Si tratta di un libro deciso e determinato, di grande forza ed intensità, che esprime una posizione netta: il pieno sviluppo del “libero” mercato è desiderabile perché distribuisce meglio le risorse (anzi, le alloca in modo ottimale), produce la massima innovazione possibile favorendo la necessaria “distruzione creativa”; esso va a vantaggio di tutti e garantisce che vinca sempre il più forte ed efficiente.
Per ottenere questo risultato, però, bisogna limitare la democrazia nazionale e la forza delle elité che la dominano. Infatti, la forza del mercato genera continuamente dei perdenti che si possono coalizzare contro di esso; la minaccia al libero mercato deriva, quindi, non tanto dalle sue conseguenze (aumento dei disagiati e distruzione dei legami sociali, come di seguito vedremo) ma dalle reazioni organizzate a queste. Quindi dalla politica. Ciò che occorre per Rajan e Zingales è, allora, “rendere i mercati più resistenti alla politica” (R, Z, p.5). Con le stesse parole degli autori “il fulcro di questo libro è la tensione fondamentale fra mercati e la politica” (R, Z, p. 25). Occorre, infatti, garantire che la proprietà sia nelle mani dei “più abili e competenti”, cosa che si ottiene “naturalmente” (anzi, “seguendo il corso naturale degli eventi”, p. 238) con la concorrenza esterna che è in grado di porre un freno alle elité dominanti nei singoli paesi. Cioè quelle forze che si oppongono alla trasformazione, ed alla distruzione, indotta dalle forze della concorrenza, che incessantemente innova e sostituisce vecchi vincenti con nuovi.
Si ottiene in questo modo una distribuzione per merito economico (che è “l’unico criterio valido in un sistema di mercato”) che destina risorse e ricompense solo ai “bisognosi e meritevoli” (R, Z, p. 307), anziché alle elité dominanti come, invece, avviene quando “assumono importanza giustificazioni meno quantificabili come solidarietà ed uguaglianza”.
Si tratta, in sintesi, di trovare le strade per “domare” il governo perché i cittadini possano produrre ricchezza al riparo dalle minacce; domare, per la precisione, il “governo <<democratico>> dei pochi, fatti dai pochi e per i pochi” (R, Z, p. 155).
Ma per capire meglio, vediamo chi sono le tanto temute “elité”. Il testo ne richiama in un solo luogo una elencazione ed in un altro chiarisce che di volta in volta possono essere diverse (quelle attive): si tratta degli “insider”, che si manifestano nelle “grandi aziende, operai sindacalizzati, agricoltori o anziani”, che guadagnano a spese degli “outsider”, come “gli aspiranti imprenditori, le società straniere, i lavoratori non organizzati, gli immigrati ed i giovani” (R, Z, p. 287). L’idea è semplice, il sistema compra il consenso tramite il coinvolgimento, in un sistema di privilegi, di una parte dei cittadini, determinando automaticamente “l’oppressione” di un altro non presente (magari perché non nato) al tavolo di trattativa, o meno rilevante. La cosa è retoricamente descritta così: “per ogni vecchio operaio bianco con un posto di lavoro sicuro e ben retribuito, una giovane donna di una minoranza etnica non poteva raggiungere l’indipendenza economica; per ogni lavoratore a riposo con un trattamento pensionistico ricco ed appagante, un bambino povero non riceveva il nutrimento che avrebbe fatto di lui un cittadino produttivo”. (R, Z, p.290) Il muro dei privilegi è, insomma, per gli autori strutturale ed impenetrabile.
L’alternativa che il testo propone è semplice e netta: rivolgersi all’imparziale mercato per distribuire le risorse. Fare quindi riferimento al solo “merito economico” per definire risorse e ricompense. Abbandonare criteri “meno quantificabili”, come “solidarietà ed uguaglianza”, in modo che le risorse vengano destinate ai “bisognosi o meritevoli”, anziché alle elité dominanti (R, Z, p.307).
