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domenica 6 ottobre 2013

Amartya Sen, Identità e violenza

Amartya Sen è uno dei più grandi intellettuali contemporanei, premio nobel per l’economia 1998 pur essendo contemporaneamente quasi tutto: filosofo morale, economista, scienziato politico. In questo libro del 2006, il filosofo ed economista anglo-indiano individua il nesso interno tra identità e violenza come oggetto di un’ampia riflessione assolutamente illuminante.
Quando una persona può essere, contemporaneamente: americano, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristana, progressista, donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz … (dall’elenco fatto dall’autore al quale ognuno di noi può sovrapporre il suo) dispone di fatto di molte identità. Ma nessuna è l’unica identità o categoria di appartenenza; dunque è l’inaggirabile (nelle condizioni contemporanee) natura plurale delle nostre identità che ci costringe, di volta in volta, a prendere delle decisioni sulla loro importanza relativa, nelle circostanze concrete in cui diventano rilevanti.

Dimenticare questa realtà, per imporre una presunta identità unica (a sé o agli altri) ed immutabile è “una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari” (S. p. IX).

Naturalmente il senso di identità “può dare un’importante contributo alla forza ed intensità delle nostre relazioni con il prossimo, che può essere rappresentato dai vicini, o dai membri della stessa comunità, o dai concittadini, o dai seguaci della stessa religione” (S.p 4). Tuttavia, se un senso di identità può accogliere ed unire alcune persone, allo stesso tempo può “escluderne altre senza appello”. La comunità ben integrata di cui parla Putnam può essere la stessa che scaglia mattoni alle finestre degli intrusi. Un esempio di sfruttamento di questo meccanismo è al-Qa’ida, che “coltiva e sfrutta l’identità islamica militante diretta specificatamente contro gli occidentali”.
Ovviamente ciò non significa che l’identità sia una fonte di male “a tutti gli effetti”. Quando ci si trova di fronte ad essa, bisogna fare altro; occorre coltivare l’idea che “la forza di un’identità bellicosa può essere contrastata dal potere delle identità concorrenti”, ad esempio quella legata alla comune appartenenza alla razza umana. Affidarsi, cioè, al processo dialogico di scoperta reciproca e di apertura alla comune esperienza umana.
Contrasta con questa idea il concetto che l’identità comunitaria data non sia solo preminente (sulle alternative identificazioni individuali) ma anche “predeterminata, come per natura, senza alcun bisogno di un atto di volontà dell’essere umano (solo un <<riconoscimento>>, per usare un concetto molto popolare)”. L’identità sarebbe, in questo caso, semplicemente una questione di “presa di coscienza di sé” e non una questione che ha a che fare con la scelta.
Avere a che fare con la scelta implica, infatti, l’esercizio di libertà (naturalmente entro le alternative plausibili e disponibili). Viceversa, l’accettazione acritica di comportamenti conformisti tende ad avere implicazioni conservatrici in quanto “mette al riparo le usanze e le pratiche consolidate dall’analisi intellettuale”; esporsi all’esercizio della valutazione critica significa infatti, necessariamente, rendersi sensibili al fatto che la pluralità delle nostre identità si intrecciano costantemente le une con le altre e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo “linee di confine invalicabili”. Quindi, come ricorda Sen, “la menomazione peggiore avviene quando viene trascurato – e negato – il ruolo della scelta razionale, che è una diretta conseguenza del riconoscimento delle nostre identità plurali” (S. p. 19).
L’argomentazione di Sen si rivolge contemporaneamente contro due forme di riduzionismo simmetriche: quella della teoria economica contemporanea che procede come se, nello scegliere i propri scopi non fossero implicate identità. Come se ognuno, cioè, fosse un’isola “completo in sé”. Simmetricamente si rivolge contro il riduzionismo dell’<<affiliazione unica>>, che parte dal presupposto che, a tutti i fini pratici, ognuno appartenga ad una sola collettività.
La prima tendenza (a modellizzare un “agente razionale” meramente egoista e computatorio) è altamente influente anche se totalmente screditata sul piano scientifico e logico. Autori (senza risalire a Smith) che esercitano questa critica sono Akerlof (con i suoi <<filtri di lealtà>>) e, anche se non citato da Sen, l’ampia riflessione di Elster sui vincoli all’azione razionale.
La seconda è difficile da giustificare sulla base della fattuale appartenenza ad un solo gruppo, ma è molto resistente (viene fatto l’esempio della “lotta di classe”, con l’identificazione di molte persone alle classi del “lavoratori” o dei “capitalisti”, criticata dallo stesso Marx nella “Critica al programma di Gotha”); la questione è che ognuno aderisce a molte identità potenziali che possono essere diversamente ordinate per rilevanza in relazione alle diverse situazioni sociali. In queste condizioni si devono esercitare scelte e sottoporle alla valutazione comune.

