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domenica 6 ottobre 2013

Ulrich Beck, Costruire la propria vita

Ulrich Beck è uno dei più eminenti sociologi tedeschi contemporanei, famoso per le sue analisi della “società del rischio”. In questo libricino del 1997 propone di considerare il compito di condurre una propria vita, che ognuno di noi considera in sommo grado, ormai diventato altamente problematico per effetto dell’elevata frammentazione funzionale della società; cioè della dipendenza da istituzioni, del rischio del fallimento; del carattere individuale di tale rischio di fallimento, dell’obbligo a condurre una vita attiva e non autentica, senza le tradizioni e le reti sociali che rendevano, una volta, sopportabili i rischi. Infatti “la propria” vita non è “propria”, essa dipende sempre dalle istituzioni entro le quali viene spesa. Diventa sempre più biografia dell’azzardo, del <tutto o nulla>, una biografia “condannata” all’attività, che comporta il rischio di fallimento, vissuto come personale.
Questo punto è rilevante, “la relazione che si istituisce tra la propria vita ed il proprio fallimento comporta che anche le crisi sociali (come i periodi di disoccupazione di massa) vengono scaricate sui singoli che li percepiscono come rischi individuali. In altre parole, alcuni problemi di portata sociale possono essere direttamente ricondotti a disposizioni psichiche, a sensi di colpa, paure, conflitti e nevrosi individuali.” (B, p. 17).
Questa difficoltà a leggere i rapporti (anche perché lunghi e non locali) che influenzano le nostre vite, le lunghe catene causali, scarica tutti gli oneri derivanti dalla necessaria definizione di un’identità sul singolo individuo. Una sorta di vita sperimentale.

In altre parole, la fine del contratto sociale assicurativo del novecento, ed il venir meno della presa delle tradizioni e delle forme di vita tradizionale, gravano oggi sull’individuo con richieste eccessive. Soffocanti nel ricordare continuamente il fallimento personale come possibilità all’orizzonte. Fanno parte di tale rischio cose come la disoccupazione per fasi, il lavoro come autobus, la possibilità della povertà e della vergogna.
Ormai tutto, infatti, dipende da decisioni individuali, e implica il necessario abbandono delle tradizioni e dei rapporti esistenziali vigenti fino a non molti anni fa; in parte si trattava anche di rapporti costrittivi e l’attuale condizione contiene quindi una promessa di libertà. Ma questa condizione individuale e sociale non è senza prezzo: “la coazione ad agire autonomamente e ad organizzarsi da soli può trasformarsi in disperazione e fomentare, con molte probabilità, un furore cieco e brutale”, quando si traduce in un fallimento e nello spettro dell’inutilità (B, p.63). Il nocciolo del problema è nelle richieste eccessive “seppur basilari, che gravano con insistenza sulla propria vita.” Ciò mentre il contratto sociale assicurativo è venuto meno e l’occupazione diventa sempre più una sorta di “autobus” sul quale si sale per fare brevi corse.

L’insieme che si contempla è di una società divenuta molto più egocentrica e che esercita un peso enorme sui singoli. Un peso che, se era alto nel 1997, è oggi assolutamente insopportabile per molti. C’è da augurarsi che il “furore cieco e brutale”, evocato da Beck, non faccia capolino con la sua presenza nelle nostre società ancora ricche, ma che lasciano indietro troppi per troppo tempo. Che prima di tale tempo giunga quello della saggezza.

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