Stiglitz è stato Consigliere economico di Clinton nel primo mandato e successivamente Senior Vice President e Capo Economista della Banca Mondiale. Nel 2002 ha pubblicato questo piccolo e denso libro di attacco alle politiche portate avanti da FMI, Banca Mondiale e WTO negli anni del “Washington Consensus” trionfante. Si tratta di un libro che avanza un discorso “disvelante”, non senza connessioni con il contemporaneo Movimento No-Global. Cioè che tenta di individuare cosa è sotteso, quale è l’obiettivo nascosto e l’interesse non palese, ad un’azione.
Si tratta di una lettura interessante, a undici anni di distanza, perché molte delle alternative, molte delle politiche, molte delle ricette hanno ancora oggi una inconfondibile “aria di famiglia”. In effetti ci vengono proposte proprio in questo momento.
Le domande che si fa il testo sono: quali promesse hanno fatto le istituzioni internazionali nel cruciale decennio finale del XX secolo? Quali realizzazioni sono effettivamente state compiute? Quali interessi erano mobilitati ed in azione? Quali alternative erano possibili?
Le Istituzioni Globali negli anni novanta, per Stiglitz, hanno promesso prosperità per tutti ma, in realtà hanno tenuto sempre ben strette le redini, “facendo ben attenzione a trarne il massimo dei vantaggi, a spese del mondo in via di sviluppo” (S. p.6). Abbiamo avuto, ad esempio, frequentemente cose come il rifiuto da parte dei paesi avanzati ad aprire i propri mercati (soprattutto in agricoltura) mentre al contrario si facevano pressioni perché i paesi “in via di sviluppo” aprissero i propri; abbiamo avuto sovvenzioni mirate ai settori agricoli e, contemporaneamente, l’invito alle controparti ad eliminarli sui (loro) prodotti industriali. Stiglitz denuncia in proposito che alla data del protocollo commerciale del 1995 (le tornate negoziali sono state: Ginevra, 1947 firma GATT; Annecy, 1949, riduzione 5.000 tariffe doganali; Torquay, 1950, taglio del 25% di 8.700 tariffe doganali; Ginevra II, 1956, 2,5 Mld $ di riduzione tariffe ed ammissione del Giappone; Dillon, 1960, riduzione tariffe doganali per 4,9 Mld; Kennedy, 1964, riduzione tariffe doganali per 40 MLd; Tokyo, 1973, riduzione tariffe doganali per 300 Mld; Uruguay, 1986, creazione OMC, importanti riduzioni tariffe ed allargamento raggio di azione; Doha, 2001, non concluso ad oggi) l’effetto netto risultante è stato la riduzione degli introiti dei paesi più poveri rispetto al loro deficit per importazioni. Quindi un netto peggioramento. L’Uruguay Round, ad esempio, ha fatto notevolmente aumentare i profitti delle industrie farmaceutiche occidentali (una parte del negoziato ha interessato i diritti di proprietà intellettuale, cioè i brevetti). Si tratta infatti di un regime di proprietà intellettuale non equilibrato, “in quanto riflette in modo preponderante gli interessi e il punto di vista dei produttori anziché degli utenti”.
In generale comunque si può dire che il prezzo è stato molto elevato, “perché l’ambiente è stato distrutto, la politica si è corrotta e il ritmo sostenuto del cambiamento non ha lasciato ai paesi il tempo necessario per un adattamento culturale. Le crisi che hanno avuto come conseguenza un forte aumento della disoccupazione sono state seguite, a loro volta, da problemi a lungo termine di dissoluzione sociale –dalla violenza urbana in America Latina ai conflitti etnici in altre parti del mondo, come è avvenuto ad esempio in Indonesia” (S. p.8).
