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venerdì 13 settembre 2013

Colin Crouch, Postdemocrazia

Nel 2003, il sociologo e politologo inglese Colin Crouch, direttore dell’Institute of Governance and Public Management della Business School dell’Università di Warwick, ha scritto questo breve testo nel quale sostiene che negli ultimi anni la democrazia stia subendo una trasformazione profonda. Ceda progressivamente terreno all’influenza asimmetrica delle elité privilegiate, in particolare economiche, perdendo sostanza egualitaria. La democrazia richiede, infatti – nell’accezione di Crouch – un certo grado di impegno da parte di gruppi ed organizzazioni in favore della definizione di priorità politiche e della focalizzazione di bisogni.

Nel testo viene ricostruita brevemente, come d’uso, la storia degli ultimi quaranta anni, nella fase keynesiana ed in quella successiva. In coincidenza con la crisi e la progressiva ritirata del Welfare State (l’analisi è comprensibilmente concentrata sull’Inghilterra), l’autore sottolinea la crescita “rilevante e diversificata” dei gruppi impegnati nel “self help”, nelle reti di cooperazione, nelle attività assistenziali di quartiere e nel volontariato, impegnate a riempire il vuoto. Si tratta di movimenti che si allontanano dalla politica e dunque identificati da Crouch come ulteriori segni dell’indebolimento della democrazia. Il punto merita un approfondimento: la democrazia è un concetto politico per definizione, prevede infatti la formazione comune della volontà e la definizione di corsi di azione in comune. Può giovarsi, naturalmente, di spontanea autoorganizzazione dal basso dei cittadini, ma deve filtrarli in input politici di decisione. Altrimenti non differisce dalle forme di organizzazione sociale di prossimità e solidaristica tra consanguinei e compaesani, comuni a tutte le società meno strutturate e tradizionali. Forme degne e meritevoli di rispetto, ma altra cosa rispetto alla democrazia come forma di governo. La democrazia ha sempre un momento universalista.
Un’altra distinzione viene operata da Crouch con riferimento all’azione delle lobby e delle campagne di pressione rivolte ad influenzare la decisionalità pubblica. Tali espressioni sono tipiche di società liberali forti, ma ancora non coincidono con una democrazia forte. Anzi, in alcuni casi, possono anche essere in competizione con essa. Per il politologo inglese, infatti, “la democrazia richiede una certa eguaglianza di massima nella reale capacità di influire sui risultati politici da parte di tutti i cittadini” (C., p. 22). Il liberalismo richiede solo opportunità plurali. Si tratta di una tendenziale tensione che nasce nella spinta della democrazia alla riduzione dell’ineguaglianza (del tutto compatibile, invece, con il liberalismo). In altre e più sintetiche parole: “il mondo dei gruppi di interesse, dei movimenti e delle lobby appartiene al campo politico liberale piuttosto che a quello democratico, un campo in cui poche regole governano le modalità per esercitare un’azione politica”.
La libera azione delle lobby determina fatalmente una distorsione della democrazia per effetto del trasferimento del potere economico in potere politico. Una traduzione che si determina inevitabilmente anche tramite il finanziamento dei partiti e l’accesso ai media. Su questo terreno viene portato ad esempio (negativo) il caso italiano.
Da queste considerazioni nasce l’utilizzo del termine “post democrazia”. Si tratta di enfatizzare nel continuum di posizioni da una fase iniziale (pre-democratica) nella quale la formazione sociale e politica in oggetto non è ancora presente, ma ne sono attive le premesse e se ne vede l’assenza, ad una fase (democratica) in cui se ne ha la pienezza dell’affermazione, in una (appunto, post-democratica) in cui qualcosa di nuovo inizia a superare e ridurre l’importanza dei fattori che caratterizzavano la fase “piena”. Oggi, in altre parole, secondo l’autore stiamo andando “oltre” la democrazia; superando i pesanti compromessi del novecento e le contrapposizioni frontali ad esso caratteristiche, verso una sensibilità politica più flessibile. Stiamo andando oltre l’idea di governo del popolo ed in una certa misura oltre l’idea stessa di governo. Le conseguenze sono: perdita di prestigio e di deferenza del governo, mutazioni profonde nell’approccio alla politica da parte dei mass media, una posizione “subalterna e scomoda” del mondo politico, che tende ad imitare i metodi del mondo dello spettacolo e della commercializzazione dei beni. Saremmo, in altre parole, nella parabola discendente della democrazia.
Da una parte le tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica e di accesso ai media diventano più sofisticate, mentre i programmi e le “caratteristiche della rivalità” diventano più vaghi. La partecipazione diventa passiva e rarefatta, le organizzazioni politiche diventano più frammentate. In alcuni paesi si registrano, per Crouch, fenomeni caratteristici: tendenza a superare il carattere universalistico del welfare, per relegarlo nell’assistenza di bassa qualità ai poveri, marginalizzazione dei sindacati, incremento ineguaglianze e potenziamento del ruolo repressivo dello Stato, riferimento della politica agli interessi delle elité economiche, marginalizzazione elettorale (autoesclusione) dei deboli. Svolge un ruolo anche la personalizzazione, di cui esponente primario nel racconto è il nostro Silvio Berlusconi, con la sua innovativa campagna del 2001 (o quella di Pim Fortuyn in Olanda).

