La sfida a superare un assetto non sostenibile. Con le sue parole: “negli anni che hanno preceduto la crisi del 2008, le economie avanzate sostenevano la crescita a suon di bolle speculative ed orge consumistiche. Questo schema si è rivelato insostenibile ed ora la sfida economica centrale consiste nel rifondare su basi solide la crescita e l’occupazione, ed è una sfida complessa che richiederà, sul breve e medio termine, aggiustamenti che politici ed alti funzionari non hanno ancora compreso ed assimilato” (S. p. 346). Quali gli ingredienti di questa sfida? Per Spence dobbiamo sostanzialmente prendere atto che “il nostro mondo globalizzato ha raggiunto un livello di connettività internazionale che oltrepassa di gran lunga il raggio d’azione delle politiche nazionali e l’efficacia dell’architettura globale” (S. p. 324). In conseguenza non ha resistenza.
Si renderebbe, quindi, necessaria una “mano salda” al timone della governance globale. Si rende necessaria perché il sistema nel quale abbiamo vissuto gli ultimi anni non regge proprio più. Avevamo infatti, sostanzialmente, un sistema ibrido nel quale i paesi sviluppati (USA, EU, Giappone), che a lungo hanno rappresentato i ¾ del PIL mondiale, applicavano politiche liberiste (apertura dell’economia, fluttuazione dei cambi in funzione dei mercati e dei flussi finanziari, libertà di movimento dei capitali, banche centrali interessate solo al controllo dell’inflazione) mentre i paesi “di convergenza” di maggior successo facevano un uso eclettico, e strumentale, di tali politiche. Essi mantenevano in realtà fermi i controlli di capitale, facendo uso di manovre del tasso di cambio tramite l’uso delle riserve e imposizione di vincoli; aprivano i mercati con gradualità, per evitare troppa “distruzione creatrice” (operando quello che Spence chiama “un ragionevole equilibrio tra creazione e distruzione dei posti di lavoro”); diversificavano con cura le esportazioni, dirigendole nei settori più opportuni. Questo sistema “ha funzionato molto bene nell’ultimo quarto del XX secolo”, sostanzialmente perché tali paesi erano piccoli. Quando sono diventati abbastanza grandi (in termini economici) da produrre effetti sull’intero sistema, questo ha portato squilibri che si sono accumulati (basti pensare al rapporto tra la bilancia commerciale degli USA e le riserve Cinesi) e poi sono esplosi.
Occorre quindi disegnare un nuovo sistema che li coinvolga. Più in particolare serve: un sistema di tassi di cambio diverso, che assorba queste differenze senza scaricarle senza controllo; un nuovo compromesso fra regole e flessibilità, in relazione alle interazioni ed i commerci nell’economia reale. Bisogna farsi carico delle esternalità che si producono. Questo sistema dovrà coinvolgere tutti i paesi del G20 (che ora sono l’85% del PIL mondiale).
Due cose dovranno essere ottenute con urgenza:1- “realizzare in modo coordinato una riforma della normativa finanziaria”,
2- “ripristinare e riportare in equilibrio la domanda mondiale”.
Per Spence questo non significa che si possa uscire dalla crisi (che rende assolutamente necessario un complesso e doloroso processo di s-debitamento) in tempi brevi e senza sofferenza. Il nuovo equilibrio si raggiungerà, infatti, solo con un profondo cambiamento strutturale nei paesi avanzati. Un cambiamento della struttura dell’economia, dei modi di produrre e del capitale sociale presente. L’autore americano non crede che si possa accelerare più di tanto il riaggiustamento, usando risorse dello Stato a debito. Per cui “ci vorrà pazienza” (S. p.329). Crede anche che la UE debba evolvere verso una maggiore disciplina di bilancio comune (cioè verso una direzione federale) almeno se si vuole avere una valuta comune.
Parlando di aggiustamento strutturale, per Spence, gli USA in particolare soffrono chiaramente di gravi carenze nelle infrastrutture, nel capitale umano e quindi nell’istruzione, ed hanno un settore dell’export poco sviluppato insieme ad un sistema finanziario gonfiato a dismisura; per Spence servono, dunque, tasse più alte per finanziare investimenti a lungo termine e contemporaneamente contenere i consumi privati. Serve anche affrontare il tema dell’occupazione, generato dallo sfaldamento del settore manifatturiero (S, p.336). In particolare, con i redditi del ceto medio in stagnazione da 20 anni ed i posti di lavoro nel settore manifatturiero (tradizionale asse portante del ceto medio) che emigrano all’estero da altrettanto, quindi nel contesto della massa di beni e servizi scambiabili che aumenta sempre di più e della difficoltà a competere per conquistarsene una “fetta appropriata”, il problema acuto è distributivo. Le forze di mercato e la concorrenza si traducono, in pratica, in una limitata produzione di opportunità di impiego a livelli di reddito adeguati ai nostri paesi (cioè medio-alti) nel cruciale settore dei beni scambiabili in continua espansione (cioè in un contesto nel quale sempre più beni diventano “scambiabili” e quindi contendibili per i concorrenti esteri).
La conseguenza è che le nostre economie si ristrutturano in direzione di una maggiore incidenza percentuale dei beni “non scambiabili” con la conservazione nell’altra categoria di poche nicchie ad alta gamma “dove capitale umano e prossimità sono fattori rilevanti”. In altre parole, se si lascia operare alle forze del mercato in questa direzione le conseguenze inevitabili sono che “l’occupazione ristagnerà, la distribuzione del reddito diventerà più iniqua ed il contratto sociale si sfilaccerà ancora di più” (S. p. 337).
