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lunedì 7 ottobre 2013

Crisi ed assetto europeo, un commento di Paolo de Ioanna

Basta l'attuale assetto giuridico europeo per uscire dall'attuale crisi? Questa è la domanda che Paolo De Ioanna (Consigliere di Stato e per due anni Segreterio Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri) pone dalle colonne di Affari e Finanza di La Repubblica.
Correttamente l’autore esprime forti dubbi sull’assenza di un programma adeguato alla situazione ed imperniato su “lavoro, orizzonti democratici e partecipazione”, in grado di attrarre le nuove generazioni intorno al progetto europeo, guadagnando la loro lealtà.
Per riuscirci occorre spiegare, ricorda de Ioanna, ai cittadini la realtà delle cose e dei rapporti e vagliarlo in comune con la discussione critica condotta in pubblico. Non nascondere dubbi e problemi in attesa, o mentre, vengono affrontati dalle tecnostrutture operative. Come molti altri osservatori, ad esempio Habermas, richiama quindi un fondamentale, ed intenzionale, deficit di sostanza democratica.
Oltre a tale infrastruttura essenziale, occorre assolutamente superare, a livello europeo e non nazionale, la logica <<ognuno per sé>> che ha informato i Trattati e la politica economica comunitaria fino ad oggi. Questa logica è veicolo di progressiva disgregazione.
Costringe, anche in modo adattivo e difensivo (in una sorta di rincorsa al ribasso), a strette violente su entrata e spesa facendo di tutta erba un fascio, e dunque coinvolgendo anche le spese produttive e di investimento tanto più necessarie nelle congiunture basse e nelle fasi di mutamento strutturale del sistema economico internazionale come quelle attuali. Come ricorda de Ioanna “comincia ad emergere un certo accordo tra gli analisti” sugli effetti depressivi sul breve e medio termine di queste politiche. La stabilizzazione del debito è necessaria, ma con strumenti “più fini, stabili e controllati”.
In particolare sono indicate dall’autore due innovazioni indispensabili (agendo sui regolamenti europei): tenere fuori della regola del pareggio in bilancio (il “fiscal compact” che va urgentemente oltrepassato) le spese di investimento certificate comunitariamente, eliminandole dal conteggio degli obiettivi di medio termine; allargare la missione della BCE a prestatore di ultima istanza come la FED (e come è stata più volte in emergenza).
Bisogna entrare, cioè, in una fase di politica economica comunitaria strutturale ed integrata, operante alla luce del sole con mezzi monetari, fiscali e di bilancio, gestendo insieme crescita, inflazione e controllo del debito in ottica di lungo periodo.
Si tratta di scegliere se si vuole stabilizzare l’Unione nella sua prospettiva storico-politica, riprendendo il cammino tracciato. Oppure se si vuole continuare nella ciclopica e vuota illusione di poter riequilibrare i rapporti con l’estero (che in parte è interno alla UE) di ogni paese preso singolarmente attraverso l’austerità (che significa la riduzione dei prezzi competitivi). Un inseguimento reciproco senza fine, non cooperativo ma competitivo, che è il contrario di una Unione (come ricorda anche Fitoussi).
 
E che non può che disgregarla, nel medio (e forse breve) termine.  

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