Nell’analisi di Crouch l’istituzione chiave del mondo post-democratico è l’azienda globale con la sua capacità di mettere sotto pressione, e ricattare, la politica locale, e – non ultimo – con la sua enorme disponibilità economica. Tra i fattori di pressione, quelli a ridurre la pressione fiscale che in genere si sposta dalle aziende ai cittadini. Nello sforzo, a questo punto, di contenere l’incremento di pressione fiscale ne fanno le spese i servizi erogati. Si tratta per lo più di “aziende fantasma”, controllate da azionisti virtuali (e continuamente cambiati) e organizzate in reti mobili (di partecipazioni).
Tramite la diffusa prassi della sponsorizzazione alla politica (palese ed occulta) le aziende arrivano a influenzare profondamente l’agenda pubblica e la stessa ricerca delle informazioni. Un’altra forma di influenza è intellettuale: sempre più spesso i consulenti coinvolti nei processi di formazione delle politiche sono scelti da quel mondo. Si forma una nuova classe dominante che attraversa le barriere porose tra Stato e Impresa Globale, e rappresenta “il fattore centrale di crisi della democrazia” (C., p 60).

Questo fattore di crisi trova ragione nella perdita di riferimenti centrali (cioè di base sociale) da parte dei partiti tradizionali. Il contemporaneo declino della classe operaia, già dalla metà degli anni sessanta in alcuni paesi, causato dal continuo aumento della produttività e dell’automazione, in uno alla crescita delle attività di servizio (incluso quelle del welfare state), determinò infatti in essa la perdita del senso del futuro. Ne consegue l’impegno crescente solo in battaglie difensive, protezionistiche.
D’altra parte, i gruppi di lavoratori diventati maggioranza (professionisti, amministrativi, addetti al commercio ed impiegati statali, addetti al welfare associativo, bancari, burocrati, …), pur essendo normalmente più istruiti e godendo di condizioni di lavoro e reddito migliori, sono caratterizzati da sindacati di categoria deboli (con significative eccezioni) e comportamenti elettorali diversificati. “Mancano le tendenze nette delle classi operaia e borghese” (C, p. 66). Hanno posizioni molto disperse, salvo che su alcuni temi, nei quali esercitano azione di interdizione significativa (ad esempio, sono forti sostenitori dello Stato Sociale, soprattutto su salute, pensioni e istruzione). Le loro categorie sono attraversate da frazioni e divisioni profonde (gerarchiche, di genere).

Questi spostamenti hanno in una prima fase lasciati liberi i partiti di riferimento (esempio il New Labour in Inghilterra) di tentare di diventare “partiti per tutti”, lasciando la propria “base”. Ma un partito senza base è nel vuoto. Questo vuoto è stato riempito dalle aziende globali. Lo sforzo di trovare una base sociale alternativa ha portato quindi ad una colonizzazione in parte indesiderata. Il partito post-democratico non ha allora più la classica forma organizzativa a cerchi concentrici, dalla direzione politica nazionale, alle rappresentanze parlamentari, quelle regionali e locali, la base dei militanti; tende ormai ad avere un cerchio di dirigenti, circondato da una cerchia di consulenti e lobby, una sorta di ellisse. Staccati troviamo, quindi, i militanti di base che servivano per le raccolte fondi e dei voti. In entrambe le funzioni essi sono sostituiti dall’ellisse dei lobbisti e delle aziende di riferimento (ormai la raccolta voti si fa più tramite i media ed in televisione e per quello servono molti più soldi). In conseguenza di queste trasformazioni Crouch vede “una elitè interna che si autoriproduce, lontana dalla sua base del movimento di massa, ma ben inserita in mezzo ad un certo numero di grandi aziende che in cambio finanzieranno l’appalto di sondaggi di opinione, consulenze esterne e raccolte voti, a patto di essere ben viste dal partito quando questo sarà al governo” (C, .p 84). L’esempio portato è Forza Italia.

Se si vuole evitare di cadere in questo modello per lo studioso inglese bisogna trovare il modo di “venire a patti” con il Capitalismo Finanziario Globalizzato. Cosa tutt’altro che facile e per la quale l’autore non indica vie concrete.

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