Troviamo, in questi termini, descritta e prefigurata una battaglia di civiltà: lo scontro tra il passato oscuro ed il futuro luminoso; termini come “i paladini dell’apertura economica in ogni paese aperto” (R, Z, p.20), lo scontro tra “competenti ed incompetenti, zelanti ed oziosi”. Una battaglia che, certo, implica sofferenze e perdite che non sono nascoste. In un mercato “competitivo e trasparente” si creano, infatti, sempre “nuovi rischi” e vengono distrutte “forme di protezione tradizionali”. Tuttavia si tratta di prezzi da pagare per raggiungere i luminosi obiettivi indicati.
Il modello cui tendere è semplice: lasciar determinare tutti i prezzi (dunque anche i salari) alle decisioni di una miriade di partecipanti anonimi, nel contesto di un’economia di mercato competitiva; lasciando quindi che la “mano invisibile del mercato” sostituisca “burocrati e politici” in tutte le decisioni che riguardano “cosa viene prodotto e chi viene ricompensato”.
Per ottenere questo risultato è ovviamente necessario che sia pienamente sviluppata la finanza e che sia aperta la competizione internazionale. La seconda apre i mercati alla concorrenza esterna ed obbliga “le elité ad abbandonare la politica e a concentrarsi sul più arduo compito di difendere la propria posizione sul mercato seguendo la via più difficile: diventare più efficienti” (R, Z, p. 362). La concorrenza lascia i governi e le elité senza scelta, devono adeguarsi al miglior competitore o essere cancellati. Diventa in questo modo loro stesso interesse essere efficienti.
Questa apertura, nel contesto di una finanza pienamente sviluppata, genera ovviamente una serie di trasformazioni che non sono nascoste nel testo di Rajan e Zingales, ma che sono giudicate positive: aumenta la mobilità dei lavoratori, il potere degli investitori sul management, la distruzione creativa, si afferma solo il più efficiente ed il più forte, aumenta l’innovazione. La finanza, in particolare, viene letta come “l’elisir” che alimenta il processo di distruzione creatrice e ringiovanisce continuamente il sistema capitalista. Infatti una finanza pienamente sviluppata secondo gli autori rende disponibili i capitali anche a chi non ne ha ed agli outsider volenterosi e meritevoli. Riduce, infatti, man mano che si sviluppa la necessità di garanzie ed i tassi applicati essenzialmente tramite l’allargamento della platea e la sempre più efficace gestione del rischio. Il testo del 2003 elenca, in modo entusiasta, tutte le innovazioni e trasformazioni degli anni novanta e seguenti: i fondi speculativi (private equity); i derivati e le cartolarizzazioni; gli junk bonds ed il ruolo di Milken nella loro promozione (R, Z, p 82) che i rende “notevolmente interessanti e sicuri”; il modello Black-Scholes-Merton (p.54) secondo il quale un calo dei prezzi generalizzato aveva un tempo di ritorno di ere geologiche; i guadagni “ben meritati” di banchieri e consulenti (p.57), quelli dei finanziatori “che meritano quel che guadagnano” (p.75); il Long Term Capital Management e le sue scommesse (arbitraggi) che lo portarono al fallimento ed al salvataggio orchestrato dal governo; i compensi degli alti dirigenti e la trasformazione dei “ricchi oziosi in ricchi operosi” (p.106); i “rigidi controlli” interni del mercato che controllano efficacemente i rischi dimostrando “l’onestà e l’autocontrollo dei mercati finanziari” (p.113), come si è abbondantemente visto.
Se questo è comunque il modello da prediligere, i suoi effetti benefici per gli autori sono essenzialmente due:
>i liberi mercati, con una finanza completamente sviluppata, “trattano tutte le persone allo stesso modo, annullando l’importanza del potere” (R, Z, p. 12);
>promuovono la libertà economica “ponendo l’essere umano, più che il capitale, al centro dell’attività economica” (R, Z, p. 31) e favoriscono il passaggio “da un’aristocrazia di soli ricchi a un’aristocrazia di ricchi e capaci. La rivoluzione finanziaria sta aprendo le porte dell’aristocrazia a tutti. Anziché il capitale essa pone l’essere umano al centro dell’attività economica perché, quando il capitale è liberamente disponibile, a creare ricchezza sono le competenze, le idee, il duro lavoro, inevitabilmente, un pizzico di fortuna” (R, Z, p. 106).
