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giovedì 24 ottobre 2013

Circa la Mozione di Civati al Dibattito Congressuale del PD


La Mozione presentata in sostegno di Giuseppe Civati al Congresso del PD, è lunga ben 65 cartelle; in essa il candidato impostosi all’attenzione con le sue posizioni di confine con SEL e M5S (presso cui fu uno degli “ambasciatori” nella crisi delle elezioni del Presidente della Repubblica) propone una posizione che non è facilissima da ricondurre a poche espressioni centrali. Mi pare che, comunque, i temi che emergono come centrali siano sostanzialmente tre: la lotta alle diseguaglianze, come cuore della crisi epocale nella quale siamo; lo sforzo di attivare una cultura della partecipazione e della “democrazia deliberativa” (anche per lui richiamando la proposta di Barca); la ricerca di uno “sviluppo sobrio” ed equilibrato.
Strumento di questa “rivoluzione della società”, un Partito nuovo, rinnovato nella sua identità, nel rapporto con le istituzioni, con gli iscritti ed i circoli, con il web.  

Il primo tema, la riduzione delle ineguaglianze è, per Civati, fondamentale per avviare una lotta contro l’inefficienza del sistema. Per redistribuire risorse ed opportunità e tornare a funzionare. Si tratta di “rimettere al centro dell’azione la lotta alla povertà ed all’esclusione sociale”, lotta alla disoccupazione e spinta ad aumentare i redditi da lavoro, sostegno a chi non ce la fa con un reddito minimo garantito. Una misura che ci possiamo permettere, perché comunque spendiamo già un quarto del PIL per il welfare. Non si tratta dunque di spendere di più, ma meglio; bisogna riequilibrare le differenze regionali, la generosità verso persone con occupazioni diverse e verso le diverse generazioni. Anche per Civati (come per Renzi) bisogna intervenire sulle pensioni più alte che hanno giovato del metodo retributivo e quindi hanno versato, nel corso della loro vita lavorativa, meno del 50% degli oltre 2.900 euro al mese (sono ca. 2.000.000 di italiani). Si propone quindi un Reddito Minimo universalistico di 400,00 euro al mese (in altri termini, se qualcuno guadagna di meno lo Stato integra sino a quella somma) con un costo di 7,1 Miliardi all’anno. A questo va aggiunto il Sussidio Universale di Disoccupazione (che avrebbe un costo di altri 9 Miliardi).
Ma il punto specifico di attacco più rilevante è rivoluzionare la politica fiscale, riducendo con decisione la tassazione sul lavoro e quella sulla produzione, al contrario colpire la rendita (in particolare finanziaria) e promuovere la ricchezza reinvestita nello sviluppo. Civati ricorda che in Italia la tassazione di chi guadagna 30.000,00 euro all’anno è cresciuta, dal 75 ad oggi, di 13 punti (dal 25% al 37%). Significa che ogni aumento va per due terzi in tasse e contributi. Chiaramente questo induce a non investire sul lavoro, a non scommettere sulle proprie capacità. Trasmette la percezione che solo con le rendite si ottiene soddisfazione. La casa, ad esempio, è passata dai 3-4 volte il reddito medio annuale del 1980 a oltre 10 di adesso. Con il proprio lavoro è ovviamente impossibile comprarla. Ma sacrificare il lavoro significa favorire, nella distribuzione della ricchezza e del surplus generato, il capitale posseduto. Sono ormai numerose le ricerche nazionali ed internazionali che sostengono questo punto. Ripristinare una minore ineguaglianza passa, su questo Civati ha ragione, per il riequilibrio dei redditi da lavoro.
E questo può essere avviato anche dalla leva fiscale (anche se non si limita a questo, ma deve passare anche per l’istruzione e le politiche di welfare, ed in particolare il potenziamento dei servizi che indirettamente lo favoriscono, come gli asili nido e la riqualificazione professionale).  

