In queste ultime
settimane ha ripreso grande forza la protesta e la mobilitazione mediatica in Campania
contro l’indegna condizione di degrado in cui versa il territorio compreso tra
i comuni della fascia nord della conurbazione di Napoli e quelli della piana di
Caserta. Un territorio martoriato da un’edilizia cresciuta disordinatamente,
inframmezzata da aree industriali e da frammenti di aree coltivate,
attraversata da infrastrutture di comunicazione, strade veloci, autostrade;
punteggiata da siti di abbandono di rifiuti e da stoccaggi di “eco balle”
(rifiuti urbani trito vagliati ed imballati in attesa di essere alimentati ad
un Termovalorizzatore che non è mai stato fatto, o a quello di Acerra). Un
territorio nel quale il grado di sofferenza sociale è altissimo, la
disoccupazione giovanile è tra le più alte d’Italia, il reddito pro-capite tra
i più bassi, nel quale i consumi stanno precipitando e gli esercizi commerciali
sparendo. In cui le industrie ormai si possono distinguere in: sopravviventi
(per ora), morte, ibernate. In cui la maggioranza dei capannoni sono vuoti
anche quando l’azienda è ancora nominalmente attiva. Un territorio nel quale lo
Stato fatica a farsi riconoscere e le organizzazioni criminali sono ben note.
Questa è la
situazione in cui, quasi improvvisamente, una protesta da anni coltivata da
pochi coraggiosi e generosi attivisti ha sfondato il silenzio, ed è arrivata
sulle prime pagine.
In linea
generale ne sono lieto. La mobilitazione della società civile, di cittadini
attivi che prendono nelle loro mani il destino del luogo nel quale vivono e che
cercano di comprendere, valutare e criticare i fenomeni che in esso si
manifestano, è una cosa positiva. Si tratta del sale della nostra democrazia e
della speranza per un avvenire più degno.
Ho, però,
bisogno di guardare meglio dentro questo evento; perché in esso c’è molto, e
molto vi è implicato. Il messaggio che è passato (in un certo senso è normale, ma
una “normalità” da interrogare) è molto semplificato: alcuni criminali organizzati, facendo gli interessi propri e quelli di
una industria criminale soprattutto del Nord, hanno per anni sversato rifiuti
industriali tossici nel terreno e li hanno bruciati. Questi rifiuti hanno
contaminato il terreno in tale misura da entrare nel ciclo biologico (nelle
piante ad uso alimentare ed animale, di qui nel latte, nelle mozzarelle, nella
carne, all’uomo) e provocare una insorgenza di malattie degenerative (in primis
il tumore) tale da essere una vera strage di innocenti.
Come tutti i
racconti semplificati e di successo ha una base di realtà, ma lavora anche con
alcuni topos profondi. In questo caso: il Nord che sfrutta il Sud; l’industria
che distrugge la terra; il fuoco, fonte di devastazione incontrollabile; la
contaminazione del cibo, attentato alla fonte della vita; la morte degli
innocenti. La potenza combinata di questi racconti è immensa; risulta di tale
autoevidente chiarezza che rende impossibile avanzare qualche distinguo.
Tuttavia non mi
convince del tutto. Ad esempio i fatti, per come mi sono noti, non coincidono
completamente: nella piana a nord-ovest di Napoli sono stati smaltiti
illegalmente probabilmente alcuni milioni di tonnellate di rifiuti e fanghi.
Numerose inchieste della magistratura, la stessa contabilità dei rifiuti,
l’evidenza visiva, lo testimoniano. Ma in gran parte sono rifiuti non
pericolosi; si tratta di rifiuti da costruzione e demolizione, imballaggi,
fanghi di depurazione, fanghi organici di trattamento acque di processo (es. delle
filiere agroalimentari), rifiuti organici non completamente stabilizzati,
copertoni, car fluff, plastiche. Poi, in misura fortunatamente molto minore,
abbiamo fanghi industriali, rifiuti pericolosi (esempio, batterie usate,
residui di lavorazione delle industrie metallurgiche o chimiche, rifiuti del
ciclo agricolo, etc..). Una parte minore viene dal Nord, ma per lo più si
tratta di rifiuti prodotti dai cittadini, da alcune imprese (spesso a nero e
quindi impossibilitate a denunciare i rifiuti prodotti) locali nel settore
delle costruzioni, da alcune industrie localmente insediate, da alcune ditte di
smaltimento rifiuti (come attestato da molte inchieste).
