Pagine

lunedì 14 ottobre 2013

Appunti a partire dalla questione della “Terra dei Fuochi”


In queste ultime settimane ha ripreso grande forza la protesta e la mobilitazione mediatica in Campania contro l’indegna condizione di degrado in cui versa il territorio compreso tra i comuni della fascia nord della conurbazione di Napoli e quelli della piana di Caserta. Un territorio martoriato da un’edilizia cresciuta disordinatamente, inframmezzata da aree industriali e da frammenti di aree coltivate, attraversata da infrastrutture di comunicazione, strade veloci, autostrade; punteggiata da siti di abbandono di rifiuti e da stoccaggi di “eco balle” (rifiuti urbani trito vagliati ed imballati in attesa di essere alimentati ad un Termovalorizzatore che non è mai stato fatto, o a quello di Acerra). Un territorio nel quale il grado di sofferenza sociale è altissimo, la disoccupazione giovanile è tra le più alte d’Italia, il reddito pro-capite tra i più bassi, nel quale i consumi stanno precipitando e gli esercizi commerciali sparendo. In cui le industrie ormai si possono distinguere in: sopravviventi (per ora), morte, ibernate. In cui la maggioranza dei capannoni sono vuoti anche quando l’azienda è ancora nominalmente attiva. Un territorio nel quale lo Stato fatica a farsi riconoscere e le organizzazioni criminali sono ben note.
Questa è la situazione in cui, quasi improvvisamente, una protesta da anni coltivata da pochi coraggiosi e generosi attivisti ha sfondato il silenzio, ed è arrivata sulle prime pagine.  

In linea generale ne sono lieto. La mobilitazione della società civile, di cittadini attivi che prendono nelle loro mani il destino del luogo nel quale vivono e che cercano di comprendere, valutare e criticare i fenomeni che in esso si manifestano, è una cosa positiva. Si tratta del sale della nostra democrazia e della speranza per un avvenire più degno.  

Ho, però, bisogno di guardare meglio dentro questo evento; perché in esso c’è molto, e molto vi è implicato. Il messaggio che è passato (in un certo senso è normale, ma una “normalità” da interrogare) è molto semplificato: alcuni criminali organizzati, facendo gli interessi propri e quelli di una industria criminale soprattutto del Nord, hanno per anni sversato rifiuti industriali tossici nel terreno e li hanno bruciati. Questi rifiuti hanno contaminato il terreno in tale misura da entrare nel ciclo biologico (nelle piante ad uso alimentare ed animale, di qui nel latte, nelle mozzarelle, nella carne, all’uomo) e provocare una insorgenza di malattie degenerative (in primis il tumore) tale da essere una vera strage di innocenti.
Come tutti i racconti semplificati e di successo ha una base di realtà, ma lavora anche con alcuni topos profondi. In questo caso: il Nord che sfrutta il Sud; l’industria che distrugge la terra; il fuoco, fonte di devastazione incontrollabile; la contaminazione del cibo, attentato alla fonte della vita; la morte degli innocenti. La potenza combinata di questi racconti è immensa; risulta di tale autoevidente chiarezza che rende impossibile avanzare qualche distinguo. 