L’altro pilastro è lo sviluppo delle forme di “democrazia deliberativa”, come il “dibattito pubblico progettuale”, il rafforzamento delle proposte di legge di iniziativa popolare, l’abbassamento dei quorum per i referendum abrogativi, lo sviluppo della cittadinanza attiva anche nei rapporti con la Pubblica Amministrazione. Guardare all’esterno, ai fenomeni ed alle esperienze che comunque e malgrado tutto sono sorte: alle proteste sociali, i comitati civici, le associazioni a tutela del territorio e dei beni comuni; con essi “contaminarsi”.
Il punto è costruire le condizioni organizzative perché il PD sviluppi, “in un rapporto continuo di scambio con la società”, le competenze che sono necessarie ed indispensabili per “comprendere e padroneggiare la politica di grandi collettività”. Si tratta di attuare la <<mobilitazione cognitiva>> alla quale richiama Barca, non temere la valorizzare il dissenso, crescere nel conflitto, includere. Avere un rapporto sano, trasparente e sereno, con il potere, non occupare le cariche, non essere trampolino e non istituzionalizzarsi. Rivendicare la propria autonomia dallo Stato e restare fedele alla propria storia.  

Questi due pilastri fondano uno “sviluppo sobrio”, capace di essere rispettoso dell’ambiente e delle persone, capace di farsi sul territorio, vivere nella pratica delle amministrazioni e delle comunità. Uno sviluppo che Civati qualifica come “democratico e gradualista”, capace di vivere dell’intelligenza diffusa e della consapevole partecipazione dei cittadini. Concreto e non subalterno, capace di non arrendersi ma di esplorare nuove possibilità. Direi con insistenza ed ostinazione. “Parte[ndo] dalle facce, dai bisogni e dai sogni delle persone, dai loro desideri e, a partire da lì, pensa[re] la politica economica” (p.4). Uno sviluppo che si rifiuta di soggiacere allo “stato di eccezione permanente” nel quale siamo (intenzionalmente) costretti. Uno stato “in cui <<crisi>> significa solo <<devi obbedire>>!”. Una logica che ha prodotto il Governo Monti e che va chiaramente superata.  

Più nel merito si tratta, per la Mozione, di fare centro su una grande transizione che prenda forma dal basso, con il suo cuore in un nuovo modello di città, una nuova urbanistica, attenzione alla riqualificazione, alla sostenibilità ed all’inclusione sociale, alla bonifica e rinaturalizzazione, al potenziamento delle reti di commercio equo e solidale, e via dicendo. Sono citati specificatamente le politiche di riuso, riciclaggio e recupero dei rifiuti, la graduale uscita dalla logica dell’incenerimento (per prediligere il recupero di materia); la gestione dell’acqua bene comune anche tramite innovativi strumenti di finanziamento delle opere (buoni obbligazionari); l’energia e la ristrutturazione degli edifici, l’efficienza, la differenziazione delle fonti e l’autoconsumo (anzi il prosumers), da spingere con le reti efficienti di utenza alimentate da fonti rinnovabili “collettive”. La cooperazione nella produzione e nel consumo, in modo da consentire ai propri soci di rifornire direttamente i propri soci con energia elettrica prodotta in comune.
Quindi viene l’obiettivo di investire sulla scuola e l’università, che stanno lentamente scivolando agli ultimi posti, mentre dovrebbero essere il primo bene su cui investire. Anche promuovendo un vero welfare studentesco. E promuovendo una nuova etica della comunità scientifica, per la quale sono avanzate specifiche proposte (come, del resto per ogni altro passaggio). Se non si investe, infatti, in ricerca di base e promozione del capitale umano non ci si può stupire se l’Italia non reagisce al mutamento delle condizioni strutturali dei mercati internazionali “restando ancorata al suo modello di sviluppo. Un modello che ha già perso la sfida” (p.55).
Bisogna anche inserirsi nella rivoluzione digitale, uno dei fattori abilitanti della globalizzazione e dei movimenti civili. Va utilizzata in tutte le direzioni e non come politica settoriale, per fare leva sull’accesso alle informazioni, all’istruzione e l’educazione.  

