La Teoria della
Decrescita è presentata come “un progetto per uscire dalla società attuale e
dalle sue distorsioni” (L., p. 15). E’ dunque un “progetto per uscire”. Lo
schema è semplice: la società contemporanea è “distorta” dalla sua hybris e
dallo sfruttamento dell’uomo (dei deboli), della natura e delle sue risorse (in
particolare non riproducibili). Tutto è finalizzato a questa estrazione di
valore ed alla corsa continua ad ampliarlo. La società è drogata dalla
crescita. Dalla espansione numerica, geometrica di beni, risorse, valori (anche
fittizi ed illusori). Si regge sull’aspettativa (cioè sull’immaginario) di
aumentarli nel futuro.
Ma questa
crescita, per Latouche “non è più possibile e non è neppure auspicabile” (L., p
25). La ragione addotta è che “il nostro pianeta non può sopportare più altra
crescita”. In altre parole, altro sfruttamento delle sue risorse non
riproducibili (petrolio e gas, acqua potabile, atmosfera, suolo, e via
dicendo). Siamo giunti al punto di non ritorno, nel quale la scarsità inizia ad
inceppare i meccanismi fondamentali della valorizzazione e rendere quindi
impossibile conservare l’equilibrio sociale. Latouche reputa, ad esempio, che
“lo Stato Sociale è morto e indietro non si torna” (L. p. 73), una delle
ragioni addotte è che il superamento del “picco del petrolio” ha ormai
proiettato il regime energetico mondiale in uno stato di strutturale scarsità
relativa che induce fatalmente l’alternanza di surriscaldamenti di prezzo,
seguiti da crisi da questi determinate.
Siamo, dunque,
al punto di una “crisi di civiltà”, dalla quale scaturirà necessariamente e
fatalmente o una rivoluzione o la barbarie (L, p. 16). L’esito sarà comunque la
“condanna” alla frugalità, ad un regime energetico ed economico-sociale meno
“estrattivo”.
Dunque nel lungo
termine occorre, per Latouche, lavorare per transitare in una “società delle
decrescita”, o della “abbondanza frugale” (Sahlinas), costruendo un “progetto
di senso”, fondato su tre “gambe”:
-
Rilocalizzazione,
uscire dalla globalizzazione e ricollocare le attività produttive nei “loro”
territori;
-
Ristrutturazione e riconversione ecologica, fuoriuscire dalla logica delle coltivazioni
intensive e della produzione di massa, per riconvertire il lavoro (ricreare
milioni di contadini) e superare il produttivismo (in agricoltura significa non
fare più monocolture intensive aiutate dalla chimica), riconvertire il settore
energetico (rinnovabili a bassa densità) e l’industria (ad esempio, non fare
più automobili ma rispondere a “bisogni reali”);
-
Riduzione degli orari di lavoro, in modo da “lavorare di meno per lavorare tutti”,
così che “si guadagnerebbe di più e si vivrebbe meglio” (L,. p. 28).
Naturalmente a corollario di questo progetto,
occorre uscire dall’Euro, ricostruire i bastioni dello Stato Nazione e quindi
superarlo verso le bio-regioni autonome.
Bisogna anche definanziarizzare la produzione,
controllare le banche, togliere la gestione della moneta allo Stato e superare
l’astrazione geometrica indotta dalla matematizzazione di tutti i valori di scambio
(L. p. 34), limitando drasticamente “il potere del capitale di auto-nutrirsi e
di auto-generarsi”.
La transizione in questo mondo radicalmente nuovo è
immaginata come l’esito di un probabile “collasso”, anziché di una progressiva
e lenta trasformazione. Solo il collasso “può aprire la strada ad una via di
uscita”, naturalmente sarà un “caos incredibile” (L. p. 45).
Questo “progetto” è in effetti sociale (e non
politico). “Si tratta di trasformare la società, non di prendere il potere” (L.
p.39), il fulcro è “uscire da una civiltà creandone un’altra, uscire da una
religione inventando un altro immaginario”. Contemporaneamente una strada
obbligata ed una scelta. Qui sono richiamati due casi storici: la transizione
dell’Impero Romano nel nuovo assetto medioevale e la civiltà dei
cacciatori-raccoglitori come raccontata da Sahlinas. Nel primo caso Latouche
richiama la suggestione del progressivo disfacimento della complessa
costruzione politica, sociale, culturale ed economica dell’Impero Romano che è avvenuta
nell’arco di molte generazioni (nessuna delle quali, probabilmente, nello
scorrere della propria vita ha avvertito cesure nette) per tendenze di fondo
irresistibili. Nello stesso modo Latouche vede la costruzione dell’Unione
Europea (che è citata espressamente) condannata per il suo essere costruita
“contro il buon senso”, ma nello stesso modo l’intera civiltà contemporanea.
