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lunedì 26 agosto 2013

Jurgen Habermas, Jacques Derrida, il 15 febbraio, ovvero: ciò che unisce gli europei


Il 31 maggio 2003, sul Frankfurter Allgmeine  Zeiutung, è stato pubblicato un appello da parte di Habermas, congiuntamente a Jacques Derrida (la versione italiana è pubblicata in L’occidente Diviso, Laterza 2007).
In questo breve intervento Habermas celebra la data in cui (era il 15 febbraio 2003) in manifestazioni contemporanee a Londra, Roma, Madrid e Barcellona, Berlino e Parigi i cittadini europei reagirono all’unilaterale dichiarazione spagnola favorevole alla guerra del Golfo. Habermas intravede in questo episodio il primo segnale della nascita di un’opinione pubblica europea.
La crisi irachena era stata nelle settimane precedenti catalizzatore di linee di frattura tra paesi schierati da una parte e dall’altra; la stessa linea divide, per Habermas, la contrapposizione di fondo tra chi vuole un rafforzamento dell’Unione Europea e chi ha un “comprensibile interesse a congelare o, nel migliore dei casi, ad apportare modifiche di facciata alla modalità esistente di governo intergovernativo”.
Questa contrapposizione ed alternativa deve venire in primo piano per essere oggetto di pubblica valutazione e dibattito. Anche al prezzo di procedere ad una Europa a due velocità, in cui le nazioni del “nucleo” avviano il conferimento di alcune qualità statali, mentre quelle di nuovo ingresso, l’Inghilterra e chi non vuole, potranno arrivare dopo (si tratta di una possibilità definita nel Trattato di Nizza del 2001). Ciò consentirebbe all’Unione Europea di “gettare il suo peso sulla bilancia” per contrastare l’unilateralismo (erano gli anni di Bush) americano e mostrare la forza del “potere morbido” (soft power) delle agende negoziali, delle relazioni cooperative e degli interessi strategici. Tale bilanciamento deve avvenire nelle arene multilaterali (OMS, BM, FMI) ed essere orientato a definire linee cooperative di una “futura politica interna mondiale”.

Sino al momento del testo (ed in realtà sino ad oggi) l’Unione Europea era stata spinta solo dagli “imperativi funzionali connessi alla creazione di un’area economica e monetaria comune”; ora però, per Habermas e Derrida, queste forze propulsive sono esaurite. Una nuova spinta può venire solo dalle “motivazioni ed attitudini dei cittadini stessi”.
Ma ciò, per Habermas, presuppone un “sentimento di comune appartenenza politica. I popoli devono in certo senso <<soprelevare>> le loro identità nazionali ed arricchirle di una dimensione europea”. In conseguenza, anche la solidarietà civica si deve estendere ai cittadini di altre nazioni (H, p. 23).

Questa è la questione della <<identità europea>>.

L’Europa è, del resto, un esempio per il mondo: è pacifica, pronta alla cooperazione ed aperta al dialogo con le altre culture. È il modello più avanzato di “governo trasnazionale” disponibile. Un modello al livello della sfida posta dall’integrazione economica in corso. Anche i suoi schemi di welfare sono stati, per Habermas, a lungo un esempio, anche se sono ora sulla difensiva. Tuttavia “al di sotto dei criteri di giustizia sociale da essi stabiliti non può nemmeno cadere una futura politica di addomesticamento del capitalismo in aree prive di confini”. E’ quindi l’Europa, che, superate queste sfide, deve raccogliete la sfida di “difendere e portare avanti”, contro i progetti concorrenti (Habermas pensa agli USA, ma è da valutare anche la Cina), un ordine cosmopolitico basato sul diritto internazionale.

Per raggiungere questo superiore livello di integrazione i cittadini europei devono costruire, nel dibattito politico e sulla base di comuni esperienze e prese di posizione una identità politica comune. Si tratta di una costruzione (in linea, peraltro, con la normale dinamica di creazione di altre identità politiche che sono state anche esse “costruite” nel tempo a partire da nuclei socialmente integrati e da arene condivise) e non di qualcosa da trovare già fatto a disposizione.
Tuttavia non parte neppure dal nulla: gli europei, rispetto agli altri popoli del mondo (qui il confronto immaginato è soprattutto con l’ambiente culturale anglosassone ed in specie americano), hanno una relativa fiducia nelle prestazioni organizzative dello Stato e sono più scettici sulle capacità autoequilibratrici del mercato, hanno un atteggiamento critico nei confronti della tecnica e una decisa preferenza per le norme solidaristiche e lo stato del benessere, hanno una soglia di tolleranza bassa per la violenza, e sono orientati alla cooperazione internazionale più che all’azione unilaterale.

Su queste basi, per Habermas e Derrida, è possibile che evolva una coscienza politica europea comune. Un profilo politico che troverà le sue radici nella storia comune: nel rapporto tra Stato e chiesa, e nella tendenza a considerare neutrale e terzo il potere civile sulla base anche dell’”irradiamento ideale” della rivoluzione francese; nel ricordo dei conflitti di classe, che avvisa gli europei a prestare attenzione alle potenziali disfunzioni del mercato; nella stessa dialettica derivante dal sistema dei partiti che solo in Europa si colora di competizione ideologica, utile ad attivare la sensibilità dei cittadini ai paradossi del progresso e alla costante valutazione politica (contesa) delle patologie sociali; nella sensibilità alle violazioni dell’integrità personale, derivante dalle dolorose esperienze dei totalitarismi e della Shoah; nello stesso passato bellicista, che radica il convincimento nella necessità di un addomesticamento dell’uso statale della forza e la convenienza di una reciproca limitazione degli spazi sovrani d’azione; nella perdita della potenza territoriale internazionale, conseguente all’abbandono degli imperi oltremare, ha fatto conseguire una “distanza riflessiva da se stesse”, aiutando l’abbandono dell’eurocentrismo.

Tutti questi elementi possono “dare le ali” alla speranza kantiana di una politica interna mondiale che, per Habermas, è l’unica speranza di riequilibrare le sfide epocali che abbiamo di fronte.

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