In questo
recentissimo intervento, pubblicato su Reset,
Habermas torna sul dibattito con Wofgang Streeck e la sua proposta di ritirarsi
dal progetto Europeo richiamando la sovranità politica entro i confini dello
Stato-Nazione. L’obiettivo di Streeck è di risolvere le tensioni tra principio
di valorizzazione economica del capitale (secondo quella che chiama “giustizia
del mercato”) e principio di equità sociale e sostenibilità (che chiama “giustizia
sociale”). Tensioni che rintraccia, in buona sostanza, negli effetti di una
svolta neoliberale insensibile alle conseguenze sociali di breve e lungo periodo
e solo orientata alla crescita aggregata della produzione di beni, servizi e
valori (finanziari). Nasce, nel contesto di questa trasformazione, lo “Stato
debitore” (schuldenstaat) ostaggio di una nuova categoria di stakeholders: i
creditori. Dunque dei mercati. Essi limitano “in forma perversa” la capacità di
iniziativa politica degli Stati e mettono “sotto curatela” le relative popolazioni.
Secondo la
ricostruzione di Habermas la strategia proposta da Streeck è di ricreare “le istituzioni
che possano riportare i mercato sotto un controllo sociale” (S. p. 237) non
tramite la pluridecennale costruzione europea, ma smontandola, per “tornare nelle fortezze nazionali degli anni
sessanta e settanta”; cioè per “difendere e riparare” i resti delle istituzioni
con le quali richiamare dal suo oblio il principio ordinatore della “giustizia
sociale”, garantendone la prevalenza sulla “giustizia del mercato”. In questo lavoro di restauro di dighe
crollate, in questa che Habermas chiama “nostalgica chiusura a riccio”, riposta
la speranza di Streeck di fronteggiare un potere –quello degli investitori
internazionali- al contrario basato su una forte integrazione transazionale e velocità
di azione ed intervento. Di controbilanciare un vantaggio organizzativo
insostenibile.
Partendo proprio
dalla percezione di tale vantaggio, Habermas invece oppone con forza al “disfattismo”
di Streeck una prospettiva diametralmente opposta: ogni Stato individualmente è
troppo debole per potersi opporre ai diktat sistemici proposti dalle forze
anonime del mercato. Anche gli organismi sovranazionali (come il G20) mancano
della forza e dell’interesse per ri-regolare,
in forme socialmente sostenibili, mercati “abbandonati ai loro spiriti animali”.
Qui il termine chiave del ragionamento del filosofo tedesco è “interesse”. Prese
a se stesse ed isolate le elité politiche degli Stati Nazionali sono, infatti,
facilmente “catturate” e “inibite” dalle forze del mercato (e dalla loro rete
di lobbysti, varrebbe la pena ricordare). Al massimo questa prospettiva può
portare al “rafforzamento di una espertocrazia”, capace solo di “misure che
rinviano i problemi”.
Tuttavia nella
politica democratica è tradizionalmente presente un contrappeso a questo
strapotere delle elité economiche, che in sé non è certo nuovo (mentre lo sono
le sue modalità di applicazione): la spinta di una “vitale formazione della
volontà da parte di una società di cittadini mobilitabile al di là dei confini
nazionali”. Una volontà in grado di relativizzare gli stessi interessi
nazionali a fronte del comune interesse generale europeo.
Ma per
realizzare questa trasformazione bisogna, da una parte, fare leva <<sull’effetto
chiavistello>> delle norme costituzionali vigenti e delle vitali tradizioni
giuridiche (oltre che di prassi sociali e forze civili presenti e capaci di
azionarle e mobilitarle), cioè del “complesso democratico esistente di fatto”
in grado di oppositori, a volte efficacemente ai diktat dei mercati; dall’altra
occorre avviare un’autotrasformazione delle opinioni pubbliche nazionali in
direzione di una integrata e responsabile opinione pubblica, autenticamente
europea, ed una corrispondente società politica.
L’obiettivo
indicato da Habermas è quindi di stabilire quel che chiama “un progetto politico
di fondo” comune; capace di attivare e giustificare “trasferimenti economici e
responsabilità in solido tra gli Stati membri”, insieme alle trasformazioni istituzionali
indispensabili alla sua formazione: la partecipazione paritaria di Parlamento e
Consiglio alla legislazione ed alla determinazione della politica della
Commissione. “Così la formazione della volontà politica non dipenderebbe più
solo dagli estenuanti compromessi tra rappresentanti degli interessi nazionali
che si bloccano a vicenda, ma anche, in
pari misura, dalle decisioni a maggioranza di parlamentari eletti secondo
preferenze di partito”.
Come risulta
dalla lettura del libro di Streeck, il sociologo, invece oppone a questa
ipotesi tre argomenti, che Habermas contesta con diversa intensità: il più fondato
richiama l’eterogeneità e dissimmetria delle diverse regioni europee e le
conseguenti difficoltà, e onerosità, a colmarle. Sono citati gli esempi della Germania
dell’Est e del Sud Italiano. A questi esempi, ed in particolare al secondo,
Habermas oppone l’eccessiva atipicità e quindi la scarsa generalizzabilità
rispetto alle sedici nazioni europee.