Tuttavia non mi convince del tutto. Ad esempio i fatti, per come mi sono noti, non coincidono completamente: nella piana a nord-ovest di Napoli sono stati smaltiti illegalmente probabilmente alcuni milioni di tonnellate di rifiuti e fanghi. Numerose inchieste della magistratura, la stessa contabilità dei rifiuti, l’evidenza visiva, lo testimoniano. Ma in gran parte sono rifiuti non pericolosi; si tratta di rifiuti da costruzione e demolizione, imballaggi, fanghi di depurazione, fanghi organici di trattamento acque di processo (es. delle filiere agroalimentari), rifiuti organici non completamente stabilizzati, copertoni, car fluff, plastiche. Poi, in misura fortunatamente molto minore, abbiamo fanghi industriali, rifiuti pericolosi (esempio, batterie usate, residui di lavorazione delle industrie metallurgiche o chimiche, rifiuti del ciclo agricolo, etc..). Una parte minore viene dal Nord, ma per lo più si tratta di rifiuti prodotti dai cittadini, da alcune imprese (spesso a nero e quindi impossibilitate a denunciare i rifiuti prodotti) locali nel settore delle costruzioni, da alcune industrie localmente insediate, da alcune ditte di smaltimento rifiuti (come attestato da molte inchieste).
I fuochi dei rifiuti sono un fenomeno immondo, circondato da colpevole silenzio per troppo tempo, ma per lo più si tratta di contadini che bruciano quel che trovano sul loro terreno (o producono), e da nomadi che recuperano il rame dai cavi che hanno trovato (o rubato). Solo in alcuni casi (anche documentati) sono stati fenomeni più organizzati, ascrivibili alla criminalità. Questa, in genere li sotterra semplicemente (è anche più sicuro, perché non attira l’attenzione).
La contaminazione del terreno, nel caso di rifiuti pericolosi effettivamente biodisponibili, è un fatto certo ed oggettivo. Ma la sua entità non è ancora chiara. Circolano in proposito numeri diversi e fonti disparate. Su questo tema, per la sua rilevanza, sarebbe assolutamente necessario che le istituzioni dicano una chiara parola e dimostrino i fatti.
La compromissione del ciclo biologico è un sospetto che non può provocare altro del più grande allarme sociale. E del tutto giustificato. Ma, proprio per questo, è indispensabile documentare i fatti (e non lasciare andare l’immaginazione).
L’insorgenza di malattie degenerative (in certa misura documentata in termini statistici) va approfondita quanto alle cause. Le malattie di questo genere stanno aumentando (quanto ad incidenza) ovunque per il progresso dell’attesa di vita, inoltre sono multifattoriali. Occorre svolgere approfondite valutazioni per comprendere i veicoli di aggressione e riportare nei corretti limiti la valutazione dell’allarme. Infatti, se si dovesse concludere che l’intera popolazione dell’area (alcuni milioni di abitanti) è ad elevato rischio di ammalarsi e morire, dovrebbero essere distratte immediatamente risorse ingentissime da altre destinazioni (ad esempio dalla riduzione del cuneo fiscale, 5 Mld; e dal salvataggio dell’Alitalia) per avviare immediatamente la messa in sicurezza di un territorio vasto come una provincia. Non farlo significherebbe essere complici di un genocidio. 

Sono in questi termini le cose? Io credo che il tono emotivo (pur comprensibile) sia troppo alto per giungere ad una decisione ragionevole. Tra l’altro fino ad ora i Piani di Emergenza (con le straordinarie dotazioni finanziarie nazionali attribuite) hanno dato seguito solo a immensi sprechi, gigantesche corruzioni, minimi risultati concreti. 

Ciò che rende difficile ragionare in questo contesto è il tono da “umiliati ed offesi” che tanti protagonisti, ma ancora più le popolazioni mobilitate, assumono anche senza accorgersene compiutamente. Chi ha umiliato ed ha offeso il popolo campano è la disintegrazione economica e sociale, l’espulsione di tanti dal mondo del lavoro dignitoso, la notifica della loro “inutilità”, la crisi. È su questo oceano di rabbia (ben giustificata) che naviga la barca della protesta.

