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giovedì 3 ottobre 2013

Serge Latouche, Fine corsa. Intervista su crisi e decrescita

Nel breve libricino, che riporta una intervista del settembre 2012, Serge Latouche riassume il messaggio centrale della sua prospettiva, che ormai non presenta più come politica ma sociale.

La Teoria della Decrescita è presentata come “un progetto per uscire dalla società attuale e dalle sue distorsioni” (L., p. 15). E’ dunque un “progetto per uscire”. Lo schema è semplice: la società contemporanea è “distorta” dalla sua hybris e dallo sfruttamento dell’uomo (dei deboli), della natura e delle sue risorse (in particolare non riproducibili). Tutto è finalizzato a questa estrazione di valore ed alla corsa continua ad ampliarlo. La società è drogata dalla crescita. Dalla espansione numerica, geometrica di beni, risorse, valori (anche fittizi ed illusori). Si regge sull’aspettativa (cioè sull’immaginario) di aumentarli nel futuro.

Ma questa crescita, per Latouche “non è più possibile e non è neppure auspicabile” (L., p 25). La ragione addotta è che “il nostro pianeta non può sopportare più altra crescita”. In altre parole, altro sfruttamento delle sue risorse non riproducibili (petrolio e gas, acqua potabile, atmosfera, suolo, e via dicendo). Siamo giunti al punto di non ritorno, nel quale la scarsità inizia ad inceppare i meccanismi fondamentali della valorizzazione e rendere quindi impossibile conservare l’equilibrio sociale. Latouche reputa, ad esempio, che “lo Stato Sociale è morto e indietro non si torna” (L. p. 73), una delle ragioni addotte è che il superamento del “picco del petrolio” ha ormai proiettato il regime energetico mondiale in uno stato di strutturale scarsità relativa che induce fatalmente l’alternanza di surriscaldamenti di prezzo, seguiti da crisi da questi determinate.
Siamo, dunque, al punto di una “crisi di civiltà”, dalla quale scaturirà necessariamente e fatalmente o una rivoluzione o la barbarie (L, p. 16). L’esito sarà comunque la “condanna” alla frugalità, ad un regime energetico ed economico-sociale meno “estrattivo”.

Dunque nel lungo termine occorre, per Latouche, lavorare per transitare in una “società delle decrescita”, o della “abbondanza frugale” (Sahlinas), costruendo un “progetto di senso”, fondato su tre “gambe”:

-          Rilocalizzazione, uscire dalla globalizzazione e ricollocare le attività produttive nei “loro” territori;

-          Ristrutturazione e riconversione ecologica, fuoriuscire dalla logica delle coltivazioni intensive e della produzione di massa, per riconvertire il lavoro (ricreare milioni di contadini) e superare il produttivismo (in agricoltura significa non fare più monocolture intensive aiutate dalla chimica), riconvertire il settore energetico (rinnovabili a bassa densità) e l’industria (ad esempio, non fare più automobili ma rispondere a “bisogni reali”);

-          Riduzione degli orari di lavoro, in modo da “lavorare di meno per lavorare tutti”, così che “si guadagnerebbe di più e si vivrebbe meglio” (L,. p. 28).

