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martedì 1 ottobre 2013

Jean Paul Fitoussi, Il teorema del lampione

Jean Paul Fitoussi è un importante economista francese, da lungo tempo attivo nel dibattito sull’euro ed i destini dell’Unione Europea. QuinQuinIn questo breve ma denso libro, del 2013, impernia la sua critica sulla, ormai rituale di una certa letteratura economica “di sinistra”, critica dell’ideologia liberista e della situazione che si è generata negli assetti mondiali (sul piano macroeconomico e micro) e dell’Unione Europea in particolare. Il testo contiene, tuttavia, una meno solita critica dei sistemi di misurazione dei risultati e degli standard come causa connessa con il prevalere di tale cultura economica.
La tesi chiave è dunque che i nostri “riflettori” sono puntati nella direzione sbagliata e ci fanno vedere un territorio nel quale non ci sono problemi (nascondendoci, o meglio non illuminando, il luogo dove invece sono). In particolare i riflettori sono puntati sulla “stabilità dei prezzi” e sulla teoria dei mercati concorrenziali, mentre oscurano il fatto (ormai ampiamente dimostrato) che tale stabilità, lungi dal portare benessere a tutti, è perfettamente compatibile con la più grave instabilità aggregata economica e finanziaria. Abbiamo, dunque, obiettivi “mal misurati e non realmente rilevanti”, a guida della nostra azione collettiva. Non marginalmente questo strabismo è causato da una diffusa diffidenza verso la democrazia, cioè dalla paura (di molti) che “il suffragio universale porti ad un’uguaglianza troppo grande” (F., p. 7).

Questo timore porta a configurare una teoria nella quale non c’è bisogno della politica, perché tutti i problemi sono già risolti, senza incertezze fondamentali (in questo una concezione della conoscenza particolarmente antiquata), nell’ipotesi di partenza (“l’agente razionale” e la “teoria dell’equilibrio generale”). Una sorta di favola per bambini, nella quale non ci può essere disoccupazione, è sufficiente una banca indipendente che annuncia le sue politiche per governare l’inflazione e non ci possono essere “bolle” per definizione (gli “agenti razionali”, liberamente connessi tramite i mercati concorrenziali, determinano sempre i prezzi giusti).
Questa teoria apre la strada (nella sua semplicità ed eleganza) alla formalizzazione matematica che contribuisce fortemente a rafforzarla. Tuttavia un sistema formalizzato può essere coerente e logico, senza essere completo e pertinente. Questo è precisamente il rischio che corre.
In particolare diventa evidente se si osserva che nei modelli vengono inseriti “fatti” stilizzati e ridotti ad astrazioni. Ma non esistono “fatti puri e semplici .. i fatti economici si lasciano avvicinare soltanto per mezzo di costruzioni intellettuali che chiamiamo metriche.” Inoltre ci sono “fatti osservabili” (come l’occupazione, che si può misurare) ed altri -essenziali per la teoria-  che lo diventano solo passando attraverso teorie ed ipotesi “spesse” (esempi sono la “crescita potenziale” e la “produzione pubblica”).