Il motivo di tali distorsioni è che la globalizzazione (definita come “una maggiore integrazione tra i paesi e i popoli del mondo, determinata dall’abbattimento delle barriere artificiali alla circolazione internazionale di beni, servizi, capitali, conoscenza e –in misura minore- delle persone”) è guidata con forza dalle multinazionali, che fanno circolare non solo merci e capitali, ma anche tecnologia e competenze. Naturalmente anche con effetti positivi, in quanto si attiva un gigantesco trasferimento non voluto di competenze e know how lungo le catene di fornitori.
Le tre principali Istituzioni che Stiglitz pone sotto attenzione (altre sono ovviamente l’ONU, l’OIL e l’OMS) sono il Fondo Monetario Internazionale (FMI) la Banca Mondiale e il WTO (World Trade Organization).
Il FMI (che è una creatura di Keynes e della Conferenza di Bretton Woods) ha come missione di evitare una nuova depressione a livello mondiale, e si basava all’origine sulla consapevolezza che i mercati da soli non funzionano sempre bene, e possono avere bisogno di risorse derivanti da un’azione collettiva economica a livello mondiale. Per la precisione, “fu incaricato di evitare una nuova depressione a livello mondiale esercitando una pressione internazionale sui paesi che, non facendo la loro parte nel mantenere la domanda globale, lasciavano sprofondare le loro economie. Quando sarebbe stato necessario, avrebbe anche fornito liquidità sotto forma di prestiti ai paesi vittime di una contrazione economica e incapaci di stimolare la domanda aggregata con risorse proprie” (S. p. 11). Si tratta di una Istituzione Pubblica, finanziata dai contribuenti di tutto il mondo, ma risponde ai Ministeri delle Finanze ed alle Banche Centrali dei vari Stati, in base ad un sistema di votazione legato alle quote di forza economica uscite dalla II Guerra (recentemente è stato aumentato il peso “azionario” della Cina). Gli USA hanno potere di veto.
Stiglitz denuncia, nel 2002, che il FMI (ora sta di nuovo cambiando posizione) è passato negli anni da essere una Istituzione Pubblica nata per prevenire i “fallimenti dei mercati” ad una posizione di fervente sostegno ideologico ad una totale supremazia del mercato. Da politiche espansive è quindi passato a consigliare solo politiche di contenimento dei deficit, di aumento delle tasse o aumento dei tassi d’interesse. Tale cambiamento radicale è avvenuto negli anni ottanta, durante i quali ci fu “un’epurazione” entro il Dipartimento di Ricerca della Banca Mondiale, alla cui guida fu chiamata Ann Krueger per la quale il problema dei paesi in via di sviluppo era il loro governo e la soluzione il libero mercato. Si sviluppò anche una certa discussione interna con l’FMI (a causa di diversità di compiti e frizioni organizzative) ma comunque ricondotta alla volontà collegiale del G7. Si formò quindi il cosiddetto “Washington Consensus”, un’identità di vedute tra FMI, Banca Mondiale e Dipartimento del Tesoro degli USA, circa le politiche <<giuste>> per i paesi in via di sviluppo. Un pacchetto di politiche inizialmente messe a punto per i paesi dell’America Latina, caratterizzati da seri problemi di controllo di bilancio ed inflazione dilagante, e poi esteso erga omnes. In altre parole, una medicina sviluppata per una patologia cronica e poi giudicata adatta a qualsiasi malattia. Più in dettaglio, una medicina identica anche in relazione a dosi e modalità di somministrazione. Per cui nella pratica è frequentemente successo che l’abbassamento di qualsiasi protezione all’industria locale, anche quando estremamente vulnerabile a più forti aziende e prodotti esteri, ha di fatto distrutto i posti di lavoro locali, mentre le rigide politiche monetarie imposte per prevenire l’inflazione (anche dove non c’era) hanno impedito la formazione di nuovi lavori, a causa di tassi punitivi, infine l’assenza di reti di sicurezza –causata dalla necessità di contrarre il ruolo dello Stato- ha fatto il resto. Chi perdeva il lavoro non ne trovava un altro e sprofondava nella povertà.
