Pagine

lunedì 26 agosto 2013

Jurgen Habermas, Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa


Nel 2008, mentre esplodeva la crisi mondiale Habermas dava alle stampe questa raccolta il cui titolo tedesco è “Ach, Europa. Kleine politische schriften”, la prima edizione italiana è del 2011.
In esso il filosofo e sociologo tedesco, da sempre uno degli intellettuali europei più impegnati sui temi sociali e politici contemporanei, chiarisce alcuni elementi della sua posizione nei confronti del processo di unificazione. In primo luogo enuncia la sua ostilità all’inerzia, allo stare a guardare, mentre il potere di regolamentazione politica dell’Unione Europea viene distorto, “a favore di una sempre più estesa zona di libero mercato”; con il risultato di trovarsi per la prima volta (profezia che i successivi cinque anni stanno purtroppo confermando) “di fronte al pericolo di una ricaduta in una fase di integrazione anteriore” (H, p. 12). Il riferimento specifico è alla paralisi seguita al fallimento dei referendum sulla Costituzione in Francia e Paesi Bassi.
Si intrecciano in questa fase, per Habermas, sostanzialmente tre problemi:

>Le condizioni della globalizzazione (cioè dell’economia mondiale nelle condizioni della cosiddetta globalizzazione), negano allo Stato nazione il libero ricorso all’arma fiscale e questo impedisce la soddisfazioni delle rivendicazioni politico sociali e la domanda di pubblici servizi e beni collettivi al livello abituale. Pena la riduzione del tenore di vita per larga parte della popolazione, e l’abbandono del necessario sforzo di riduzione delle ineguaglianze, resta solo la strada che altrove Habermas ha qualificato come “offensiva”. “Riacquisire la forza di regolamentazione politica su un piano sovranazionale. Senza convergenti aliquote di imposta, senza un’armonizzazione di medio termine delle politiche economiche e sociali, abbandoniamo a mani estranee il destino del modello di società europeo” (H, p. 12);

>Il ritorno alla politica di potenza “spietatamente egemonica”, e lo scontro acuito con il mondo islamico (le due cose sono collegate in entrambe le direzioni, cioè sono reciprocamente rafforzanti), il crollo di alcune strutture statuali, le conseguenze di lungo periodo della vecchia politica coloniale, generano situazioni mondiali a rischio. L’Unione Europea potrebbe costituire un’utile alternativa al dominio di Washington ed accelerare le indispensabili riforme del sistema dell’ONU;

>La spaccatura della guerra irachena, mostra che è necessario dotarsi di una autonoma forza militare europea, per non doversi sottomettere alle istruzioni e regole dell’alto comando americano. “Dobbiamo porci nella situazione di restare fedeli alle nostre proprie concezioni in tema di diritto dei popoli, divieto della tortura e diritto penale di guerra, anche nel caso di un’azione congiunta.

Per fare ciò l’Unione Europea deve congedarsi dal modello del “convoglio navale”, dove la velocità è regolata dal più lento, accedendo al modello a due velocità.

Occorre anche superare, e sostanzialmente, il processo <<guidato dall’alto>>, sulla base di una intesa tra le elité politiche degli Stati membri e sopra la testa delle popolazioni. Processo che genera un insopportabile deficit di democrazia, spiegabile a partire del carattere intergovernativo e burocratico della regolazione normativa europea. Tuttavia l’obiettivo in un’Unione a ventisette non può essere uno Stato federale sul modello tedesco, “ma istituzioni e procedure che rendano possibile una comune politica estera e di sicurezza internazionale su fondamenta democratiche, oltre a una graduale armonizzazione delle politiche fiscali ed economiche e un allineamento delle politiche sociali.” (H, p. 25). Si intende che questo obiettivo rende necessaria anche una crescita della capacità impositiva europea che contribuisca a riportare anche la valuta comune entro una comune cornice politica.
La divergenza tra gli Stati nazionali, che ostacola tale esito, ha ragione in profondi conflitti di interesse, collocabili al loro livello ed esemplificati da una parte dalla posizione inglese (orientata ad una politica di libero scambio su scala mondiale in sinergia con gli USA) e dall’altra a posizioni di paesi di recente integrazione, come la Polonia, sospettosi dei rilasci di sovranità.
Un’obiezione a questa aspirazione viene da chi considera i lavori della Commissione, della Corte di Giustizia Europea e della Banca Centrale Europea, mere attività “tecniche”, in quanto tali esonerate dall’obbligo di più stringenti legittimazioni. A queste si opporrebbero questioni “politiche” demandate ai singoli Stati. Le questioni “tecniche” sarebbero la vigilanza della libera concorrenza e la salvaguardia della stabilità monetaria. Si tratta di “lavori” da lasciare senz’altro agli “esperti”.
La replica di Habermas a questa influente posizione è che, da una parte, la distribuzione delle competenze è decisione interamente politica; e dall’altra, che esse limitano in tutta evidenza l’intervento operativo degli Stati nazionali. L’unica via per recuperare allora le perdute competenze operative (necessarie per articolare una rete di protezione nei confronti dei danni collaterali prodotti dalla competizione) è “in qualità di membri di una Unione Europea che optasse per un’armonizzazione delle politiche fiscali ed economiche, un’unitarietà dei regimi politico-sociali e un maggior controllo da parte della BCE”.
Allora il trilemma è se aumentare la redistribuzione, o alleggerire l’integrazione o procedere a più velocità.
Né vale come obiezione l’assenza di un <<popolo europeo>>, in quanto ciò che serve per attuare questa integrazione è un livello “politico” di coesione sociale, a tale scopo è necessario che si avvii un processo di costruzione progressivo, che passi per la reciproca apertura delle sfere pubbliche nazionali a temi “europei”. La discussione delle scelte e delle alternative in termini di politiche “europee”, tenendo viva l’attenzione dei mass media e quindi dei cittadini anche sulle prese di posizione politiche nelle altre sfere politiche nazionali, attuando uno scambio di argomenti e posizioni al di là dei confini. Quello che Peters chiama, insomma, una <<transnazionalizzazione>> delle sfere pubbliche.

L’alternativa, con una unione monetaria che persino la redazione economica della Frankfurter Allgemeine Zeitung vede “al bivio”, non può essere un’oltraggiosa (“insolente”) ingerenza della Commissione nella formazione dei Bilanci degli Stati prima della presentazione degli stessi ai rispettivi Parlamenti (tale da “intensificare in misura inaudita le carenze da tempo sussistenti in fatto di democrazia”, H. p. 50), ma il rafforzamento delle competenze del Parlamento.
O questo o la rinuncia all’euro, infatti “non è questione del <<reciproco controllo delle politiche economiche>> (come ha detto Trichet), ma di un agire comune”.

L’Unione Europea è insomma per Habermas l’attore globale cruciale che può spingere alle necessarie riforme del sistema delle Nazioni Unite. Bisogna superare, infatti, la specializzazione unilaterale delle diverse organizzazioni multilaterali che costituiscono il sistema di governance attuale; una specializzazione in cui sono le grandi potenze ad avere sempre l’ultima parola.
Occorre, invece, un “sistema di trattative transnazionale e rappresentativo, che disponga di competenze sufficientemente generalizzate per dominare panoramicamente l’insieme delle cose” (H. p.42). In questo nuovo contesto i Global Players (tra cui la UE) dovrebbero essere l’anello di trasmissione necessario per rendere operativo tale sistema.

Nessun commento:

Posta un commento