Poiché tutte le evidenze vanno in direzione contraria, per Fitoussi, bisogna dunque ammettere, anche alla luce della dura lezione della crisi del 2008 che: la domanda può essere insufficiente e la semplice discesa dei salari può essere inefficace a farla riprendere; di solito i mercati (come sapeva anche Keynes) non determinano prezzi corretti, dunque le bolle esistono e sono anzi normali.
Quel che abbiamo visto, nella crisi del 2008, è infatti che la finanza è complessivamente irragionevole, genera –soprattutto nel “sistema ombra”- castelli di carte sempre più elaborati, nella speranza che “gli alberi possano crescere fino al cielo” (F., p. 47); che inoltre è cresciuta fino ad assorbire il 40% dei profitti sociali, esercitandosi in quella che Fitoussi chiama “una predazione insostenibile”. Cioè “il prelievo del predatore (il sistema finanziario) sulla preda (i redditi da lavoro) [che è] diventato esorbitante, al punto da mettere in pericolo la preda e dunque la sopravvivenza del predatore” (F. p. 68).
Quel che si determina, su larga scala, tramite questa “predazione” esorbitante è in effetti la distruzione del risparmio tramite investimenti inefficienti, mal valutati, sempre più compulsivi. Tramite la cattura in “bolle” sempre più grandi (che esplodendo, appunto, lo distruggono). Bolle alimentate dal lassismo (Greenspan) delle politiche monetarie, dai disequilibri globali della bilancia dei pagamenti di troppi paesi del mondo e dal sistematico trasferimento “predatorio” dei rischi verso i più deboli e meno informati.
Troviamo, in questo punto dell’analisi l’ormai consueta denuncia dell’insufficienza del risparmio in America, accompagnata dall’eccesso in Germania e Giappone (anche a causa dell’invecchiamento della popolazione) e la conclusione, ovvia ed a esempio ribadita anche da Stiglitz e Rajan da opposte sponde, che “non tutti possono [contemporaneamente] fare eccedenze” (F.,p, 79).

Dunque abbiamo avuto in questi anni, al posto di un arricchimento generale, un’abbondanza molto selettiva. Una costante crescita delle ineguaglianze e la tendenza (conseguente) alla debolezza strutturale della domanda. Queste debolezze sono, in effetti, il frutto “avvelenato” di politiche pubbliche che hanno posto al centro la concorrenza fiscale (al ribasso) e sociale. Questo da una parte ha drasticamente ridotto la parte di ricchezza disponibile per la spesa della parte più debole della società (mentre quella più forte risparmia e contribuisce all’espansione della sfera finanziaria, che a sua volta alloca i risparmi sottratti in investimenti speculativi a breve termine ed in bolle, distruggendoli). Dal’altra, le carenze di governance, determinate dalle politiche aggressive (ed esse stesse predatorie) del FMI, in particolare nelle crisi degli anni novanta, come mostrato esemplarmente da Stiglitz, hanno portato alla tendenza ad accumulare riserve per tutelarsi da sé (con ciò contribuendo alla ulteriore riduzione della domanda). Rende infine tutto insopportabile l’assenza di una moneta di riserva realmente internazionale (il dollaro è la moneta americana, per chi non lo ricordasse).

In questo contesto poco felice l’Unione Europea aggiunge peculiari problemi: una crisi dei debiti sovrani e bancaria strettamente interconnesse e causate entrambe dallo stesso “vuoto”. L’Europa è “l’impero del vuoto”, un luogo nel quale la sovranità è stata ceduta (dagli Stati democratici e “sovrani” agli organismi sovranazionali) ma non sostituita da una sovranità europea. Abbiamo quindi un orientamento di politiche economiche che è più simile ad una gestione condotta da autorità indipendenti (dalla democrazia) che ad un processo decisionale politico. Fa capolino, qui, con forza e chiarezza quel timore per il suffragio che ispira buona parte della pratica e teoria economica contemporanea (e non solo).
Per Fitoussi ne deriva un deficit di potere, riflesso del deficit democratico dell’Europa: “da un lato una legittimità senza strumenti, dall’altro strumenti senza legittimità” (F. p.107). Una critica che ricorda quella di Habermas e di Streeck.