Anche il
successivo piano di obiezione, riferito alle fratture irrisolte entro gli Stati
nazione (catalogna, Vallonia, …) che sarebbero più complesse da risolvere entro
il quadro europeo, viene opposto da Habermas con l’argomento – a lui caro- che
il “carattere originario (geswachsen)” di tali blocchi identitari è altrettanto
artificiale e fittizio di quello dello Stato nazione o dell’Unità Europea. Si
tratta, sul piano storico, di fenomeni regressivi nati da condizioni di
sofferenza economica e sociale. Cioè da fallimenti che espongono sezioni deboli
delle popolazioni locali a condizioni di insicurezza e sofferenza, alle quali
essi reagiscono “aggrappandosi a presunte identità <<naturali>>,
basate sulla stirpe, la religione, il linguaggio o la nazione”. Al contrario
(come, del resto sostengono anche autorevoli sociologi come Beck e Bauman), “la
diversità socioculturale delle regioni e delle nazioni è una ricchezza che
distingue l’Europa da altri continenti, non una barriera che le impone un’integrazione
politica basata su piccoli stati”. Questo punto vede passare, insomma, una
frontiera (alla quale probabilmente Streeck è meno sensibile) tra un discorso
di liberazione, rivolto ad ampliare le prospettive di vita e le opzioni,
tramite l’apertura all’altro e la costruzione di identità post-tradizionali di
livello più astratto (e politico) ed un discorso di chiusura e recinzione nei
confini mentali, prima che fisici.
Nella stessa
direzione, in fondo, l’ultima obiezione al terzo argomento di Streeck contro l’integrazione
europea. Se l’associazione, in particolare, delle culture economiche e sociali
del sud e del nord fosse ascrivibile semplicemente ad un appiattimento e
livellamento con perdita delle “rispettive forme di vita”, come vorrebbe
Streeck, avremmo effettivamente dall’integrazione una perdita secca. Ma proprio
la valorizzazione di processi democratici (anziché diretti dal mercato)
consente di sfuggire a questo gioco a somma negativa. D’altra parte temere
sempre ogni modernizzazione significa “fare delle somiglianze di famiglia tra modalità
economiche e forme di vita un feticcio comunitaristico”. Al contrario si tratta
di processi del tutto comuni che lavorano sia in direzione della
individualizzazione sia della pluralizzazione (cioè dell’apertura e della
caratterizzazione).
Non si tratta,
in altre parole, di temere la marginalizzazione delle culture minoritarie nel
processo di creazione di solidarietà politiche più larghe. Habermas ricorda, e
questo è il suo punto centrale, che anche gli Stati nazionali sono una
costruzione artificiale ed astratta. Che si fondano su una “solidarietà tra
estranei generata dal costrutto giuridico
dello status di cittadino” e sono lo storico risultato dell’amministrazione
comune, della sfera pubblica e dei media, del servizio di leva e fiscale
comune, della ricostruzione del discorso storico, etc… Chiaramente nel tempo.
Una parte del timore
di giacobinismo di Streeck, nasce quindi per Habermas dall’assunto che lo Stato
Europeo debba essere una Federazione sul modello tedesco. Nulla di più
sbagliato, si tratta di andare verso un modello a sovranità divisa che non disciolga le prerogative degli Stati
nazionali, ma li ribilanci con l’affermazione di una “comunità democratica sovranazionale
ma sovrastatale” capace di consentire in governo comune intorno ad un’idea
politica (e non solo economica).
Il centro del
conflitto in questa fase diventa, allora, come superare il blocco discorsivo e
retorico che vede una “costituzione economica” (“uguale per tutti”) sottratta
alla formazione democratica della volontà, oscurando scelte tecnocratiche di fondo
che restano impermeabili ai processi di formazione dell’opinione e della volontà
e svalutando in tal modo le risorse politiche dei cittadini. La percezione di
questo “blocco” rafforza, infatti, i nazionalismi e aizza l’un contro l’altro i
paesi “creditori” e “debitori”. Come è chiaro anche a Streeck (p. 134), questa trasposizione
di problemi che sono “sociali” (cioè che attraversano la stratificazione
sociale, determinando diversa distribuzione di benefici e danni) in “nazionali”
(cioè di nazioni, prese come blocco unico) genera false linee di frattura e occulta quelle reali.
Con le parole di
Habermas: “invece di aprire falsi fronti lungo confini nazionali sarebbe
compito dei partiti europei distinguere perdenti e vincenti della crisi per
gruppi sociali che, indipendentemente dalla
loro nazionalità, risultando di volta in volta più colpiti”.
Anziché indietreggiare
per paura del populismo di destra, i partiti di sinistra europei, insomma, dovrebbero
tematizzare questi nodi, partendo dalla franca ammissione che non ci sono alternative
prive di rischi e nemmeno alternative gratuite.
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