Ma questo oceano porta con sé un surplus di rancore che cerca bersagli da abbattere, cerca riparazioni e cerca nemici.
Non riesce a deflettere questa rabbia, su obiettivi civili di costruzione, una politica territoriale che da tempo non esiste più; non ci riesce una rete civile troppo labile; non ci riesce una politica istituzionale chiusa nel suo fortino ed impegnata a gestire le “proprie” poche risorse.
Allora ci sono gli “ausiliari”. Troviamo “preti coraggio”, “mamme coraggio”, “eroi ambientali”; tutti impegnati a connettere gli “umiliati ed offesi” ai temi intorno ai quali mobilitarli. Quali interessi si saldano in questa dinamica? Quelli dei religiosi che legittimamente richiamano il proprio gregge, riguadagnando una centralità sociale e identitaria che probabilmente non avevano mai perso ma tendeva ad appannarsi; quelli di cittadini/e che si attivano nel loro ambiente sociale, aumentando il proprio prestigio –si spera senza spenderlo nel sottogoverno politico e occupazionale-; quelli di “eroi” che talvolta in passato hanno alla fine costruito prestigiose carriere politiche locali e nazionali. Si tratta di interessi e desideri personali del tutto legittimi. Del tutto comprensibili. Ma da interrogare nei loro effetti e conseguenze.
La retorica dell’eroe (che si nutre di quella dell’emergenza) può determinare una polarizzazione nella “cultura del sospetto”, allontanare l’effettiva soluzione, favorire lo scivolamento (in parte a causa della descrizione parziale) della protesta in ostilità generalizzata verso le imprese private (soprattutto se industriali), in ostilità verso i decisori e verso la tecnica in generale (cioè la modernità).
Molto spesso, infatti, la dinamica della “democrazia difensiva” muove dall’attenzione, procede alla verifica, poi alla critica, quindi alla generalizzazione, infine alla radicalizzazione e al rifiuto generale “senza sé e senza ma”. Questo processo va di pari passo con il riconoscimento di vincoli di solidarietà di gruppo e di marcatura della differenza inconciliabile verso l’altro e l’esterno. Il fenomeno che si combatte diventa allora “speculazione”, “sfruttamento” del territorio e della “comunità locale”, “aggressione”; i toni diventano fortemente emotivi e la percezione del rischio diventa certezza della tragedia incombente.
Uno dei problemi da interrogare con attenzione e prudenza è che quando un gruppo attiva questa dinamica movimenta un vero e proprio “riorientamento” verso l’eguale e il vicino, il prossimo, in quanto tale amico e parente. Esprime quindi un allontanamento emotivo e cognitivo dal differente, ma anche dalla possibilità del cambiamento e dalla sua congenita incertezza. Questa dinamica trova forza nell’incertezza e nella paura determinata dalla perdita di coesione e leggibilità delle forme di governo e sociali anche sotto la spinta della mondializzazione e finanziarizzazione. Un’incertezza particolarmente condivisa in quanti non partecipano dei circuiti vincenti, non fanno parte delle nuove elites cosmopolite, e ne subiscono i contraccolpi in termini di venir meno delle tradizionali forme di tutela. È il grande tema della “precarizzazione” che non riguarda solo i giovani soggetti a “contratti a tempo” o ad altre forme di “flessibilità”, ma letteralmente tutti. L’individuo è oggi più esposto ai possibili rovesci della fortuna e ha meno fiducia che la società “benigna” in ultima istanza lo soccorrerà. Un tema, questo, praticato da autori come Bauman, Beck, Sennett, che mostrano infatti come la necessità di riorientarsi, di superare lo spaesamento possa (e comprensibilmente) condurre alla ricerca del simile e del vicino, alla difesa del locale, di ciò che ci è prossimo e possiamo perciò conoscere. Di ciò che non cambierà, che non deve cambiare.
Questi rischi rendono più acuta la domanda che, per quanto mi sembra, è implicata in questa (ed altre) dinamiche: come si governa la contemporaneità (nell’età della frammentazione e del disincanto)?


Sicuramente aprendosi a fenomeni di mobilitazione come questo. Ma anche sforzandosi di introdurre elementi di valutazione tecnici più sedimentati, valutando in modo appropriato il rischio effettivo, creando o coltivando luoghi di dibattito e conversazione sociale nuovi, cercando di andare oltre la “democrazia difensiva”.

Nessun commento:

Posta un commento