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domenica 13 ottobre 2013

Il denaro. Alcuni appunti del tutto provvisori

Il denaro ha una natura sfuggente; sappiamo tutti cosa è nelle nostre tasche, ma appena lo vediamo all’opera nel mondo, siamo di fronte a qualcosa che si muove vorticosamente, mette in ginocchio intere regioni nell’arco di pochi giorni, si moltiplica da sola, sfugge ad ogni controllo e persino alla semplice enumerazione, ci sorge il dubbio di non conoscerlo. Di non aver capito cosa sia, in effetti.
Questo dubbio non sorge solo a noi; il dibattito sulla natura del denaro è antico. Come peraltro quello sul debito ed il credito (di cui è spesso veicolo).

Da molto tempo è, ad esempio, riconosciuto che gli istituti finanziari (ma anche molti altri attori economici) sono in grado di "crearlo", moltiplicandolo a partire sempre dagli stessi "sottostanti" (fondando questo nuovo “denaro” creato dal credito sulla fiducia che il "titolo" sarà ripagato). Si potrebbe dire che il denaro "ha vita propria, indipendente dai beni" (Marx lo aveva intravisto, ad esempio ne Il Capitale), ma è comunque un mezzo (Habermas parla, ad esempio, di "medium"). Il problema è che -si potrebbe dire- il denaro non è un mezzo per acquisire cose, é un mezzo per coordinare persone. Esso è dunque medium della comunicazione e del potere (inteso basilarmente come coordinamento), quindi di relazioni.
Il denaro istituisce cioè relazioni. Ottiene automaticamente (e inavvertitamente) questo risultato perché è, insomma, essenzialmente "fiducia"; come il potere (con il quale ha molto a che fare) il denaro rappresenta tacitamente lo scambio che si confida poter attivare tra le persone. Rappresenta, nella moneta spicciola, un "tot" di autorizzazione condivisa a scambiare. La differenza, rilevante, con il potere è che mentre esso "circola" senza fermarsi (come ci insegnava Foucault), il denaro invece si può accumulare. Ma si accumula in un "valore nominale" che, poiché è fondato sulla fiducia socialmente disponibile, cambia continuamente. Quindi il denaro può benissimo "crescere o sparire", anche se non dispone "in proprio del valore".

Si tratta un poco del tema posto di recente da Luciano Gallino (Finanzapitalismo. La civiltà del denaro in crisi) della massa circolante che non ha alcun controvalore certo in beni. O meglio, si tratta di intravedere che il rapporto, tra “la massa circolante” ed “i beni”, che assomma ormai a molte centinaia di volte è certamente un problema. Perché, se si perde una relazione percepita come ragionevole, non si può più avere "fiducia" nel valore "nominale" che potrebbe quindi essere catturato nel processo di deleverage necessario per ripristinare una proporzione meno rischiosa. Si tratta del processo di deflazione che lascia, tuttavia, numerosi morti e feriti lungo al sua strada.
Alcuni inferiscono da questo squilibrio (proprio dell'economia finanziarizzata) che “tutta l'esistenza basata sul denaro si basa sul nulla”. Credo sia una conclusione impropria e frettolosa, perché se il denaro è relazione conserverà sempre il valore sostanzialmente corrispondente al grado di coesione e funzionalità (alla capacità di interazione non distruttiva) della società. In realtà quando mi faccio pagare per una prestazione, sto valorizzando una relazione nella quale (cioè nella somma delle quali) riposa il valore del denaro scambiato.

