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lunedì 23 settembre 2013

La caduta e le sue ragioni (alcune)


Commento due interventi recenti, il primo sul blog di Alberto Bagnai (Goofynomics), il secondo sul Sole 24 Ore a firma Guido Gentili. Si tratta di una lettura di dati disponibili sull’Euro-Zona e le sue performance economiche negli ultimi anni.
Da entrambe le analisi risulta il fallimento della strategia “riduci i salari per esportare di più” del nord Europa, a causa delle sue necessarie conseguenze economiche e sociali. Bagnai illustra un grafico nel quale è calcolato il reddito medio delle persone a dollari correnti e parità di potere di acquisto rispetto alle altre economie avanzate (un dato relativo, dunque, e rispetto ai nostri diretti competitori); Gentili due grafici nei quali viene mostrata –nel primo - la capacità produttiva industriale per abitante dell’eurozona e delle sue due macro aggregazioni (paesi del nord e del sud) e – nel secondo- lo squilibrio delle partite correnti.
 
 
Dal primo dato emerge che è calato dal 1993 al 2013 il reddito procapite dal 89% della media dei paesi avanzati (USA, Canada, Giappone, …) all’attuale 84%. Questi 5 punti di calo sono concentrati in due periodi: ’01-’05, prima della crisi, quanto al 3%, e ’08-’13, dopo la crisi, quanto al 2%. La spiegazione di Bagnai è semplice: “se paghi meno la gente questa guadagna di meno”, crescono i profitti delle aziende che, evidentemente, non sono “spesi” entro il perimetro europeo (e di ciò bisognerebbe interrogarsi). La conseguente riduzione dei consumi (che sono derivanti dall’aggregazione delle spese tutte, delle persone e delle aziende, in seguito a redditi da lavoro e da capitale) genera un moltiplicatore che deprime i redditi. In altre parole, se pago meno e non spendo il surplus le mie controparti spenderanno di meno e io avrò meno merci (e servizi) da vendere, dunque qualcuno ridurrà la produzione e si ridurrà ancora la spesa aggregata.

Ma vediamo chi spende di meno e chi si riduce.

A spendere di meno sono i lavoratori (in particolare quelli meno qualificati); a ridursi sono i paesi del sud Europa. In questa direzione soccorre il secondo articolo.

Qui troviamo due insiemi di dati: la capacità produttiva pro capite aggregata, e divisa per area Nord e Sud; il surplus delle partire correnti per le stesse aggregazioni. La prima è cresciuta per i paesi del Nord (partendo da una base abbastanza vicina) e calata per quelli Sud, nell’insieme è rimasta stabile (è quindi un gioco a somma zero).
 

 
Il secondo è cresciuto per l’area Nord fino ad un notevolissimo 7% (ben superiore a quello cinese), mentre l’area Sud era in deficit.
 
 
Interessante notare che negli ultimi tre anni, causa la crisi dei consumi, il deficit dell’area Sud è diminuito ma non è calato il surplus del Nord (in quanto è cresciuto l’export extra-Euro).
 
Cosa dire da questi dati? L’idea era che la riduzione dei salari e la flessibilità avrebbe contribuito alla convergenza strutturale, non sta funzionando.

La ricetta la illustra bene Berger in un intervento sul Corriere della Sera di qualche anno fa: «Non esiste una sola via per recuperare competitività, posso solo sottolineare il successo delle riforme tedesche, iniziate nel 2003 con una liberalizzazione del mercato del lavoro e un aumento degli stipendi reali inferiore all'incremento della produttività. Poi è seguito il taglio dei costi del sistema sociale, l' aumento dell'età pensionabile a 67 anni, la creazione di un segmento di bassi salari. Nel frattempo la Germania ha ridotto le imposte all' industria ma aumentato quelle indirette».

L’idea era, come si vede, di vendere più merci all’estero (cioè competere meglio) al prezzo di ridurre la quota di ricchezza distribuita all’interno (ovviamente ai lavoratori ed alla parte debole della società, dal "poi è seguito" in poi). L’espansione della base industriale avrebbe compensato il danno e la flessibilità interna, riequilibrato il mercato del lavoro.
Ciò che succede veramente è che i mercati interni (alimentati dalla ricchezza “spesa” entro il sistema economico nazionale ed europeo) si contraggono e questo colpisce anche le aziende interne (sia direttamente, a causa della minore disponibilità a comprare, sia indirettamente, a causa delle restrizioni di credito derivanti dal clima economico generale). Almeno questo succede per ora al Sud. Bisogna vedere per quanto tempo anche il Nord riuscirà a sfuggire alla legge di gravità.


Questa ricetta è sostenibile? E’ desiderabile? Lascio la risposta al lettore.

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