Anche l’apertura ai capitali, con sistemi finanziari locali mal regolati e spesso deboli, ha portato in genere caos e infiniti abusi.
L’errore fondamentale è che il FMI non ha capito, per Stiglitz, che “lo sviluppo richiede una trasformazione della società” (S. p.75). Infatti i processi di sviluppo esercitano una pressione sulla società, mettono in discussione i rapporti tradizionali e le autorità dominanti, richiede sempre l’emersione di nuove forze sociali e un generale innalzamento delle capacità e competenze. Per questa ragione in ogni processo di sviluppo occorre avere cura della stabilità sociale e politica che ha requisiti diversi da quelli della mera crescita come somma di redditi monetari: richiede una sufficiente equità percepita. Le politiche che promuovono la crescita, infatti, possono anche avere effetti negativi sulla povertà (un esempio portato è la liberalizzazione del commercio in condizioni non adatte) o sulla stabilità, o sull’ineguaglianza (un esempio è la liberalizzazione dei mercati finanziari). E questi effetti negativi provocare la perdita della stabilità politica e sociale.
Un esempio portato da Stiglitz è l’insistenza del FMI per la <<flessibilità del lavoro>>, “che in parole povere significa stipendi più bassi e minori tutele per i lavoratori” (S. p. 83), una soluzione molto controversa che fa sicuramente più danni (estesi e diffusi) di quanto bene (poca occupazione aggiuntiva) faccia all’economia di un paese (naturalmente fa molto bene ad alcuni). Un altro è la <<austerità fiscale>>, perseguita ciecamente, che “nelle circostanze sbagliate può portare a un aumento della disoccupazione e alla disgregazione del contratto sociale”.
Più sistematicamente, nel testo di Stiglitz vengono elencati sostanzialmente i seguenti effetti negativi delle politiche del “consensus” portate avanti da FMI e BM: l’<<apertura del paese agli investimenti esteri>>, se condotta senza le necessarie precauzioni e gradualità, porta alla distruzione dell’ambiente produttivo locale. Inoltre se mancano leggi chiare (ed un governo autorevole) spesso le aziende internazionali arrivate, dopo aver distrutto i concorrenti locali, sfrutteranno il loro raggiunto potere monopolistico per alzare i prezzi; sarà quindi di vita breve anche il risparmio per i consumatori che è l’argomento in prima battuta portato avanti (sul modello “Wall Mart”) (S. p.67).
Altra politica tipica, consigliata dal FMI è quella del <<bilancio in pareggio>>. Ora Stiglitz ci ricorda che “in settant’anni nessun economista degno di tale nome ha mai pensato che un paese in fase recessiva possa avere il bilancio in pareggio” (S. p.105). L’emendamento del Pareggio di Bilancio in Costituzione impedisce ad un paese che entra in fase recessiva (e dunque al quale calano le entrate fiscali) di agire. Con la norma del pareggio sarà costretto a ridurre le spese (o di aumentare le imposte), con il risultato di attivare un meccanismo vizioso. “Approvare l’emendamento avrebbe significato dare al governo la possibilità di sottrarsi a una delle sue principali responsabilità, vale a dire il mantenimento della piena occupazione”. E’ del tutto chiaro che se si ridefinisce il compito del governo come garantire solo la stabilità monetaria e la libera circolazione di merci e capitali, la cosa assume diversa valenza.
Quindi troviamo l’indicazione di <<ridurre il disavanzo della bilancia commerciale>>, che deve essere sempre portato in attivo. Lo scopo palese è di avere le risorse per rimborsare i creditori esteri, anche qui tutto bene, “basta non fare caso alle conseguenze per la popolazione”.