Certo, tutto questo porta anche maggiori rischi ed instabilità; rende possibili “bolle” come quella di internet (che era scoppiata appena un anno prima), dalla quale molti investitori escono “più tristi, più poveri e senz’altro più saggi”. Ma con il progressivo allargamento del mercato, e la salutare azione degli “arbitraggisti” (come il citato LTCM), favoriti dai nuovi prodotti finanziari “derivati”, la ripetizione è giudicata improbabile. Nel 2003 gli autori scrivono che “vi sono ragioni di credere che difficilmente possa ripetersi a breve qualcosa di molto simile alla bolla di internet” (R, Z, p. 120). Come vedremo in seguito, uno di essi, Rajan, alcuni anni dopo muterà opinione (Raghuram Rajan è stato uno degli economisti che hanno previsto il crollo del 2008, chiedendo che la bolla immobiliare venisse “sgonfiata” in tempo).
Ma alla fine come si ottiene questo risultato di progresso e avanzamento tanto desiderabile? Lo abbiamo già visto, la leva fondamentale proposta è lasciar agire un vincolo esterno che costringa le elité a lasciare la presa sulle politiche economiche, sotto la pressione concorrenziale proveniente da oltreconfine. In questo modo la riduzione del potere dello Stato, ad adottare provvedimenti inefficienti (a vantaggio di pochi ed a discapito della maggioranza), va a vantaggio di un mercato efficiente. Certo viene riconosciuto che questo porterà allo sfaldamento delle reti sociali e dei relativi vincoli (R, Z, p. 339), e che questo può lasciare i cittadini esposti alle fluttuazioni di breve periodo (in particolare nelle fasi di distruzione creativa), ma questo è alla fine inevitabile e positivo. Per attenuarlo (in modo che gli svantaggiati non si uniscano alle elité, saldandosi contro l’innovazione ed i liberi mercati) è utile estendere la rete di protezione verso le persone e non verso le aziende in difficoltà.
Si tratta, in effetti, di una sorta di paternalismo sui generis; dato che la via politica richiederebbe convincere nell’arena politica e prevalere in essa, e dato che potrebbero esserci difficoltà a convincere della utilità di sfaldare reti sociali e vincoli relativi, si sceglie di costringere allo stesso risultato tramite gli effetti muti, la dinamica economica, il puro rapporto anonimo e la costrizione della logica del denaro; un’apparente scelta tecnica. Anzi, per come è presentata neppure una scelta, si tratta di una dinamica “naturale”, una direzione fondamentale della Storia.
Uscendo momentaneamente dalla ricostruzione del testo e del suo argomentare, proviamo a guardarlo un attimo nel suo insieme: si tratta di un compatto ragionamento che ruota intorno ad un presupposto implicito e una vasta presentazione questa più che esplicita. Una “teoria della democrazia”, non discussa ma solo allusa, datata e che implica una specifica filosofia morale, altrettanto antica e discussa. Ed una “Filosofia della Storia” platealmente esibita.
Per la prima vengono citati Marcur Olsen e George Stigler, secondo i quali la democrazia reale è ostaggio dei piccoli gruppi organizzati di pressione che sono in grado di imporre la loro “agenda” nel corso delle periodiche competizioni elettorali ed essere quindi sovrarappresentati nel governo conseguente. Ciò avviene perché “il pubblico” è disinteressato, apatico e sfiduciato, non presta sufficiente attenzione e non ha adeguate competenze per dirimere le questioni che gli vengono sottoposte. E’ quindi ostaggio delle retoriche proposte. Il “pubblico” è, infatti, visto come mera somma di individui egoisti, interessati solo ai propri immediati interessi. Si tratta di una rappresentazione non priva di parziale aderenza alla realtà, ma che sottovaluta (anzi tende a non vedere) proprio quella dimensione sociale che gli autori riconoscono “disciolta” dai mercati “liberi”. Cioè quella capacità di outorganizzazione dei sistemi sociali che li possono rendere resistenti alle retoriche interessate proposte dai gruppi di interesse organizzati; quel continuo formarsi di arene di discussione ed aree di contropotere; quel sedimento di culture locali, tradizioni, forme di vita e identità capaci di sviluppare azione e resistenza. Sono queste dimensioni che rendono densa la nostra vita comune e che tendono ad essere ignorate dall’individualismo liberale “atomistico”, presentato come semplice fatto in questo testo. Nello stesso modo, dietro questo prevalere della ragione economica, dietro l’automatica desiderabilità dell’efficienza (intesa come semplice manifestazione del maggiore output possibile a parità di fattori di produzione) è presente una illustre e antica filosofia morale: l’utilitarismo. Ed inteso nella forma più rozza. Ad esso può essere opposto, ad esempio, il contrattualismo di un John Rawls per il quale la distribuzione non è un fattore ingiudicabile, ma un elemento essenziale dell’assetto di una società “ben ordinata”.
