali all’estero che spinge alla riduzione della tassazione sui guadagni, per acuirla sui consumi ed il lavoro. La globalizzazione economica, sposta in altre parole la tassazione su chi è ancora territorializzato (e lento).
Sul secondo piano, l’incidenza sulla sovranità territoriale viene dalle crescenti interdipendenze (che hanno, ovviamente, reverso positivo nella riduzione dei rischi estremi di guerra) che scardinano il modello dello Stato territoriale uscito da alcuni secoli di evoluzione coerente. Queste interdipendenze hanno portato alla formazione, od al rafforzamento di ruolo, di organismi come il FMI, la Banca Mondiale, il WTO, l’OMS, il G7 (poi divenuto G8 e G20), regimi di scambio come il NAFTA e l’ASEAN, costruzioni politiche come l’Unione Europea. Questi spostamenti generano, tuttavia, dei vuoti di legittimità, crescenti e molto preoccupanti, in quanto basati su accordi meramente pragmatici tra attori collettivi senza la copertura di una forza legittimante di una società di cittadini politicamente costituita.
Sul terzo piano, la legittimità democratica e le identità collettive sono messe in questione dalla tendenziale uniformazione dei prodotti standardizzati che rischia di provocare chiusure (e non era ancora venuta in evidenza la questione islamica, pur notevolmente presente in quegli anni) su immaginarie comunità passate, e di “consumare le risorse della solidarietà civica”.
Tornando alle ragioni della trasformazione in corso, uno dei motori su cui Habermas sviluppa la sua analisi è la tendenza all’aumento della produttività del lavoro (H. p. 72), nel suo movimento dal settore primario a secondario, e da questo al terziario ed alle professioni della conoscenza e dell’informazione (quarto settore). A partire dagli anni ottanta si è cominciato a rilevare in questa direzione uno sganciamento della crescita economica dai livelli occupazionali, che vengono erosi crisi dopo crisi e mai più recuperati. Alcuni paesi (vengono citati USA e Inghilterra, ma la Germania seguirà negli anni successivi) hanno allora aperto un settore a bassi salari e hanno reagito producendo livelli più alti di repressione statale ed erosione degli standard pubblici di solidarietà. Viene, in altre parole, dichiarato ormai impossibile l’obiettivo della “piena occupazione” (non assunto neppure dalla BCE, e sottostimato in generale dalla politica monetaria liberista), e si valutano alternative tra le quali Habermas cita la soluzione che Clinton e Bush implementeranno di lì a qualche anno (far partecipare strati crescenti al possesso di capitale, cosa che sarà uno dei motori scatenanti la crisi dei mutui come illustra in modo convincente nel 2010 Rajan). Resta comunque il problema di una popolazione “eccedente” che si vuole anche politicamente tagliata fuori.
Il neoliberismo ha in questa direzione un elevato onere di prova, deve dimostrare che l’efficienza del mercato tutela una distribuzione socialmente giusta e non solo un ottimale rapporto economico tra costi e benefici. Infatti, come ricorda il filosofo tedesco, “nessuna giustificazione funzionale può rendere normativamente accettabili – in una società democraticamente costituita da cittadini – differenze sociali troppo divaricate” (H, p. 76). In realtà il neoliberismo tenta tale giustificazione fondandosi su un concetto di “giustizia di scambio”, direttamente desunto dal modello procedurale di diritto contrattuale. Sono solo i contraenti, cioè, che determinano l’equità della transazione, secondo le loro preferenze. Anche i diritti mobilitati nella transazione sono solo quelli di proprietà e di scambio contrattuale. Si tratta di un concetto di libertà che si sposa chiaramente con una persona “normativamente ridotta”; il decisore razionale della teoria economica. Una persona che non ha bisogno di legami morali. In conseguenza il neoliberismo non è sensibile all’idea di “autolegislazione”, legandosi ad una teorizzazione della democrazia formale impermeabile alle questioni di giustizia sociale.
Tuttavia, senza condividere questa impostazione, Habermas passa a ricordare che comunque “i mercati”, unico strumento di distribuzione ammesso dal neoliberismo, “non hanno orecchio per informazioni che parlino un linguaggio diverso da quello dei prezzi”, restando peraltro questi stessi esposti a tutte le distorsioni derivanti da sproporzioni e vantaggi di partenza tra persone ed imprese. I mercati, in altre parole, sono insufficienti a rappresentare tutti i valori ed interessi in gioco.
Non si tratta di questioni astratte e teoriche, è del tutto evidente che la preferenza per l’unificazione del mercato europeo (anziché per l’unione politica) e per l’indipendenza degli organi di sorveglianza monetaria (BCE) derivano direttamente da questi sistemi di preferenza. Questa preferenza, rappresentata nei Trattati, struttura l'attuale crisi e chiude molte soluzioni altrimenti possibili.
Quali sono comunque, per Habermas, le alternative?