Aiuta approfondire questa riflessione la lettura di un libricino di Giorgio Ruffolo (Testa e croce, una breve storia della moneta, Einaudi 2011). Un libro forse frettoloso nelle conclusioni ma interessante nella sua struttura e nei temi che tratta.
A parte la ricostruzione della storia della moneta (funzione di scambio, di assicurazione e di istituzione) e quella della nascita del credito (nel medioevo, 1200) e del capitalismo (rilegge fondamentalmente Braudel, quindi lo situa nel medioevo con la “rivoluzione commerciale”), è interessante la sequenza dei “secoli” e la lettura “monetaria” che fa della dinamica storica, (dall'ispano-genovese, al genovese, al secolo olandese e la nascita della borsa di Amsterdam con le sue “bolle”, fino al secolo inglese con la piena finanziarizzazione del capitalismo, al secolo americano in corso e forse terminato).
Di quest'ultimo segnalo la sintesi delle politiche liberiste (lette come controffensiva contro l'età dell'oro, o il trentennio felice): le politiche monetarie restrittive (lotta all'inflazione di Volcker), la liberalizzazione della circolazione di capitali (Reagan e Thatcher) che sregolando il mercato mutano radicalmente i rapporti di forza tra capitale e lavoro (e tra capitale e stati), determinano una sempre maggiore finanziarizzazione (con esplosione dell'indebitamento e la definitiva trasformazione della finanza da mezzo a fine).
A questo punto Ruffolo aggiunge cinque, sei paginette per indicare una soluzione. Segnalando che all'esplosione della finanza fa riscontro in occidente un rallentamento della crescita economica (secondo l'autore per l'assorbimento eccessivo di risorse nel circuito finanziario divenuto troppo autoreferente), propone fondamentalmente di separare la funzione di scambio e assicurazione (di valore) della moneta dalla funzione di credito. Attraverso una “tassa di decumulo” (cioè una tassazione fortemente progressiva che punisca l'accumulo non produttivo, tra l'altro proposta da Keynes). Giustamente l'autore sottolinea che non si tratta di una riforma, ma di una “trasformazione antropologica di portata analoga a quella delle grandi rivoluzioni sociali, un rovesciamento di principi e valori”.
Per Ruffolo le conseguenze sarebbero: un ripensamento del concetto di crescita (legandola ad un progetto sociale); l'aggancio di questa alla crescita dei salari e non dei rendimenti (cioè dei debiti); il riequilibrio dei poteri in senso democratico; lo sviluppo di un terzo sistema; la rinascita del mercato.
Una sorta di superamento temperato (ancorché poco articolato) dei difetti riscontrabili nell'attuale assetto, da far valere insieme al riconoscimento che comunque il denaro ha valore in quanto semplifica i costi di transazione in un modo che rende possibile le società complesse. Noi viviamo infatti, ormai, in una società ipercomplessa che è impensabile possa fare a meno del denaro e coordinarsi con una modalità “faccia-a-faccia”. Se una società non si coordina non è tale e ricade a livelli di divisione del lavoro inferiori. A quel punto semplicemente sostiene in vita meno persone.
Naturalmente appena fai uso del denaro, devi considerarne la dinamica e tra questa la sua remunerazione. Anche nel medioevo, man mano che si l'uso della moneta si è ampliato (diciamo dal 1000 in poi, quando si espande una circolazione monetaria, mai venuta meno, dalla contrazione dell'alto medioevo) si fa strada il tema della “equa remunerazione” del capitale. Dalla proibizione morale a “vendere il tempo” si passa a ragionare su quale possa essere un saggio interno di rendimento “equo” (oggi diremmo “non speculativo”).

Questo registro antico è una traccia ancora oggi per una riflessione sulla funzione sociale del denaro. Quale è la proporzione tra attività finanziarie e attività economiche (rivolte a produrre beni e servizi e non solo denaro) corretta? Ma non solo dal punto di vista etico (o, meglio, morale), anche dal punto di vista funzionale. Cioè, quale è il funzionamento desiderato della società che non porta distorsioni inaccettabili? Alla lunga distruggendo la fiducia sulla quale si fonda la funzione di stabilizzazione e coordinamento indispensabile rivestita dall’istituto della moneta?

In altre parole, la “fuga” del denaro dalla modalità di produzione D-M-D (che è D-M-L-M-D, dove L è il lavoro per trasformare una “merce” in un'altra, e “merce” è un bene che si scambia) verso quella D-D porta ad una sottrazione di risorse allo sviluppo umano e induce la tendenza a concentrare in poche mani la ricchezza. In parole meno garbate, la tecnocrazia che gestisce informazioni (il denaro ormai è questo) che vale forse il 0,1% della popolazione accumula su di sè una quota sempre maggiore della ricchezza socialmente disponibile. Questo è il problema, non il denaro in quanto tale.