Ancora, la preoccupazione centrale di <<evitare la svalutazione>> (che deprezza i crediti esteri, evidentemente), ha portato il FMI ad opporsi sempre alle svalutazioni della moneta; allora restava solo una strada (escludendo, per altra via, anche la reintroduzione di tariffe doganali, che danneggiano le aziende internazionali), anzi due: 1-aumentare le esportazioni, ma non è facile, in condizioni di recessione e restrizione del credito; 2-ridurre le importazioni per via di riduzione dei redditi, cioè proprio tramite la recessione. Ciò che è successo nell’Est asiatico: “politiche fiscali e monetarie di contrazione associate a politiche finanziarie errate hanno provocato gravi stasi congiunturali che, a loro volta, hanno fatto diminuire il reddito, e di conseguenza le importazioni, portando in attivo le bilance commerciali e dando ai paesi le risorse per rimborsare i creditori esteri” (S. p.107). Si tratta, cioè, di politiche “beggar thyself”. Tra l’altro questo ha beggar thy neighbour, infatti le importazioni ridotte si traducono in esportazioni ridotte per i vicini, e quindi di fatto esportano la crisi.
Ora, il testo si dilunga anche, e correttamente, a descrivere analiticamente le crisi nelle quali dette politiche del FMI sono state attive, e nelle quali hanno allargato considerevolmente i danni. Si tratta della crisi thailandese, aperta dal crollo del baht il 2 luglio 1997, la più grande crisi economica dai tempi della Grande Depressione, partendo dall’Asia arrivò in Russia e America Latina, minacciando il mondo intero. Le politiche del FMI sono state sia in grado di inasprire la crisi sia di provocarne in parte l’inizio. La causa principale è stata, infatti, una liberalizzazione dei mercati finanziari troppo rapida e radicale.
Il “miracolo asiatico” era andato avanti per trent’anni e con poche scosse. Malgrado ciò, quando la crisi scoppiò la prima reazione del FMI fu accusare le elité (che erano sempre le stesse) di essere corrotte ed incapaci. In realtà la crescita era stata causata dalla fortunata combinazione di un’elevata propensione al risparmio, dall’investimento dei governi in istruzione e dalle politiche industriali dirette dallo Stato. Si è trattato di economie che puntavamo molto sulle esportazioni, proteggendo al contempo le importazioni e facendo attenzione a proteggersi anche dalla eccessiva liberalizzazione dei capitali (il paese di maggior successo, la Cina, è stato estremamente prudente in tale direzione e lo è ancora). Si è trattato in genere di politiche attente alla stabilità, all’istruzione, al problema della povertà. Sempre con uno Stato molto presente.
Quando scoppiò la crisi gli esperti occidentali, ed i politici come Clinton, la minimizzarono, mentre gli esperti locali “erano terrorizzati”, e “consideravano i capitali vaganti che arrivavano con la liberalizzazione dei mercati finanziari la fonte dei loro guai” (S. p. 93).
Il FMI propose il suo classico “pacchetto”, cui solo la Malaysia resistette con successo ed è stata premiata dalla crisi più breve e meno grave di tutte. Per le altre andò male: la Corea del Sud subì il restringimento del credito alle sue aziende chiave che, su indicazione degli USA, si erano indebitate all’estero (cioè con banche occidentali). La Thailandia subì un attacco speculativo in coincidenza con un indebitamento a breve termine (speculazione autoavverantesi sul deprezzamento della moneta).
Il FMI fornì un pacchetto di salvataggio di 95 Mld di dollari per sostenere il tasso di cambio fisso. Questi soldi furono di fatto utilizzati per avere la liquidità per fare fronte alle richieste di rientro delle banche occidentali, insomma tornarono a casa (passando, però, dalla tasca pubblica a quella privata). Ci fu anche una imponente, e logica, “fuga di capitali”.
Il pacchetto era soggetto, ovviamente, a “condizionalità”. Precisamente all’innalzamento radicale dei tassi (per trattenere i capitali remunerandoli) ed a “riforme strutturali”. Condizioni talmente ampie che i paesi dovevano “rinunciare alla loro sovranità economica”. Fu un fallimento totale.