Le soluzioni per Spence, però, sono difficili: la leva fiscale può attenuare l’ineguaglianza, il protezionismo mirato può frenare la “distruzione creatrice” ma a due prezzi, maggiori costi per i consumatori e rischio di distruggere il modello dell’economia globale aperta (perché protezione chiama protezione). In alternativa ci vogliono più investimenti in tecnologia con il supporto dello Stato, per creare posti di lavoro a forte intensità di capitale e con livelli di produttività del lavoro coerenti con i redditi dei paesi avanzati.
Certo allargando lo sguardo bisogna riconoscere che una parte della domanda cruciale circa la sostenibilità (la capacità di mantenere in equilibrio il sistema e di non distruggere i patrimoni che abbiamo –fisici, sociali ed ambientali-) del nostro futuro comune, posa anche nella capacità, che l’economia globale dimostrerà di avere, ad adattarsi alla necessaria progressiva crescita dei paesi in via di convergenza. Questa crescita dovrebbe andare verso il rafforzamento dei ceti medi e degli scambi interni, degli interscambi reciproci. In conseguenza verso una minore dipendenza dalla domanda dei paesi “sviluppati”. Le due dinamiche insieme parlano di mutamenti profondi nella divisione del lavoro internazionale, mutamenti che bisognerà governare spostando progressivamente le proprie produzioni per occupare nicchie sempre diverse (mentre i paesi sviluppati devono spostare la parte internazionalizzata della loro economia verso l’alta gamma, la Cina e gli altri nella stessa condizione si dovrà spostare verso i prodotti intermedi, lasciando le produzioni di base a nuovi emergenti).
Il futuro passa dunque anche per il destino di Cina ed India; Spence sembra moderatamente ottimista sulla loro capacità di gestire la trasformazione (nella quale l’India è 15 anni indietro) da economia caratterizzata da redditi medi a medio-alti. Si tratta chiaramente di una mutazione strutturale profonda che sino ad ora è riuscita solo a Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore. Il nuovo “trenino” dovrebbe includere Cina, Russia e Brasile e tra quindici anni India. Si tratta di entrare nella fascia di reddito medio pro-capite tra 5.000 e 10.000 dollari all’anno. In questa fascia i settori che hanno fatto il precedente successo del paese diventano poco competitivi (a causa dell’incremento dei salari) e si trasferiscono nei paesi di nuova convergenza. Devono allora nascere nuovi settori industriali con maggiore peso di capitali finanziari, di conoscenza e capitale umano. Bisogna che i politici locali resistano alla tentazione di usare sussidi, tariffe doganali, controllo del tassi di cambio, per proteggere settori non più competitivi. Se non resistono la crescita rallenta e si impantana. La cosa è successa molte volte, perché il futuro che si desidera è incerto mentre quel che si perde si vede benissimo (sono le code di disoccupati ai cancelli delle fabbriche non più competitive).
Spence propone di facilitare tale processo, in generale, “proteggendo i lavoratori e non i posti di lavoro” (S. p.88); quindi investendo massicciamente in formazione e ricerca, e garantendo adeguate infrastrutture (un investimento che Spence stima un valore simile alla crescita che si vuole ottenere). Non è facile, perché proteggere le aziende è politicamente più semplice e ha grandi forze costituite a suo sostegno.
Per capire meglio il punto conviene fare un passo indietro: la crescita è determinata, in ultima analisi (certo anche dagli incentivi e dagli input di capitale, da soli soggetti alla legge dei rendimenti decrescenti), dall’innovazione. L’innovazione aumenta la “produttività totale dei fattori”, cioè quel che si riesce a produrre con un determinato insieme di fattori produttivi (S. p. 44). L’innovazione (“teoria della crescita endogena”) offre al suo utilizzatore un vantaggio competitivo (minori costi o migliori prodotti o entrambi) e questo genera un incremento di profitti che altrimenti avrebbe richiesto maggiori input. Ma dura solo fino a che non si è diffusa e/o un’altra arriva a “distruggerla”. “L’innovazione tecnologia crea ed al tempo stesso distrugge valore” (S., P.45). Se si proteggono dunque eccessivamente le produzioni spiazzate dalla distruzione si ferma la crescita a lungo termine. Si ferma l’innovazione dell’economia e la produttività dei fattori.
Spence riconosce che tutto questo è particolarmente difficile in un contesto, come quello odierno, nel quale “i paesi sviluppati crescono poco e la disoccupazione è alta, e in cui la domanda mondiale aggregata arranca” (S. p. 170). Occorre allora investire su misure coordinate per affrontare i problemi strutturali, “sia dal lato dell’offerta che da quello della domanda”. In un contesto nel quale è ormai chiaro che il sistema finanziario non è in grado di autoregolarsi (S. p.175).
Di qui le difficili “sfide” che dobbiamo vincere: aumentare l’innovazione e spostare le nostre economie avanzate ad un maggiore livello di efficienza, riequilibrando la domanda (complessivamente carente a causa di un eccesso di risparmio, che andrebbe invece utilizzato per gli investimenti strutturali necessari per far salire il reddito pro-capite nei paesi emergenti), e ponendo sotto controllo la finanza internazionale. Garantire una nuova divisione del lavoro che coinvolga tutte le principali economie del mondo (che ormai non sono limitate al club occidentale con l’aggiunta del Giappone). Tutto questo in un contesto cooperativo e non eccessivamente competitivo.
Si tratta di un compito gigantesco che, però, non possiamo fallire. L’alternativa è tornare nel mondo chiuso e litigioso dal quale cerchiamo di allontanarci.

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