Naturalmente a corollario di questo progetto, occorre uscire dall’Euro, ricostruire i bastioni dello Stato Nazione e quindi superarlo verso le bio-regioni autonome.
Bisogna anche definanziarizzare la produzione, controllare le banche, togliere la gestione della moneta allo Stato e superare l’astrazione geometrica indotta dalla matematizzazione di tutti i valori di scambio (L. p. 34), limitando drasticamente “il potere del capitale di auto-nutrirsi e di auto-generarsi”.
La transizione in questo mondo radicalmente nuovo è immaginata come l’esito di un probabile “collasso”, anziché di una progressiva e lenta trasformazione. Solo il collasso “può aprire la strada ad una via di uscita”, naturalmente sarà un “caos incredibile” (L. p. 45).
Questo “progetto” è in effetti sociale (e non politico). “Si tratta di trasformare la società, non di prendere il potere” (L. p.39), il fulcro è “uscire da una civiltà creandone un’altra, uscire da una religione inventando un altro immaginario”. Contemporaneamente una strada obbligata ed una scelta. Qui sono richiamati due casi storici: la transizione dell’Impero Romano nel nuovo assetto medioevale e la civiltà dei cacciatori-raccoglitori come raccontata da Sahlinas. Nel primo caso Latouche richiama la suggestione del progressivo disfacimento della complessa costruzione politica, sociale, culturale ed economica dell’Impero Romano che è avvenuta nell’arco di molte generazioni (nessuna delle quali, probabilmente, nello scorrere della propria vita ha avvertito cesure nette) per tendenze di fondo irresistibili. Nello stesso modo Latouche vede la costruzione dell’Unione Europea (che è citata espressamente) condannata per il suo essere costruita “contro il buon senso”, ma nello stesso modo l’intera civiltà contemporanea. Dunque il sistema si riorganizzerà (Roma passò da due milioni di abitanti nella città a circa trentamila, con conseguente abbandono di tutte le infrastrutture, a partire dagli acquedotti, che non servivano più) in un processo che prenderà il tempo necessario. Quando sarà compiuto la popolazione sarà ricollocata, gli aerei non voleranno più (le bioregioni saranno autosufficienti e le ragioni di spostarsi saranno ridotte) e tutti si saranno riadattati.
Il secondo esempio storico è più controverso: viene richiamata la teoria della “abbondanza” dei cacciatori raccoglitori neolitici, i quali avevano pochi bisogni che erano in grado di soddisfare facilmente (in due-tre ore) lasciando libero il tempo per attività sociali e ludiche. Una teoria spesso richiamata da Latouche e altamente controversa (tanto per cominciare questa bella vita durava in media 18 anni). Secondo Latouche, comunque, l’abbondanza non può esistere nell’attuale compulsiva e bulimica società del consumo, ma solo quando ci sono dei limiti nei bisogni da soddisfare (L. p. 55). Cioè una selezione dei “bisogni veri”.
In definitiva ci troviamo di fronte ad una posizione che nella sua parte “destruens” evidenzia molti problemi effettivi (anche se non si sofferma sui meccanismi, per così dire “volando alta”), ma come soluzione propone di “cambiare discorso”. Richiama una fuga dal presente, verso un mitico passato ed un altrettanto mitico futuro. In esso (ma anche nel passato) troviamo una società completamente pacificata (addirittura la guerra nei cacciatori neolitici è presentata come “una forma di sport”) senza conflitti fondamentali (né stratificazione sociale, classi, potere e gerarchia) e completamente risolta.
Si tratta, si vede bene, di una mossa antica ed illustre. E’ fatta della stessa materia delle principali religioni trascendenti e della utopia socialista. Si tratta anzi chiaramente di socialismo in altri termini.

Per rendere credibile un simile “progetto di uscita”, Latouche fa quattro mosse:

a)      Drammatizza, non ci sono scelte, il “collasso” deve succedere, sta succedendo ed è un bene. Le ragioni addotte, a ben vedere, sono di natura scientista (anche qui una forte analogia), l’energia sta finendo e il pianeta è limitato, la crescita infinita (concepita, in fondo, “more geometrico” come nella concezione che critica) è impossibile in un mondo finito.

b)      Critica la logica disumanizzante, nel mito della crescita infinita vede all’opera una ragione astratta, violenta e geometrica (riecheggiando tutta una letteratura tedesca e francese di “critica della ragione” antilluminista) che va superata radicalmente;

c)      Definisce in vitro un mondo “altro”, tramite il metodo di ricavarlo “per differenza” dai problemi enucleati nel mondo presente e di proiettare questa immagine simmetricamente come soluzione (dunque se la globalizzazione crea distorsioni, la soluzione sono le bio-regioni; se lo sfruttamento e la distribuzione delle risorse è iniqua la soluzione è lavorare meno ma tutti; se la finanza è fuori controllo la soluzione è distruggerla);

d)     Trova nel passato mitico la legittimazione di esistenza del futuro desiderato, la società pacificata non è un sogno perché c’era. E’ il modo naturale di vivere dell’uomo, quello più umano. Basta ricordarsene e tornarvi “oltrepassando” il presente.

Latouche si rende conto che in questo modo sfiora (anzi percorre) molti temi dell’ultradestra e della tradizione reazionaria anti-rivoluzionaria, e lo definisce “un grande problema” (L. p. 77) ma non individua alcuna soluzione (in realtà neppure un’autentica distinzione). In effetti si tratta di due strade che si toccano.

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