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giovedì 5 settembre 2013

Jurgen Habermas, “Perché la sinistra anti-europea sbaglia”


In questo recentissimo intervento, pubblicato su Reset, Habermas torna sul dibattito con Wofgang Streeck e la sua proposta di ritirarsi dal progetto Europeo richiamando la sovranità politica entro i confini dello Stato-Nazione. L’obiettivo di Streeck è di risolvere le tensioni tra principio di valorizzazione economica del capitale (secondo quella che chiama “giustizia del mercato”) e principio di equità sociale e sostenibilità (che chiama “giustizia sociale”). Tensioni che rintraccia, in buona sostanza, negli effetti di una svolta neoliberale insensibile alle conseguenze sociali di breve e lungo periodo e solo orientata alla crescita aggregata della produzione di beni, servizi e valori (finanziari). Nasce, nel contesto di questa trasformazione, lo “Stato debitore” (schuldenstaat) ostaggio di una nuova categoria di stakeholders: i creditori. Dunque dei mercati. Essi limitano “in forma perversa” la capacità di iniziativa politica degli Stati e mettono “sotto curatela” le relative popolazioni.
Secondo la ricostruzione di Habermas la strategia proposta da Streeck è di ricreare “le istituzioni che possano riportare i mercato sotto un controllo sociale” (S. p. 237) non tramite la pluridecennale costruzione europea, ma smontandola, per “tornare nelle fortezze nazionali degli anni sessanta e settanta”; cioè per “difendere e riparare” i resti delle istituzioni con le quali richiamare dal suo oblio il principio ordinatore della “giustizia sociale”, garantendone la prevalenza sulla “giustizia del mercato”.  In questo lavoro di restauro di dighe crollate, in questa che Habermas chiama “nostalgica chiusura a riccio”, riposta la speranza di Streeck di fronteggiare un potere –quello degli investitori internazionali- al contrario basato su una forte integrazione transazionale e velocità di azione ed intervento. Di controbilanciare un vantaggio organizzativo insostenibile.
 

Partendo proprio dalla percezione di tale vantaggio, Habermas invece oppone con forza al “disfattismo” di Streeck una prospettiva diametralmente opposta: ogni Stato individualmente è troppo debole per potersi opporre ai diktat sistemici proposti dalle forze anonime del mercato. Anche gli organismi sovranazionali (come il G20) mancano della forza e dell’interesse per ri-regolare, in forme socialmente sostenibili, mercati “abbandonati ai loro spiriti animali”. Qui il termine chiave del ragionamento del filosofo tedesco è “interesse”. Prese a se stesse ed isolate le elité politiche degli Stati Nazionali sono, infatti, facilmente “catturate” e “inibite” dalle forze del mercato (e dalla loro rete di lobbysti, varrebbe la pena ricordare). Al massimo questa prospettiva può portare al “rafforzamento di una espertocrazia”, capace solo di “misure che rinviano i problemi”.
Tuttavia nella politica democratica è tradizionalmente presente un contrappeso a questo strapotere delle elité economiche, che in sé non è certo nuovo (mentre lo sono le sue modalità di applicazione): la spinta di una “vitale formazione della volontà da parte di una società di cittadini mobilitabile al di là dei confini nazionali”. Una volontà in grado di relativizzare gli stessi interessi nazionali a fronte del comune interesse generale europeo.

Ma per realizzare questa trasformazione bisogna, da una parte, fare leva <<sull’effetto chiavistello>> delle norme costituzionali vigenti e delle vitali tradizioni giuridiche (oltre che di prassi sociali e forze civili presenti e capaci di azionarle e mobilitarle), cioè del “complesso democratico esistente di fatto” in grado di oppositori, a volte efficacemente ai diktat dei mercati; dall’altra occorre avviare un’autotrasformazione delle opinioni pubbliche nazionali in direzione di una integrata e responsabile opinione pubblica, autenticamente europea, ed una corrispondente società politica.
L’obiettivo indicato da Habermas è quindi di stabilire quel che chiama “un progetto politico di fondo” comune; capace di attivare e giustificare “trasferimenti economici e responsabilità in solido tra gli Stati membri”, insieme alle trasformazioni istituzionali indispensabili alla sua formazione: la partecipazione paritaria di Parlamento e Consiglio alla legislazione ed alla determinazione della politica della Commissione. “Così la formazione della volontà politica non dipenderebbe più solo dagli estenuanti compromessi tra rappresentanti degli interessi nazionali che si bloccano a vicenda, ma anche, in pari misura, dalle decisioni a maggioranza di parlamentari eletti secondo preferenze di partito”.
 