>Una prima reazione possibile è “l’adattamento”. Se il keynesismo in un solo paese non funziona più nelle condizioni odierne, si può tentare con una politica che tenti di coniugare politiche industriali, ricerca e sviluppo, riqualificazione della forza lavoro tramite formazione e istruzione permanente, flessibilizzazione del mercato del lavoro. Provvedimenti in grado, nel loro insieme, di assicurare “vantaggi di posizione” (cioè un migliore posizionamento nella competizione internazionale tra sistemi economici) nel medio periodo senza modificare i meccanismi fondamentali. Clinton e Blair sono stati i campioni di questo approccio che punta sul “rinnovamento”. Lo sforzo è di “smorzare”, a livello nazionale, il capitalismo che non può più essere “addomesticato”, sul piano mondiale. La politica, ormai subordinata, deve allora impegnarsi a riqualificare i membri della società “addestrandoli alla concorrenza”. In altre parole ad aiutare le persone a “fare da sé”. Scrive Giddens, ne “La terza via”: “i socialdemocratici devono modificare dall’interno la relazione rischio/sicurezza che è caratteristica dello stato di welfare. Devono sviluppare una società di individui capaci di assumersi responsabilmente rischi nelle sfere della politica, degli affari e del mercato del lavoro” (Giddens, p. 102). L’eguaglianza di accesso è, in questa prospettiva, riconfigurata come eguaglianza di opportunità. Una versione “di difesa” che in Germania sarà portata avanti da Schroder (mentre l’opposizione da Lafontaine) che promuoverà di lì a qualche anno le modifiche profonde del mercato del lavoro e la svolta “mercantilista”, i cui effetti diretti ed indiretti subiamo oggi. Habermas accusa questa posizione di adeguarsi alla visione etica del mondo che è tipica del neoliberismo.
>Una seconda versione di “terza via” è invece “di attacco”: si tratta di cercare di recuperare uno spazio non subalterno alla politica, portandola al livello della sfida. Guardare quindi ad unità politiche più ampie ed a un coinvolgimento di spazi di dibattimento democratico e mobilitazione sociale mondiali. L’Unione Europea è una prima arena nella quale attivare questa reazione, ma deve andare oltre l’attuale insufficiente livello di integrazione, garantendo una infrastruttura efficiente non sganciata dai processi democratici di legittimazione. Per Habermas l’introduzione, nella dialettica tra gli Stati nazione e gli organismi funzionali operanti sulla scala internazionale, di “elementi di volontà politica mondiale” è condizione necessaria per l’agibilità di una politica che riguadagni terreno sui mercati. Che proponga un nuovo “bilanciamento di interessi”, capace di essere “pretendibile” da tutti i partecipanti (cioè riscattabile discorsivamente e giustificabile davanti a tutti), e che indichi le procedure inclusive ed efficaci per realizzarlo. Habermas non nasconde che costituisce formidabile ostacolo a questa prospettiva la necessità di partire dalle posizioni già costituite degli Stati che esprimono contrasti di interesse inconciliabili, partendo –come è- da posizioni di interdipendenza asimmetrica. Tuttavia la questione decisiva è se si formerà alla base, sotto i piedi delle élite statuali, una coscienza del necessario obbligo di solidarietà cosmopolita. Necessario per le raggiunte condizioni di interdipendenza. Cioè di una solidarietà basata sul proprio interesse “ben inteso” (H. p.26). Chiaramente non si sta parlando di uno Stato Mondiale (che non è desiderabile), ma di una più stretta ed efficace interazione tra gli Stati e gli organismi sovranazionali, sotto la sorveglianza e l’assedio di una società mondiale informata e attenta.
In conclusione, Habermas propone di prestare attenzione a cruciali “spostamenti del potere” avvenuti negli ultimi decenni; si sono ridotti gli spazi di azione dei governi, si sono frammentati i mercati del lavoro nella produzione post-fordista e hanno preso maggiori margini di azione grandi corporation multinazionali, ormai in grado di fare concorrenza agli Stati e di sottrarsi ad essi. Il “denaro” ha sostituito il “potere” come media centrale dell’organizzazione sociale. Ma questo è un grosso problema; infatti “si può democratizzare il potere ma non il denaro”. Dunque, “trasferendo la regolazione di certi settori sociali da un medium all’altro, scompaiono anche certe possibilità di autocontrollo democratico” (H, p. 56).
Il problema che abbiamo di fronte allora non è tanto come “adattarci” (rinunciando, disfattisticamente, a recuperare uno spazio alla politica democratica all’altezza degli eventi e delle sfide), ma come sia possibile “chiudere” (tornando alla metafora delle <<saracinesche>>) politicamente, ma senza regressioni, una società mondiale globalmente intrecciata. Le regressioni temute sono quelle che si sono avute nella prima metà del 900, dopo la crisi degli anni venti. E farlo senza indulgere in sguardi nostalgici (da “sconfitti della modernità”), attaccati ad illusorie forme di vita “conciliate” (verrebbe da ricordare alcuni toni dei cosiddetti “movimenti della decrescita”). Occorre anche evitare l’idealizzazione della società del secondo dopoguerra, la “modernità organizzata” (che serbava deviazioni burocratiche e forme di costrizione e schiacciamento da non dimenticare). Al contrario, restando all’altezza della complessità dei nuovi rapporti che ci sfidano, per Habermas, occorre raggiungere una politica di scala mondiale che ad alcuni appare come impossibile (ad esempio a Streeck) e ad altri come indesiderabile (ai neoliberisti).
Chiaramente la prima arena, a noi più vicina, in cui si gioca questa “partita” è l’Unione Europea; nella quale è attivo lo scontro tra un’impostazione che vorrebbe lasciar risolvere i problemi al mercato ed un’altra che punta a raggiungere una necessaria armonizzazione, prendendo decisioni correttive dei mercati. L’obiettivo indicato è di arrivare ad integrare la politica monetaria europea (oggi falsamente neutrale) con “una politica comune abbastanza forte – in termini fiscali, sociali ed economici – da impedire quelle autonome iniziative di singoli stati che producessero effetti negativi su terzi” (H, p. 85).
Se volete restare in contatto:
Se volete restare in contatto:
sono su Twitter: @alessandvisalli
su Facebook: alessandro.visalli.9
e su Linkedin: alessandro-visalli

Nessun commento:
Posta un commento