Venendo alla “Filosofia della Storia”, presentata tramite ampie ricostruzioni (anche se molto sommarie e fortemente unilaterali) che riconducono sostanzialmente lo sviluppo di ogni sistema economico e sociale a tre “fasi”: 1- il rispetto della proprietà da parte dello Stato (tendenzialmente “predatore”), che fa partire l’evoluzione economica in senso moderno; 2- l’affermazione della democrazia sulle elité (cui si contrappongono, come detto, le “masse non organizzate dei cittadini”, p.16), grazie alla quale la dinamica dello sviluppo economico prende forza; 3- la reazione e lo scontro finale tra la “tirannia” delle elité e i mercati “liberi e competitivi”, nel quale si definisce il destino del “libero mercato” e delle sue forze.
Questo scontro fondamentale, viene ripercorso nella storia: si ricordano i templari ed il loro violento esproprio da parte del re di Francia (p. 160); la trasformazione dell’aristocrazia inglese e la “gloriosa rivoluzione”, la cui causa economico-sociale è ricondotta alla distruzione del latifondo ed all’affermazione del nobile di campagna (p. 174); la rivoluzione francese (p. 179); la nuova finanza con Napoleone III (p. 207); più di recente la svolta di Mitterand (p. 222) e la vicenda del Giappone. Tutta la Storia è ricondotta, insomma, ad uno scontro tra “liberi mercati” e “avidità dei governi e delle elité” in cerca di protezione. L’assialità è chiaramente verso la maggiore efficienza determinata dai primi.
Più recentemente viene ricostruita: la vicenda del “Gold standard” (p. 240), con la liberalizzazione dei mercati delle merci e capitali che portò con sé (ma anche con la necessità di riassorbire gli squilibri solo tramite la riduzione dei prezzi e salari interni); quindi la crisi del 29, con il discredito dell’economia aperta anche derivante dalla maggior forza delle organizzazioni dei lavoratori (p.243); l’economia di guerra e la successiva la svolta del dopoguerra, con nascita del “capitalismo delle relazioni” (nel quale il compromesso attivato tra capitale e lavoro è stato giocato a spese del capitale finanziario “speculativo”), che è una forma di risposta politica alla depressione resa necessaria dall’incapacità di attendere che le forze del mercato rimettessero tutto a posto da sole (per via di deflazione e disoccupazione); un compromesso che ha sovrainteso a trent’anni di crescita ed ha portato a leggi come il Glass-Steagal Act (che separava le banche d’affari da quelle commerciali) presentato sorprendentemente come un caso di corruzione del governo da parte delle banche di affari (p. 261). Un sistema che, per gli autori, è crollato alla fine a causa di tre carenze diventate insopportabili: la scarsa innovazione; i pochi sbocchi per il capitale diventato sempre più rilevante; la scarsa “distruzione creativa”.
Tralasciando la stranezza di considerare il periodo 1945-1971 come momento di scarsa innovazione (non credo sia il caso e ci sia lo spazio per elencare le innovazioni di quei trent’anni), vengono portati alcuni esempi come il Capitalismo Renano, nel quale “il capitale circola entro una cerchia di imprese connesse” e resta difficile avere trasparenti resoconti di ogni cosa (p. 296) o il caso giapponese.
