Basta l'attuale assetto
giuridico europeo per uscire dall'attuale crisi? Questa è la domanda che Paolo
De Ioanna (Consigliere di Stato e per due anni Segreterio Generale della
Presidenza del Consiglio dei Ministri) pone dalle colonne di Affari e Finanza di La Repubblica.
Correttamente l’autore esprime
forti dubbi sull’assenza di un programma adeguato alla situazione ed imperniato
su “lavoro, orizzonti democratici e partecipazione”, in grado di attrarre le
nuove generazioni intorno al progetto europeo, guadagnando la loro lealtà.
Per riuscirci occorre spiegare,
ricorda de Ioanna, ai cittadini la realtà delle cose e dei rapporti e vagliarlo
in comune con la discussione critica condotta in pubblico. Non nascondere dubbi
e problemi in attesa, o mentre, vengono affrontati dalle tecnostrutture
operative. Come molti altri osservatori, ad esempio Habermas, richiama quindi
un fondamentale, ed intenzionale, deficit di sostanza democratica.
Oltre a tale infrastruttura
essenziale, occorre assolutamente superare, a livello europeo e non nazionale,
la logica <<ognuno per sé>> che ha informato i Trattati e la
politica economica comunitaria fino ad oggi. Questa logica è veicolo di
progressiva disgregazione.
Costringe, anche in modo
adattivo e difensivo (in una sorta di rincorsa al ribasso), a strette violente
su entrata e spesa facendo di tutta erba un fascio, e dunque coinvolgendo anche
le spese produttive e di investimento tanto più necessarie nelle congiunture
basse e nelle fasi di mutamento strutturale del sistema economico
internazionale come quelle attuali. Come ricorda de Ioanna “comincia ad
emergere un certo accordo tra gli analisti” sugli effetti depressivi sul breve
e medio termine di queste politiche. La stabilizzazione del debito è
necessaria, ma con strumenti “più fini, stabili e controllati”.
In particolare sono indicate
dall’autore due innovazioni indispensabili (agendo sui regolamenti europei):
tenere fuori della regola del pareggio in bilancio (il “fiscal compact” che va
urgentemente oltrepassato) le spese di investimento certificate
comunitariamente, eliminandole dal conteggio degli obiettivi di medio termine;
allargare la missione della BCE a prestatore di ultima istanza come la FED (e
come è stata più volte in emergenza).
Bisogna entrare, cioè, in una
fase di politica economica comunitaria strutturale ed integrata, operante alla
luce del sole con mezzi monetari, fiscali e di bilancio, gestendo insieme
crescita, inflazione e controllo del debito in ottica di lungo periodo.
Si tratta di scegliere se si
vuole stabilizzare l’Unione nella sua prospettiva storico-politica, riprendendo
il cammino tracciato. Oppure se si vuole continuare nella ciclopica e vuota
illusione di poter riequilibrare i rapporti con l’estero (che in parte è
interno alla UE) di ogni paese preso singolarmente attraverso l’austerità (che
significa la riduzione dei prezzi competitivi). Un inseguimento reciproco senza
fine, non cooperativo ma competitivo, che è il contrario di una Unione (come ricorda anche Fitoussi).
E che non può che disgregarla,
nel medio (e forse breve) termine.
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