Come risulta dalla lettura del libro di Streeck, il sociologo, invece oppone a questa ipotesi tre argomenti, che Habermas contesta con diversa intensità: il più fondato richiama l’eterogeneità e dissimmetria delle diverse regioni europee e le conseguenti difficoltà, e onerosità, a colmarle. Sono citati gli esempi della Germania dell’Est e del Sud Italiano. A questi esempi, ed in particolare al secondo, Habermas oppone l’eccessiva atipicità e quindi la scarsa generalizzabilità rispetto alle sedici nazioni europee.
Anche il successivo piano di obiezione, riferito alle fratture irrisolte entro gli Stati nazione (catalogna, Vallonia, …) che sarebbero più complesse da risolvere entro il quadro europeo, viene opposto da Habermas con l’argomento – a lui caro- che il “carattere originario (geswachsen)” di tali blocchi identitari è altrettanto artificiale e fittizio di quello dello Stato nazione o dell’Unità Europea. Si tratta, sul piano storico, di fenomeni regressivi nati da condizioni di sofferenza economica e sociale. Cioè da fallimenti che espongono sezioni deboli delle popolazioni locali a condizioni di insicurezza e sofferenza, alle quali essi reagiscono “aggrappandosi a presunte identità <<naturali>>, basate sulla stirpe, la religione, il linguaggio o la nazione”. Al contrario (come, del resto sostengono anche autorevoli sociologi come Beck e Bauman), “la diversità socioculturale delle regioni e delle nazioni è una ricchezza che distingue l’Europa da altri continenti, non una barriera che le impone un’integrazione politica basata su piccoli stati”. Questo punto vede passare, insomma, una frontiera (alla quale probabilmente Streeck è meno sensibile) tra un discorso di liberazione, rivolto ad ampliare le prospettive di vita e le opzioni, tramite l’apertura all’altro e la costruzione di identità post-tradizionali di livello più astratto (e politico) ed un discorso di chiusura e recinzione nei confini mentali, prima che fisici.
Nella stessa direzione, in fondo, l’ultima obiezione al terzo argomento di Streeck contro l’integrazione europea. Se l’associazione, in particolare, delle culture economiche e sociali del sud e del nord fosse ascrivibile semplicemente ad un appiattimento e livellamento con perdita delle “rispettive forme di vita”, come vorrebbe Streeck, avremmo effettivamente dall’integrazione una perdita secca. Ma proprio la valorizzazione di processi democratici (anziché diretti dal mercato) consente di sfuggire a questo gioco a somma negativa. D’altra parte temere sempre ogni modernizzazione significa “fare delle somiglianze di famiglia tra modalità economiche e forme di vita un feticcio comunitaristico”. Al contrario si tratta di processi del tutto comuni che lavorano sia in direzione della individualizzazione sia della pluralizzazione (cioè dell’apertura e della caratterizzazione).
Non si tratta, in altre parole, di temere la marginalizzazione delle culture minoritarie nel processo di creazione di solidarietà politiche più larghe. Habermas ricorda, e questo è il suo punto centrale, che anche gli Stati nazionali sono una costruzione artificiale ed astratta. Che si fondano su una “solidarietà tra estranei generata dal costrutto giuridico  dello status di cittadino” e sono lo storico risultato dell’amministrazione comune, della sfera pubblica e dei media, del servizio di leva e fiscale comune, della ricostruzione del discorso storico, etc… Chiaramente nel tempo.
 

Una parte del timore di giacobinismo di Streeck, nasce quindi per Habermas dall’assunto che lo Stato Europeo debba essere una Federazione sul modello tedesco. Nulla di più sbagliato, si tratta di andare verso un modello a sovranità divisa che non disciolga le prerogative degli Stati nazionali, ma li ribilanci con l’affermazione di una “comunità democratica sovranazionale ma sovrastatale” capace di consentire in governo comune intorno ad un’idea politica (e non solo economica).
 

Il centro del conflitto in questa fase diventa, allora, come superare il blocco discorsivo e retorico che vede una “costituzione economica” (“uguale per tutti”) sottratta alla formazione democratica della volontà, oscurando scelte tecnocratiche di fondo che restano impermeabili ai processi di formazione dell’opinione e della volontà e svalutando in tal modo le risorse politiche dei cittadini. La percezione di questo “blocco” rafforza, infatti, i nazionalismi e aizza l’un contro l’altro i paesi “creditori” e “debitori”. Come è chiaro anche a Streeck (p. 134), questa trasposizione di problemi che sono “sociali” (cioè che attraversano la stratificazione sociale, determinando diversa distribuzione di benefici e danni) in “nazionali” (cioè di nazioni, prese come blocco unico) genera false linee di frattura e occulta quelle reali.
Con le parole di Habermas: “invece di aprire falsi fronti lungo confini nazionali sarebbe compito dei partiti europei distinguere perdenti e vincenti della crisi per gruppi sociali che, indipendentemente dalla loro nazionalità, risultando di volta in volta più colpiti”. 
 

Anziché indietreggiare per paura del populismo di destra, i partiti di sinistra europei, insomma, dovrebbero tematizzare questi nodi, partendo dalla franca ammissione che non ci sono alternative prive di rischi e nemmeno alternative gratuite.

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