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lunedì 12 agosto 2013

Martin Schultz, Abbiamo imparato veramente le lezioni della crisi?


Martin Schulz, Presidente del Parlamento Europeo, ed esponente di spicco della SPD Tedesca, ha scritto il 9 agosto 2013 un lungo post su LinKedin dal titolo: Abbiamo imparato veramente le lezioni della crisi?
L’articolo parte in modo forte, ricordando che la crisi economica in corso è “senza precedenti” ed ha gettato milioni di europei “in disoccupazione e povertà”, al contempo portando vicino alla bancarotta diversi Paesi. Ha quindi “avvelenato” i rapporti tra i Paesi stessi e tra gruppi sociali e persone. E ciò “man mano che cresce il divario tra ricchi e poveri, a livello nazionale e individuale”. Ma, per Schulz, “se c'è qualche consolazione dalla crisi, è che esso offre lezioni”.
Se imparate ed applicate, queste lezioni, possono almeno trasformare “questo disastro in un'opportunità”. Infatti, “a volte, ci vuole una crisi per rendere possibile ciò che normalmente è politicamente impossibile”. Se, le lezioni non saranno apprese, al contrario, potremmo essere condannati a vedersi ripetere le crisi anche in futuro. Questa è una strategia discorsiva ed un concetto che, in effetti, si sente spesso. Ed in genere si ascolta da chi vuole cogliere l’occasione per ridurre l’impatto degli Stati in economia, accusandoli di essere fonte di sprechi ed inefficienze. Da chi intende usare la forza di condizionamento dei mercati per imbrigliare la democrazia.

Invece Schulz, prende una direzione completamente diversa, avanza due domande chiave: siamo sicuri che le banche non torneranno ai loro vecchi, brutti modi ispirati “all’avidità sconsiderata ed a breve termine” (Are we sure that banks will not return to their old, bad ways of reckless greed and short-termism)? Come può essere che le aziende negli USA ed in Europa, stiano realizzando profitti record del report ma, al contempo, si rifiutino di investire e creare posti di lavoro?

Queste due domande, come l’avvio nel quale la prima parola dopo “crisi” è “disoccupazione” (e non “debito”) e nel quale la possibile bancarotta degli Stati è attribuita alla crisi (e non viceversa), strutturano tutto un campo discorsivo diverso, ed opposto, rispetto al racconto liberista.  Discorso che lo stesso Schulz qualifica come liberazione della avidità e della “esuberanza irrazionale” dei mercati finanziari, un capitalismo d’azzardo (in the casino capitalism) caratterizzato dal commercio dei derivati e da debiti collaterali sotto forma di oscure obbligazioni [sia per la provenienza sia per la destinazione]. Un esito reso possibile dalla fissazione dell’ordine del giorno da parte del neoliberismo “negli ultimi tre decenni”. Un esito che ha reso possibile per il capitale di volare liberamente in tutto il mondo, per cui “miliardi di dollari o di euro potrebbero essere spostati in pochi secondi da un continente all'altro con un semplice clic del mouse, anche se questo significa la chiusura di fabbriche o il collasso delle finanze pubbliche in un determinato paese”. In conseguenza la distribuzione della ricchezza si è spostata, “verso il ricco e lontano dai poveri”, mentre il potere d'acquisto della classe media si è ridotto, costringendo molti dei suoi membri a sostenere crescenti debiti per mantenere il tenore di vita.
Per Schulz tutto questo mondo ha fallito, e la crisi lo ha evidenziato.
Allora l’articolo propone di trarre dalla crisi le seguenti lezioni, e non altre:
1- "In primo luogo, la mano invisibile del mercato non funziona e ha bisogno di un quadro normativo solido”.
2-  "In secondo luogo, la politica dovrebbe avere il primato su mercati e il lavoro sul capitale” (politics should gain primacy over markets and labour over capital)
3-   "In terzo luogo, e soprattutto, l'economia e la politica devono tornare ai valori della solidarietà, della giustizia sociale, della decenza e del rispetto” (the economy and politics should return to the values of solidarity, social justice, decency and respect).
Bisogna, insomma, cercare di sostituire la cultura ossessionata dai guadagni a breve termine del liberismo con una visione che predilige i profitti a lungo termine “che non sono necessariamente di natura pecuniaria”.
Il Presidente Schulz, a questo punto ci ricorda che l’Unione Europea, in questi anni ha ri-regolato alquanto le finanze, ha rafforzato i requisiti per le banche e ha rafforzato i poteri dei governi per controllare e colpire Istituti Finanziari irresponsabili. Numerosi salvataggi sono stati offerti sia alle aziende come a interi paesi. Una migliore protezione è stato offerta ai depositi. Abbiamo contenuto la tendenza ad attribuirsi bonus dei finanzieri.
Ma tutto ciò è insufficiente. Non abbiamo neppure garantito che i contribuenti non dovranno più salvare le banche mentre i loro ex boss annegano nei soldi.
L’esponente della SPD ricorda a questo punto che in Germania il patrimonio netto delle famiglie è passato da 4,6 miliardi di euro nel 1992 a 10 nel 2012 (negli ultimi cinque anni sono cresciuti di 1,4), ma più della metà di tali beni sono di proprietà del 10% della popolazione. Il 50% delle famiglie possiede solo l1% del patrimonio. In Francia, invece, con la disoccupazione al 10% ed il Governo in difficoltà, l’82% delle grandi aziende hanno battuto quest’anno il record di redditività.
Allora se c’è un lezione da imparare dalla crisi, dice Schulz, è che “abbiamo bisogno di una redistribuzione radicalmente più progressiva di ricchezza”, in modo da ampliare le opportunità economiche ed educative per le persone. Una più equa redistribuzione della ricchezza farebbe aumentare la domanda privata, aprendo la strada per una crescita a lungo termine.
La seconda cosa che serve è, allo stesso tempo, garantire che le istituzioni finanziarie servano l'economia reale, il finanziamento della produzione di beni e servizi, “piuttosto che servire se stessi”.Ma a questo punto viene l’interessante, nel quadro del dibattito in questo momento in corso in Germania in vista delle elezioni di settembre: per l’esponente della SPD, “l'Europa dovrebbe prendere le distanze dall’austerità unilaterale, che invece di migliorare la situazione fiscale dei paesi in difficoltà, sta incrementando il loro debito man mano che le loro economie si restringono” (Europe should steer away from unilateral austerity, which instead of improving the fiscal situation of troubled countries, is boosting their debt as their economies shrink).
Al contrario, “l'Europa ha bisogno di un ambizioso programma di investimenti a lungo termine in materia di innovazione, l'istruzione, la ricerca e lo sviluppo e le infrastrutture.”
Viene evocato ed invocato un “nuovo corso politico” che dovrebbe “incoraggiare la solidarietà tra le nazioni, i popoli e gli individui.
La missione dell’Europa, in questa visione, non è garantire la libertà dei mercati, in attesa che questi sollevino tutte le barche: “essa deve promuovere la giustizia sociale, i diritti dei lavoratori, la parità di retribuzione a parità di lavoro e la parità di genere, nonché la coesione sociale e la sostenibilità ambientale.” (A new political course should encourage solidarity between nations, peoples and individuals. It should promote social justice, workers' rights, equal pay for equal work and gender equality as well as social cohesion and environmental sustainability). Ciò perché “le persone dovrebbero essere visti come esseri sociali, gli individui che condividono un obiettivo comune e non come fattori di costo per le aziende”.
Praticamente nulla da aggiungere.

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