La disoccupazione è andata alle stelle, il PIL è crollato (-13% in Indonesia, -6,7 in Corea, -10% in Thailandia), le banche hanno chiuso, tutti hanno (giustamente) incolpato il FMI. In Corea del Sud un quarto della popolazione è caduta in povertà.
Gli impatti si sono sentiti dalla Russia alla Nigeria, al Brasile (che non aveva alcuna relazione).
Durante la crisi la Malaysia si comportò in modo diverso, il Ministro delle Finanze, Mahathir, ridusse i tassi di interesse e impose il rientro dei capitali all’estero delle aziende malesi entro un mese nel settembre 1998. Congelò per dodici mesi il rientro dei capitali esteri e impedì l’uscita di quelli locali. Misure chiaramente annunciate come transitorie e di emergenza. Il 7 settembre 1998 Paul Krugman, con un suo articolo, avvallò questa politica, ma la maggior parte degli economisti occidentali annunciarono disastri. Inoltre dissero che così si rimandava solo il momento di affrontare i “veri problemi”. La Banca Mondiale (all’epoca Stiglitz era Vicepresidente) lavorò per trasformali in più semplice tassazione per l’uscita. In un anno la Malaysia ristrutturò le sue banche e le aziende, rimosse i controlli e le tassazioni provvisorie e la situazione si stabilizzò.
La Cina, invece, rispose con politiche macroeconomiche espansive di tipo infrastrutturale e controlli dei capitali (che non ha mai eliminato) e superò rapidamente la crisi.
In conclusione, se tutte queste politiche sono fallite ciò che bisogna fare, per Stiglitz, non è abbandonare la globalizzazione. Si tratterebbe di una cosa non fattibile, né auspicabile.
Un problema è che tutte le politiche sono state portate avanti da organizzazioni specializzate troppo focalizzate su un set limitato di interessi ed obiettivi. Mentre il mondo è un posto complicato. Inoltre ha prevalso una visione molto limitata ed ideologica dell’economia, nella quale il mercato aveva il solo ruolo e lo Stato doveva essere limitato al massimo. Invece lo Stato ha ruolo insieme al mercato.
Più profondamente bisogna cambiare le modalità di governo delle istituzioni internazionali preposte al controllo della globalizzazione, dunque cambiare i diritti di voto al loro interno (non solo nel senso di riequilibrare le diverse nazioni, ma anche non sentire solo la voce del Ministri delle Finanze, al FMI e del Commercio al WTO). Un altro modo è aprirle al controllo democratico e migliorare la loro trasparenza. La tipica segretezza con la quale opera il FMI e le Banche Centrali va ripensata.
Allora ciò che va fatto per Stiglitz è (p. 241):
1- riconoscere il rischio rappresentato dai “capitali vaganti”;
2- modificare il diritto fallimentare e rendere possibile voltare pagina, non aumentare l’indebitamento con i “salvataggi” (certo perdono le controparti, che spesso sono occidentali). Le perturbazioni macroeconomiche devono essere riconosciute come motivazione per il fallimento con atterraggio morbido. Bisogna velocizzare la ristrutturazione del debito e continuare ad operare.
3- Diminuire il ricorso ai salvataggi.
4- Migliorare la regolazione del sistema bancario.
5- Migliorare la gestione del rischio.
6- Migliorare le reti di sicurezza.
7- Migliorare la risposta alle crisi. Anziché concentrarsi sulla psicologia dei creditori (cioè dei mercati) bisogna tornare alla missione di ripristinare la domanda aggregata. Considerare gli effetti sulla povertà e la disoccupazione.
8- Riformare il WTO e riequilibrare il commercio mondiale. Prestando la giusta attenzione ai diritti di proprietà intellettuale.

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