Dunque il sistema si riorganizzerà (Roma passò da due milioni di abitanti nella
città a circa trentamila, con conseguente abbandono di tutte le infrastrutture,
a partire dagli acquedotti, che non servivano più) in un processo che prenderà
il tempo necessario. Quando sarà compiuto la popolazione sarà ricollocata, gli
aerei non voleranno più (le bioregioni saranno autosufficienti e le ragioni di
spostarsi saranno ridotte) e tutti si saranno riadattati.
Il secondo esempio storico è più controverso: viene
richiamata la teoria della “abbondanza” dei cacciatori raccoglitori neolitici,
i quali avevano pochi bisogni che erano in grado di soddisfare facilmente (in
due-tre ore) lasciando libero il tempo per attività sociali e ludiche. Una
teoria spesso richiamata da Latouche e altamente controversa (tanto per
cominciare questa bella vita durava in media 18 anni). Secondo Latouche,
comunque, l’abbondanza non può esistere nell’attuale compulsiva e bulimica
società del consumo, ma solo quando ci sono dei limiti nei bisogni da
soddisfare (L. p. 55). Cioè una selezione dei “bisogni veri”.
In definitiva ci troviamo di fronte ad una posizione
che nella sua parte “destruens” evidenzia molti problemi effettivi (anche se
non si sofferma sui meccanismi, per così dire “volando alta”), ma come
soluzione propone di “cambiare discorso”. Richiama una fuga dal presente, verso
un mitico passato ed un altrettanto mitico futuro. In esso (ma anche nel
passato) troviamo una società completamente pacificata (addirittura la guerra
nei cacciatori neolitici è presentata come “una forma di sport”) senza
conflitti fondamentali (né stratificazione sociale, classi, potere e gerarchia)
e completamente risolta.
Si tratta, si vede bene, di una mossa antica ed
illustre. E’ fatta della stessa materia delle principali religioni trascendenti
e della utopia socialista. Si tratta anzi chiaramente di socialismo in altri
termini.
Per rendere credibile un simile “progetto di uscita”, Latouche fa quattro mosse:
a) Drammatizza, non ci sono scelte, il “collasso” deve succedere,
sta succedendo ed è un bene. Le ragioni addotte, a ben vedere, sono di natura
scientista (anche qui una forte analogia), l’energia sta finendo e il pianeta è
limitato, la crescita infinita (concepita, in fondo, “more geometrico” come
nella concezione che critica) è impossibile in un mondo finito.
b) Critica la
logica disumanizzante, nel mito della
crescita infinita vede all’opera una ragione astratta, violenta e geometrica
(riecheggiando tutta una letteratura tedesca e francese di “critica della
ragione” antilluminista) che va superata radicalmente;
c) Definisce in
vitro un mondo “altro”, tramite il
metodo di ricavarlo “per differenza” dai problemi enucleati nel mondo presente
e di proiettare questa immagine simmetricamente come soluzione (dunque se la
globalizzazione crea distorsioni, la soluzione sono le bio-regioni; se lo
sfruttamento e la distribuzione delle risorse è iniqua la soluzione è lavorare
meno ma tutti; se la finanza è fuori controllo la soluzione è distruggerla);
d) Trova nel
passato mitico la legittimazione di esistenza del futuro desiderato, la società pacificata non è un sogno perché c’era.
E’ il modo naturale di vivere dell’uomo, quello più umano. Basta ricordarsene e
tornarvi “oltrepassando” il presente.
Latouche si
rende conto che in questo modo sfiora (anzi percorre) molti temi
dell’ultradestra e della tradizione reazionaria anti-rivoluzionaria, e lo definisce
“un grande problema” (L. p. 77) ma non individua alcuna soluzione (in realtà
neppure un’autentica distinzione). In effetti si tratta di due strade che si
toccano.
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