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sabato 28 settembre 2013

Colin Crouch, Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo.


Nel 2011, Colin Crouch (ormai professore emerito alla Business School dell’Università di Warwich, di cui fu Direttore) scrive questo libro sul neoliberismo costruito intorno ad una semplice domanda: perché la crisi delle materie prime ed economica degli anni settanta ha fatto crollare il keynesismo, mentre la gravissima crisi finanziaria endogena odierna non ha fatto crollare il neo-liberalismo?



La risposta è semplice: perché il neo-liberalismo “realmente esistente” è l’ideologia di un attore economico e sociale ancora dominante, mentre il keynesismo era un’ideologia adatta ad un attore declinante. Questa risposta di stampo sociologico è condotta con i mezzi della ricostruzione storica e dell’interpretazione economica.
Il neo-liberalismo “realmente esistente” (e la sua versione ideologica più militante, la Scuola di Chicago) non è, in altre parole, favorevole al mercato. Cioè alla libertà dei mercati (che presuppongono, tra i molti requisiti chiave, basse barriere all’ingresso ed all’uscita), ma al predominio delle imprese giganti. Questa ideologia è quindi favorevole al momento, perché oggi gli attori chiave non sono due (Stato e mercato) ma tre (occorre aggiungere le “imprese giganti”). Cioè le imprese in grado di influenzare i mercati grazie alla propria forza predominante contemporaneamente in più paesi. Del resto “liberalismo”, ci ricorda Crouch, è un termine ambiguo che nel corso della storia ha assunto più volte significati diversi; si va dal seicento e settecento, nel quale i liberali si opponevano allo Stato Assolutista, alla successiva divisione in due correnti –conservatrice e progressista- nell’ottocento, una delle quali sosteneva lo Stato contro i movimenti dei lavoratori che avevano assunto la posizione “dall’esterno”. Al recente rovesciamento, realizzato dall’<<ordoliberalismo>> (che richiama lo Stato minimo, con unica funzione di garantire la concorrenza) che negli USA prende il nome di “neoliberal”. Ed infine allo slittamento determinato dal liberalismo di Chicago, costruito per le grandi imprese e i mercati finanziari.
A seguito della crisi del modello keynesiano, causato sostanzialmente dall’insufficienza della gestione della domanda in presenza di shock dell’offerta esogeni, in un primo momento si definì la riduzione della politica pubblica al solo obiettivo di controllare i prezzi (cioè l’inflazione) tramite la regolazione della moneta (il cosiddetto “monetarismo”). Cioè tramite il rigido controllo del credito (più o meno il contrario di quel che fu promosso in seguito, nel periodo del neoliberismo trionfante). Progressivamente, quindi, si spostò l’enfasi verso il concetto opposto che il meccanismo dei prezzi va lasciato libero di formarsi nelle condizioni di fatto presenti. Questo significa che bisogna abbandonare (in base ad una radicale de-regolazione) anche la lotta ai monopoli, che era un cavallo di battaglia liberale tradizionale. Le imprese (anche enormi) sono quindi contrapposte ai servizi pubblici; le prime sono sempre efficienti ed orientate ai clienti, i secondi sempre incompetenti ed arroganti. In conseguenza qualsiasi cosa accade sul mercato è al di sopra delle critiche.
Crouch rileva un’asimmetria di fondo tra i due settori: “nel privato tutto ciò che si vende è legittimo per definizione; il settore pubblico, invece, almeno in un regime democratico, fa parte di un mondo di dibattito pubblico in cui qualsiasi qualità può essere oggetto di critica” (C., p. 31).  In altre parole, nella sfera del mercato non sono possibili argomenti di natura etica, sono già risolti a priori.
Si sviluppa, in questa direzione un nuovo corpus di principi elaborati in favore delle multinazionali, in particolare da parte della Scuola di Chicago. Le multinazionali garantirebbero, per i teorici liberisti, un “incremento globale di efficienza”, considerato dal punto di vista quantitativo come maggiore produzione di beni e servizi, senza alcun riguardo per la loro distribuzione (che non deve interessare la scienza economica, restando al più problema di pertinenza della politica). A chi sviluppa obiezioni a tale posizione viene risposto che è se la concorrenza tra mercati e multinazionali è ostacolata, resta possibile la concorrenza tra le multinazionali (cioè, anche se la multinazionale schiaccia la concorrenza interna, resta quella internazionale tra aziende giganti), e che alla fine l’aumento di ricchezza massimizza comunque il benessere dei consumatori (C. p. 72).
D’altra parte il Governo (scuola della “public choice”, Ronald Coase) è giudicato sempre inefficiente e distruttore di ricchezza.