Nel seguito Sen analizza alcuni argomenti dell’influente teoria morale “comunitarista”, per la quale l’appartenenza alla comunità è una sorta di estensione dell’io individuale, per via di vincoli di percezione (sarebbe l’apertura derivante dall’appartenenza comunitaria a consentire e strutturare l’accesso al mondo di ciascuno; un’apertura non aggirabile); una tesi relativista fortemente affermata e talvolta usata per contestare in radice qualsiasi dialogo tra culture. Una presa di distanza che a volte “serve uno scopo politico” (ad esempio quando viene usato per difendere tradizionali punizioni come la lapidazione delle donne adultere). Questa impostazione tende a vedere il mondo diviso in “piccole isole sottratte alla reciproca influenza intellettuale” (S, p. 36).
Sen valorizza contro queste posizioni due argomenti: da una parte è vero che atteggiamenti culturali e pregiudizi possono influenzare, e lo fanno, il nostro giudizio, ma non è vero che lo determinano. Dall’altra le <<culture>> sono sempre molto meno univoche di quanto vengono dipinte. Al loro interno sono presenti pluralità e molteplicità, fratture e ibridazioni.
Se è vero, d’altra parte, che non si può ragionare partendo dal nulla (e che, in altre parole, nessuno di noi è una “tabula rasa”), è anche vero che le associazioni precedenti di un individuo possono essere messe in questione, come ricorda Sen “la vita non è semplicemente destino” (S. p.41).

In concreto uno dei principali bersagli polemici del filosofo anglo-indiano è lo “scontro di civiltà” proposto da Huntington, una classificazione grossolana, infondata ed incendiaria. Grossolana perché in ogni cultura c’è molto di più di quel che l’autore suppone; infondata perché non sono le religioni a caratterizzare le aree geografiche (ad esempio l’india non è induista, ma anche mussulmana e cristiana); ed incendiaria perché anche semplificazioni come “la superiorità della civiltà occidentale” sembrano fatte apposta per offendere ed umiliare. Sen ci ricorda che anche la democrazia, come civiltà della discussione pubblica, pur essendo fortemente influenzata dalle esperienze americane e francesi, non è una esclusiva occidentale (Sen ha speso alcuni libri per mostrare le tracce dell’illuminismo indiano e della cultura del dibattito pubblico e della razionalizzazione, molto prima che fiorisse nel settecento europeo; alcuni esempi sono nel III secolo a.c. in India e il Giappone del VII secolo con la “Costituzione dei diciassette articoli”). Si tratta di una posizione debitrice di una visione fortemente impoverita delle similitudini, connessioni ed interdipendenza storica tra le diverse civiltà nei campi della scienza, tecnologia, commercio e pensiero.
Il testo si dilunga molto nell’analisi di questa debolezza e delle sue radici (risalendo alla cultura della colonizzazione nel secolo scorso, con il suo esplicito razzismo e svalutazione delle civiltà non europee) spendendo importanti parole in favore della diversità culturale e della sua importanza nell’aprire le menti ed i cuori.

Nella parte finale del testo affronta il tema della globalizzazione, contestando che sia ascrivibile come processo di occidentalizzazione (per alcuni un regalo dell’occidente al mondo, per altri maledizione in quanto prosecuzione dell’imperialismo otto-novecentesco). Per Sen, la globalizzazione, lungi dall’essere “la nuova calamità occidentale”, non è nuova, non è necessariamente occidentale e non è una calamità. “La globalizzazione ha contribuito per migliaia di anni al progresso del mondo, attraverso i viaggi, il commercio, l’emigrazione, la diffusione delle influenze culturali e la disseminazione delle conoscenze e della comprensione (scienza e tecnologia incluse)” (S. p. 128). A questo scopo richiama, ad esempio, i contributi tecnologici della Cina, diffusi in Europa intorno all’anno 1.000, o il noto ruolo dei matematici arabi.
Insomma, pur avendo certamente legami con l’imperialismo (in ogni epoca), si tratta di un fenomeno immensamente più ampio.
Come funziona oggi ed in concreto dipende essenzialmente dal sistema di regole, iniziative pubbliche ed istituzioni all’opera. In altre parole, gli evidenti e massicci fallimenti, nella distribuzione delle risorse, nell’incremento dell’ineguaglianza, nella iniquità dei processi, dipendono  da fallimenti istituzionali che vanno superati, non dal fatto degli scambi.

Dunque occorre valutare attentamente l’accezione che si adopera del termine “identità”, ed anche del multiculturalismo. Ci sono due diverse, e per certi versi opposte, accezioni nelle quali si possono adoperare i due termini: uno consiste nella promozione della diversità come valore in sé; l’altro sulla libertà di ragionare, decidere, ed anche di scegliere la diversità culturale che si vuole accettare. Si tratta di decidere come si vogliono considerare gli esseri umani: classificandoli in base alle tradizioni ereditate alla nascita, oppure considerandoli individui dalle tante affiliazioni ed associazioni. Dunque la domanda è: il sistema multiculturale deve <<lasciare in pace>> le diverse culture o deve mettere i cittadini in grado di compiere scelte ragionate (garantendogli accesso all’istruzione, ad opportunità di partecipazione civile e politica)? Si tratta della differenza tra il vero multiculturalismo ed il <<monoculturalismo plurale>>, nel quale diverse culture (o riconosciute tali) “viaggiano una accanto all’altra come navi nell’oscurità” (S. p. 158).
La risposta, per Sen (che sul punto cita l’esperienza e la posizione del Gran Moghul Akbar nel XVI secolo) è che la ragione deve essere messa al primo posto. Il <<sentiero della ragione>> (rahi aql) deve prevalere, tramite il dialogo aperto e la libera scelta sulla <<paludosa terra della tradizione>>.

“Non dobbiamo mai permettere che la nostra mente sia divisa in due da un orizzonte”.

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