I fuochi dei
rifiuti sono un fenomeno immondo, circondato da colpevole silenzio per troppo
tempo, ma per lo più si tratta di contadini che bruciano quel che trovano sul
loro terreno (o producono), e da nomadi che recuperano il rame dai cavi che
hanno trovato (o rubato). Solo in alcuni casi (anche documentati) sono stati
fenomeni più organizzati, ascrivibili alla criminalità. Questa, in genere li
sotterra semplicemente (è anche più sicuro, perché non attira l’attenzione).
La
contaminazione del terreno, nel caso di rifiuti pericolosi effettivamente biodisponibili,
è un fatto certo ed oggettivo. Ma la sua entità non è ancora chiara. Circolano
in proposito numeri diversi e fonti disparate. Su questo tema, per la sua
rilevanza, sarebbe assolutamente necessario che le istituzioni dicano una
chiara parola e dimostrino i fatti.
La
compromissione del ciclo biologico è un sospetto che non può provocare altro
del più grande allarme sociale. E del tutto giustificato. Ma, proprio per
questo, è indispensabile documentare i fatti (e non lasciare andare
l’immaginazione).
L’insorgenza di
malattie degenerative (in certa misura documentata in termini statistici) va
approfondita quanto alle cause. Le malattie di questo genere stanno aumentando
(quanto ad incidenza) ovunque per il progresso dell’attesa di vita, inoltre
sono multifattoriali. Occorre svolgere approfondite valutazioni per comprendere
i veicoli di aggressione e riportare nei corretti limiti la valutazione
dell’allarme. Infatti, se si dovesse concludere che l’intera popolazione
dell’area (alcuni milioni di abitanti) è ad elevato rischio di ammalarsi e
morire, dovrebbero essere distratte immediatamente risorse ingentissime da
altre destinazioni (ad esempio dalla riduzione del cuneo fiscale, 5 Mld; e dal
salvataggio dell’Alitalia) per avviare immediatamente la messa in sicurezza di
un territorio vasto come una provincia. Non farlo significherebbe essere
complici di un genocidio.
Sono in questi
termini le cose? Io credo che il tono emotivo (pur comprensibile) sia troppo
alto per giungere ad una decisione ragionevole. Tra l’altro fino ad ora i Piani
di Emergenza (con le straordinarie dotazioni finanziarie nazionali attribuite)
hanno dato seguito solo a immensi sprechi, gigantesche corruzioni, minimi
risultati concreti.
Ciò che rende
difficile ragionare in questo contesto è il tono da “umiliati ed offesi” che
tanti protagonisti, ma ancora più le popolazioni mobilitate, assumono anche
senza accorgersene compiutamente. Chi ha umiliato ed ha offeso il popolo
campano è la disintegrazione economica e sociale, l’espulsione di tanti dal
mondo del lavoro dignitoso, la notifica della loro “inutilità”, la crisi. È su
questo oceano di rabbia (ben giustificata) che naviga la barca della protesta.
Ma questo oceano
porta con sé un surplus di rancore che cerca bersagli da abbattere, cerca
riparazioni e cerca nemici.
Non riesce a
deflettere questa rabbia, su obiettivi civili di costruzione, una politica territoriale che da tempo non esiste più; non ci riesce una rete civile troppo
labile; non ci riesce una politica istituzionale chiusa nel suo fortino ed
impegnata a gestire le “proprie” poche risorse.