In questo contesto si capisce come l’unico strumento economico rimasto per ridurre gli squilibri competitivi sia la deflazione (cioè la flessibilità di salari e prezzi in discesa); ma si tratta di uno strumento distruttivo e socialmente pericoloso. Lo stesso che il FMI applicò, con scarso successo, ai paesi asiatici costringendoli ad apprendere la lezione che non bisogna mai ricorrere all’aiuto. Questa lezione è il contrario di quel che servirebbe all’Unione Europea ed il contrario dell’Unione. Non da ultimo, in una crisi di debito (privato e pubblico); infatti la deflazione non fa che espanderlo in termini reali, E’ dunque l’esatto contrario di ciò che servirebbe. Potremmo vedere in Grecia (e poi negli altri paesi) la povertà crescere, la disoccupazione aumentare, la rivolta “tonare” e la democrazia “evaporare”. (F, p. 117)

C’è anche una dimensione più tecnica in questa crisi: gli stati europei si indebitano in una moneta straniera (di cui non hanno controllo), ne consegue un paradosso: “i debiti sono sovrani, ma la moneta non ha sovrano” (F. p. 120). Questo intenzionale effetto (altra immagine della paura della democrazia) determina la piena libertà del mercato di mettere sotto pressione gli Stati, costringendoli alla disciplina della contrazione competitiva di salari, diritti civili e politici, schemi di distribuzione. In conseguenza i soldi in effetti “scappano” dal sud verso il nord: “ci si affida allo <<spirito animale>> del mercato perché ridistribuisca brutalmente la ricchezza tra i paesi”. In queste condizioni diventano inevitabili, per tutti, politiche concorrenziali non coordinate (che è come dire, la guerra economica di tutti contro tutti), in una sorta di “vincolo di non cooperazione” che finirà per distruggere l’Unione Europea stessa (come pensa Streeck e teme Habermas). Una lotta senza fine, ed al ribasso, che continuerà, a meno di non rendere simmetrico il vincolo di aggiustamento (non solo chi da deficit di bilancio, ma anche chi ha surplus li deve ridurre). Purtroppo “i creditori tentano di assumere il comando” anche se, in ultima analisi, sarebbe anche contro i loro interessi (infatti se le politiche di aggiustamento, dopo tante lacrime e sangue, avessero successo vorrebbe dire che i paesi “discenti” faranno concorrenza ai “maestri”). La disinflazione competitiva, infatti, non sono altro che politiche di inseguimento della domanda altrui. Un “testacoda” difficile da capire (F. p. 168).

Il problema, in definitiva, di questa “Europa a tutela tecnocratica” è che si tenta di affrontare un problema costituzionale (il vuoto di sovranità ed i difetti di costruzione) come se fosse un problema economico (F. p. 147). E di farlo imponendo regole rigide, nel timore della discrezionalità democratica.


Ma perché queste politiche si affermano, malgrado i loro costi ed evidente contraddizione? Qui Fitoussi affronta uno dei suoi temi preferiti: il sistema di misurazione, inventato negli anni cinquanta per una società ed economia del tutto diversa (molto meno ineguale e molto più coesa) oscura molti di questi fenomeni, dando l’impressione di un progresso dove non c’è. Il PIL rappresenta una media che non descrive correttamente la posizione di nessuno. Una media è, infatti, tanto più rappresentativa quanto più e bassa la dispersione degli individui intorno ad essa. Se, invece, si osservasse il reddito “mediano” (cioè quello rispetto al quale il 50% è sopra e il 50% è sotto) si vedrebbe come questo è sceso dal 2010 rispetto al 1997. La crescita si è avuta quindi a spese della ineguaglianza e all’impoverimento nella metà inferiore della piramide sociale. Buona parte della crescita registrata (negli USA il 40%) è dovuta poi alla finanza, che andrebbe esclusa dal calcolo del PIL perché “intermedia” (cioè mero, almeno in gran parte, trasferimento di ricchezza e non sua creazione).
D’altra parte anche il calcolo del debito andrebbe allargato a tutte le sue componenti ed al patrimonio (contraltare indispensabile, infatti se cresce insieme debito e patrimonio la situazione non peggiora, se il debito è stabile ed il patrimonio cala la situazione peggiora). Quel che si vede in questa ottica è che le politiche di austerità non fanno altro che ridurre il patrimonio, il capitale sociale, il capitale naturale ed il capitale pubblico. Probabilmente senza neppure ridurre il debito pubblico.

E’ questo conveniente?

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