Un simile radicale svuotamento della democrazia attiva ovviamente le resistenze dei difensori dello Stato Nazionale (ad esempio di Streeck), mentre dall’altra parte mobilita i sostenitori degli “Stati Uniti d’Europa”, in difetto di argomenti e prospettive.
D’altra parte è dal 2008 che il Governo Federale Tedesco “di malavoglia e a piccoli passi” muove verso l’Europa, sotto la spinta dell’evidente fallimento del sogno di autosufficienza di un liberismo controllato da criteri di stabilità a cui i bilanci dei paesi membri dovevano attenersi. Cioè del sogno di meccanismi “tecnici”, ed automatici, in grado di rendere superfluo il costituirsi di una volontà politica comune ed in grado, quindi, di “tenere sotto controllo la democrazia”.
Un sogno che si infrange sia sugli scogli di differenti culture economiche e sia – e soprattutto - sugli imprevisti (ma non imprevedibili) accidenti dei mercati. Il momento è, in un certo senso, dunque propizio: ma è indispensabile una rilettura del Trattato di Lisbona e la ricerca una più ampia base di legittimazione.
In questa direzione l’argomentazione, come sempre complessa ed ampia, di Habermas parte da una rilettura non priva di interesse dei concetti di “dignità umana” e di “diritti dell’uomo”, che ancorano insieme una sorta di “forza civilizzatrice del diritto” sulla quale il filosofo francofortese ha speso la sua riflessione più matura degli anni novanta (in particolare condensata in “Fatti e norme”). Per questa via sviluppa una serrata critica alla politica neoliberista, che ha inteso negli ultimi anni “garantire ai cittadini una vita autodeterminata assicurando in via primaria le libertà economiche” e che nel fare ciò, in effetti, “distrugge l’equilibrio delle varie categorie dei diritti fondamentali”. Ciò mentre la dignità umana “che è una e medesima ovunque e per ognuno” resta il fondamento della indivisibilità di tali diritti. Fanno fede di tale impostazione la Dichiarazione Fondamentale dei Diritti dell’Uomo (1948), la Legge Fondamentale della Repubblica Federale di Germania, le Costituzioni dei paesi usciti dai totalitarismi come Italia e Giappone, la stessa Costituzione del Meno del 1849, la costituzione di Weimer del 1919, etc…
Tali diritti sono qualificati da Habermas come “utopia realistica”, in quanto ancorano il traguardo ideale di una società giusta nelle istituzioni degli Stati Costituzionali stessi (H, p. 26).
Nel successivo “Saggio sulla Costituzione dell’Europa”, Habermas definisce l’Unione Europea, malgrado tutti i suoi problemi e scivolamenti, come “un passo decisivo sulla via di una società mondiale retta da una Costituzione” (H, p. 34).
Ciò malgrado, o proprio per questo, appare particolarmente grave quella restrizione economicista dello sguardo resa incomprensibile per l’autore dal fatto che è da tutti accettato essere proprio nella costruzione politica ed istituzionale le cause della crisi. Tramite scivolamenti come il <<patto per l’Europa>> la svista si aggrava, e riesce a trasformare il Governo Federale Tedesco “nell’acceleratore di una mancanza di solidarietà che va estendendosi in tutta Europa”. Esattamente il contrario di quel che occorre. Anche dai suoi interventi degli anni passati si vede, infatti, come è la solidarietà ad essere il nucleo intorno al quale andare a costruire la necessaria opinione pubblica politica che fonda una democrazia transnazionale.
Invece, insieme a questa deriva di solidarietà cresce la preoccupazione per il discredito che la politica, stretta tra i mercati cui deve rispondere e le sconcertate popolazioni europee, ormai non riesce più neppure a dissimulare efficacemente. Di qui l’incrementalismo e la mancanza di una prospettiva di ampio respiro. A ben vedere nelle rappresentazioni oscene di un “federalismo esecutivo” si rispecchia, quindi, il “timore delle elites politiche di mettere in campo apertamente nell’arena dell’opinione pubblica il progetto europeo, portato avanti sinora a porte chiuse alla maniera sbracata di uno scontro di posizioni in cui tutti gridano i propri argomenti, per presentarsi invece pacatamente nella vasta sfera pubblica” (H. p. 37).
Occorrerebbe il contrario, un mettere “con piglio aggressivo” in piazza i costi e benefici a breve e lungo termine delle alternative in campo. E’ da una tale discussione, e scontro, che può nascere una opinione pubblica europea e crearsi la visione di un destino comune, fondamento del sentirsi uniti e reciprocamente responsabili.
La scelta di fondo che abbiamo davanti in questo bivio fondamentale sembra essere, insomma, tra l’articolazione di una democrazia transnazionale da una parte ed il “federalismo esecutivo postdemocratico”, dall’altra. Cioè la completa estensione dentro l’Unione Europea della logica delle organizzazioni sovranazionali che da tempo solleva il timore di distruggere il nesso tra diritti fondamentali e democrazia (allo stato assicurata solo entro gli Stati Nazionali). Il punto è che questi ultimi (e con essi la democrazia) rischiano di essere espropriati dai poteri esecutivi resisi autonomi.
La soluzione che Habermas cerca di articolare è di una “divisione di sovranità” fra Cittadini dell’Unione Europea (che quindi devono esprimersi nell’arena Europea ed eleggere loro rappresentanti capaci di azione ed efficacia) e i Popoli d’Europa (rappresentati dagli Stati tramite i loro Governi).
I cittadini si troverebbero in un certo senso ad essere divisi in due personae (tre quando sarà operativo il livello cosmopolitico). Nei termini della costruzione istituzionale Europea, si tratterebbe, insomma, di ribilanciare i tre Organi dando maggiore ruolo al Parlamento Europeo e con la Commissione a far da cerniera con il Consiglio (cfr, H. p. 72).
Nello stesso modo e direzione andrebbero riarticolate le Nazioni Unite, come comunità di Stati e cittadini, dotati di una Costituzione Politica con il compito di assicurare la pace ed il rispetto dei diritti dell’uomo. Andrebbe, quindi, costituito un sistema negoziale inserito normativamente nella società mondiale per occuparsi dei temi della politica interna mondiale (ecologia e cambiamenti climatici, rischi globali, regolazione del capitalismo gestito dai mercati finanziari, problemi di distribuzione connessi con il commercio, con il lavoro, con la sanità).
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