Perderlo di vista per lamentarsi del denaro è nel migliore dei casi velleitario, nel peggiore dannoso. Il problema non è “il” denaro, è “quale” denaro e in mano a “chi”. “Nelle città molti conflitti nascono a causa delle tasse, poiché avviene spesso che i ricchi che ne governano gli affari dichiarano meno di quello che dovrebbero per sé e per i parenti e tendono ad esentare gli altri ricchi allo scopo di essere a propria volta esentati: in tal modo tutte le imposte ricadono sulla massa dei poveri” (Filippo di Beaumanoir, 1283. Riportata da Jacques Le Goff nel suo bellissimo “Lo sterco del Diavolo. Il denaro nel medioevo”, Laterza 2011).

Come già detto, aggrava questa antica questione il denaro “secondario” che qualcuno ha capito negli anni novanta di poter “inventare” in modo nuovo (o con nuova fantasia e potenza). Cioè il valore denominato nei prodotti finanziari “derivati” sempre più complessi ed oscuri. Anche qui, non bisogna demonizzare la cosa, si tratta di una invenzione medioevale. Pre-capitalistica (secondo Le Goff, proto-capitalistica secondo altri). Ma le varie forme di assicurazione (di questo, in fondo, si tratta) negli anni novanta guadagnano vita propria e cominciano a fare prole. A questo punto nasce una nuova specie (molto più aggressiva e predatoria) che negli anni zero prende il sopravvento. CDS e CDO non sono denaro ma in un certo senso lo sono. Vengono scambiati e negoziati come se lo fossero. Su di loro si appoggiano strutture finanziarie come se fossero liquidità. Su questo, ad esempio, Roubini e Mihm, La crisi non è finita, p. 85 e seg.
Nessuno sa, in effetti, quanti “derivati” siano in circolazione. Ma (fonte Gallino, 2010) Goldman Sachs nel 2008 aveva in portafoglio derivati per 250 volte i suoi valori attivi di libro (cioè a palazzi, terreni edificabili, altri beni, sottostanti dei suoi impegni). A giugno 2009 era a 330 volte. Citigroup era a 25 volte. Il punto è che a livello globale un derivato (che è sia un’assicurazione, sia una scommessa) viene scambiato (in questo senso, come promessa di valore) sul mercato finanziario, e diventa così un “quasi denaro”, in funzione dell'attesa di conservazione (incremento o decremento) del suo valore. Il valore di mercato di tali prodotti finanziari (che sono una sorta di fantasmi -o ombre- di cose e persone) è sempre inferiore al valore nominale. Nel 2008 erano in giro 680.000 miliardi di dollari di derivati il cui valore di scambio (distinto dal valore d'uso che in questo caso è ineffabile) era di ca. 20.000 miliardi di dollari. Cioè un terzo del PIL mondiale. Nessuno può determinare quanta sia questa massa. Secondo alcuni può essere da dieci a cento volte il PIL mondiale.

E' questo un problema? Appare evidente lo sia.
Quale è la soluzione? Molto più difficile stabilirlo. Per ora il sistema mondiale, un poco come un drogato in crisi di astinenza (o meglio, che si sia affacciato su una crisi di astinenza e si sia ritratto spaventato) è in precario equilibrio sul “denaro” pompato a tutta forza dalla FED e dalla Banca Centrale Giapponese. Ma questo denaro crea immense distorsioni che si intravedono appena si ipotizza l’interruzione di questo “ossigeno” (il solo annuncio di ridurre il “quantitative easing”, fatto dal Presidente ormai uscito della FED, nelle scorse settimane, ha provocato l’avvio di una crisi da fuga capitali in India e negli altri paesi emergenti).

La soluzione dovrebbe essere riequilibrare il potere di cui questa massa di denaro è sintomo, riportando al centro l’economia “reale”; cioè i rapporti sociali rivolti a produrre benessere materiale. Ciò vorrebbe dire ripristinare rapporti meno squilibrati tra profitti e lavoro, ostacolare il “decollo” dei profitti nella troposfera della finanza internazionale, incentivare l’atterraggio di una parte di questi sul terreno invitandoli a confrontarsi con la “rugosità” del reale.

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