Allora ci sono
gli “ausiliari”. Troviamo “preti coraggio”, “mamme coraggio”, “eroi
ambientali”; tutti impegnati a connettere gli “umiliati ed offesi” ai temi intorno
ai quali mobilitarli. Quali interessi si saldano in questa dinamica? Quelli dei
religiosi che legittimamente richiamano il proprio gregge, riguadagnando una
centralità sociale e identitaria che probabilmente non avevano mai perso ma
tendeva ad appannarsi; quelli di cittadini/e che si attivano nel loro ambiente
sociale, aumentando il proprio prestigio –si spera senza spenderlo nel
sottogoverno politico e occupazionale-; quelli di “eroi” che talvolta in
passato hanno alla fine costruito prestigiose carriere politiche locali e
nazionali. Si tratta di interessi e desideri personali del tutto legittimi. Del
tutto comprensibili. Ma da interrogare nei loro effetti e conseguenze.
La retorica
dell’eroe (che si nutre di quella dell’emergenza) può determinare una
polarizzazione nella “cultura del sospetto”, allontanare l’effettiva soluzione,
favorire lo scivolamento (in parte a causa della descrizione parziale) della
protesta in ostilità generalizzata verso le imprese private (soprattutto se
industriali), in ostilità verso i decisori e verso la tecnica in generale (cioè
la modernità).
Molto spesso, infatti,
la dinamica della “democrazia difensiva” muove dall’attenzione, procede alla
verifica, poi alla critica, quindi alla generalizzazione, infine alla radicalizzazione
e al rifiuto generale “senza sé e senza ma”. Questo processo va di pari passo
con il riconoscimento di vincoli di solidarietà di gruppo e di marcatura della differenza
inconciliabile verso l’altro e l’esterno. Il fenomeno che si combatte diventa allora
“speculazione”, “sfruttamento” del territorio e della “comunità locale”, “aggressione”;
i toni diventano fortemente emotivi e la percezione del rischio diventa
certezza della tragedia incombente.
Uno dei problemi
da interrogare con attenzione e prudenza è che quando un gruppo attiva questa
dinamica movimenta un vero e proprio “riorientamento” verso l’eguale e il
vicino, il prossimo, in quanto tale amico e parente. Esprime quindi un
allontanamento emotivo e cognitivo dal differente, ma anche dalla possibilità
del cambiamento e dalla sua congenita incertezza. Questa dinamica trova forza nell’incertezza
e nella paura determinata dalla perdita di coesione e leggibilità delle forme
di governo e sociali anche sotto la spinta della mondializzazione e
finanziarizzazione. Un’incertezza particolarmente condivisa in quanti non
partecipano dei circuiti vincenti, non fanno parte delle nuove elites
cosmopolite, e ne subiscono i contraccolpi in termini di venir meno delle
tradizionali forme di tutela. È il grande tema della “precarizzazione” che non
riguarda solo i giovani soggetti a “contratti a tempo” o ad altre forme di
“flessibilità”, ma letteralmente tutti.
L’individuo è oggi più esposto ai possibili rovesci della fortuna e ha meno
fiducia che la società “benigna” in ultima istanza lo soccorrerà. Un tema,
questo, praticato da autori come Bauman, Beck, Sennett, che mostrano infatti come
la necessità di riorientarsi, di superare lo spaesamento possa (e
comprensibilmente) condurre alla ricerca del simile e del vicino, alla difesa
del locale, di ciò che ci è prossimo e possiamo perciò conoscere. Di ciò che
non cambierà, che non deve cambiare.
Questi rischi
rendono più acuta la domanda che, per quanto mi sembra, è implicata in questa
(ed altre) dinamiche: come si governa la contemporaneità (nell’età della
frammentazione e del disincanto)?
Sicuramente
aprendosi a fenomeni di mobilitazione come questo. Ma anche sforzandosi di
introdurre elementi di valutazione tecnici più sedimentati, valutando in modo
appropriato il rischio effettivo, creando o coltivando luoghi di dibattito e
conversazione sociale nuovi, cercando di andare oltre la “democrazia
difensiva”.
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