Sulla base di queste tesi centrali, prende piede il modello del “trasferimento di rischio” che ha generato col tempo un’immensa espansione del credito e della massa monetaria, soprattutto nei mercati secondari (C., p. 118). Emerge in questo contesto un’altra importante differenza tra il modello della sovranità dell’azionista, promosso dalla Scuola di Chicago, e l’alternativa concezione che vede le imprese riferirsi ad una più ampia serie di stakhelders (come, ad esempio, nel modello Tedesco).

Questi nodi illustrano il punto centrale dell’analisi di Crouch: il neoliberismo ha come vettore centrale la classe dei capitalisti finanziari e centro le principali piazze, dalle quali si è espanso in tutto il mondo (C. p. 131); per questo resiste. Lo scambio (o il compromesso) fondamentale della fase keynesiana, tra capitalismo industriale e forza lavoro (basato su alti salari e alte tasse, per garantire una adeguata redistribuzione) è stato sostituito da uno scambio tra la libertà di accumulare risorse nella finanza in cambio di un’espansione del debito. Una sorta di “keynesismo privatizzato”, imperniato su strumenti di gestione e trasferimento del rischio che consentivano di allargare il credito anche in assenza di alti salari e redistribuzione. Una sorta di miracolo, o moltiplicazione di pani e pesci, basato sullo sfruttamento di “bolle” sempre più grandi. Un modello che non si può rubricare come semplicemente parassitario, anche se altamente instabile sul medio-lungo termine. Si tratta di un modello intenzionale; i beni durevoli furono esclusi dalla politica di contenimento dei prezzi che spingeva in basso beni e servizi (e dunque stipendi). Il modello sociale iniziò a dipendere allora dai consumatori e dai debitori (e quindi consumatori di credito, la nuova industria dominante). La conseguenza è importante: [si] “provocò un marcato spostamento a destra di tutto lo spettro politico, collegando gli interessi collettivi e individuali di tutti ai mercati finanziari, che nel loro operare producono forti disparità e danno vita a grandi concentrazioni di ricchezza” (C. p. 137). Purtroppo questi mercati iperveloci ed interconnessi non consentono di attribuire il giusto valore ai beni scambiati e nascondono informazioni essenziali (lo abbiamo visto chiaramente nella crisi del 2008), quindi generano decisioni autodistruttive, allocano male le risorse ed in ultima analisi le distruggono più che crearle. Qui sta il loro tallone di Achille.
Si tratta di un paradosso: una particolare forma di irresponsabilità individuale e collettiva che si trasforma in un bene collettivo meritevole di tutela pubblica (come si è visto quando le banche sono state salvate, al fine di evitare disastri peggiori). Un gigantesco azzardo morale nel quale siamo tutti coinvolti.
E dal quale non sarà facile, né indolore uscire. Per Crouch, potrà essere utile un mercato bancario a due livelli, ma nel lungo periodo sarà necessaria una più forte autoregolazione (che qualifica come “volontaria e flessibile”), sul modello della Corporate Social Responsability. Qualcosa del genere dell’antica nozione del “noblesse oblige”.

In definitiva, e per concludere la nostra lettura, come in “Postdemocrazia”, l’analisi di Crouch è incisiva nel suo svolgimento “destruens”, mentre risulta vaga e leggermente disfattista in quello “costruens”. Come uscire da questi dilemmi, sembra dire, dovremo scoprirlo facendolo.

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