Ora, quali sono alla fine gli obiettivi per i quali tale trasformazione, così combattuta e dai costi sociali così ingenti, si fa preferire? Gli autori indicano quattro dimensioni:
>L’utopia di una finanza accessibile a tutti (p. 76);
>Una società più ricca “perché potrà far fruttare i talenti di tutti i cittadini anziché solo quelli di una maggioranza privilegiata e dagli orizzonti limitati” (p. 316);
>“Impedire l’eccessiva concentrazione del potere economico e fare in modo che chi controlla le risorse economiche sia in grado di usarle efficientemente” (p. 349);
>Determinare un gioco trasparente ed equo, al quale partecipino tutti, e “nel quale prevalgano coloro che fanno fruttare le risorse nel migliore dei modi” (p. 368);
>Ottenere una maggiore disponibilità di capitale che compensi i mali del capitalismo (“la tirannia del capitale sulla manodopera, l’eccessiva concentrazione dell’industria, la distribuzione ineguale del reddito a favore dei proprietari dei capitali, la mancanza di opportunità per i poveri”, p. 369).
In definitiva tutto il testo è un insieme molto compatto; un vero sistema-mondo chiuso ed autoreferente, non privo di coerenza interna ed eleganza intellettuale.
Presenta una compatta Filosofia della Storia ed un naturalismo ingenuo che gli è coerente; un modello di mondo e di democrazia nel quale ci sono solo individui e masse contese, non società e identità collettive; una filosofia morale coerente, anche se implicita con l’utilità economica ad unico obiettivo; un punto di vista “dall’alto per l’alto”, che però è visto come se fosse dal basso; il dominio assoluto del “punto di vista economico” e della sua efficienza; un modello in definitiva semplice ed un’astuzia rivelante; obiettivi completamente traditi dai fatti.
Per chiudere la lettura vorrei quindi aggiungere quattro critiche:
>Strabismo, gli autori vedono solo gli attori economici favoriti e “vincenti”, perché al centro dell’innovazione finanziaria e delle industrie collegate: i manager apicali, i lavoratori della conoscenza, le aziende internazionalizzate (che per pudore non sono mai nominate come “multinazionali”), i ricchi “dinamici”. Di tutti questi i meriti sono riconosciuti ed i cospicui guadagni lodati come “ben meritati”. Invece il testo descrive gli altri come “elité” oziose. Giudicate “oziose” perché meno efficienti in rapporto alle prime, e perché legate all’ambiente locale, tanto quante le prime sono slegate ed internazionali. Perché parti del contratto sociale che si vuole sciogliere (iniziando dal fatto di non vederlo e confonderlo con la corruzione dello Stato da parte di gruppi di pressione). Lunga parte del testo è spesa, infatti, per attaccare il “capitalismo delle relazioni” nella sua declinazione renana, in quella svedese ed in quella giapponese. Tutte giudicate inefficienti e perdenti, oscure ed immorali.
>Ideologia, il legame interno tra la Filosofia della Storia proposta ed il naturalismo darwiniano, esibito in più luoghi, si incontrano nel sogno del “mercato libero e competitivo” che non esiste e non può esistere. Si tratta di un oggetto ideologico nella sua costruzione, nella sua funzione di promozione dei “vincenti”, ed in quella di arma nei confronti delle plurime versioni del vero nemico: il legame sociale. Un sogno che ne contiene un altro: la “mano invisibile”, che è tale per lo stesso motivo.
>Falso realismo, la concezione atomistica della realtà sociale, incapace di vederne il “tessuto” politico e morale, perde le relazioni dense che legano tra di loro uomini e gruppi; relazioni che li rendono capaci di resistere alle forze interessate tanto temute (ed ovviamente reali). Relazioni che reggono identità con un loro specifico profilo ed assetti di sapere e potere caratteristici. Gli autori le vedono solo quando riconoscono che il mercato “libero” le scioglie.
>Reale fallimento, tutti gli obiettivi indicati sono, col senno dei dieci anni trascorsi, completamente falliti. O meglio, lo sono per la generalità della società. In effetti si sono realizzati solo per le vere elité, che gli autori evitano di chiamare con questo nome perché le considerano progressive.
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