Civati ricorda che la crisi non passerà, senza cambiare tutto. Non è una pausa, ma una trasformazione. Dunque va attraversata consapevolmente ed essendo coscienti che comporta una totale riconfigurazione dei punti di riferimento che regolano la nostra percezione del mondo.
In questo quadro, per Civati, il Partito Democratico deve superare se stesso e la sua tendenza a restare legato, anche senza avvedersene, al vecchio schema della “grande società” (del modello burocratico della grande azienda integrata e dell’amministrazione). Questo legame, per Civati, si è tradotto in “impotenza cognitiva e politica” (p. 8), incapacità di pensare e tentare di realizzare una società più giusta, equa, libera. Di qui la perdita di eredità e il tatticismo, l’attitudine a giocare nel campo altrui, la difesa di apparati autoreferenziali. La rimozione della storia, senza confrontarsi con essa.
Dunque si tratta di creare una netta distinzione tra partito e istituzione di governo, riconquistare un autonomo ruolo in termini di elaborazione e determinazione di indirizzi, aprirsi ai non iscritti e a chi è fuori, che si rivolge a chi si sente alieno o ritiene il PD alieno alla vita quotidiana e alle questioni sociali più importanti. Rilanciare i circoli e contemporaneamente renderli luoghi di confronto e di elaborazione per tutti i cittadini, sperimentando anche nuove modalità di adesione anche su singoli e specifici temi e per un tempo limitato. Viene anche proposta l’istituzione di una Fondazione di Studio sul modello detta Stinftung della SPD. L’utilizzo strutturale ed organico del web.

Un partito, insomma, leggero ed organizzato. 

 

Volendo concludere questa breve lettura, mi pare che il testo, in debito di una certa verbosità ed eccessiva proliferazione di microtemi, contenga un asse centrale di indubbio interesse: il nesso tra l’inderogabile necessità di riequilibrare le ineguaglianze (partendo, correttamente dalla ripartizione di risorse sociali tra lavoro e rendita da capitale), e il coinvolgimento delle individualità e nuclei di comunità intorno ad una progettualità che si deve nutrire di nuove pratiche di democrazia deliberativa e partecipazione. La ricerca di un nuovo sviluppo “sobrio” tramite questa tematizzazione centrale e strumento. I temi specifici (sicuramente troppo minuti ed enumerati in sequenza per una Mozione di sintesi) che articolano, non senza interesse, questo sviluppo.
Contiene una lettura del Partito Democratico che, anche nel suo richiamo a Barca, condivide abbastanza con Cuperlo, ma prende significativamente le distanze da Renzi.
Rispetto al documento di Cuperlo, in questo non c’è traccia alcuna di polemica con i competitori, il testo va per la sua strada. Anche dove tocca gli stessi temi (es. l’Europa nella quale la diagnosi coincide nella sostanza, o l’immigrazione come Cuperlo, il mezzogiorno, come entrambi, la riforma elettorale).  

Anche in questo caso potrebbero essere meglio esplicati alcuni temi sensibili, ma soprattutto l’intellegibilità del testo si gioverebbe di maggiore sintesi.
Probabilmente la trattazione affidata a poche righe della questione del mezzogiorno (abbastanza marginale in tutte le relazioni) potrebbe al contrario essere precisata. Come la proposta di contrasto all’evasione fiscale, con l’attribuzione bloccata – in netta controtendenza con la proposta Cuperlo – di ogni provento alla riduzione della tassazione sul lavoro. Questa riduzione è certamente necessaria ed altamente opportuna, ma andrebbe probabilmente finanziata con maggiore vigore, un tema che non sembra presente è l’ampio dibattito europeo dello spostamento della tassazione dalla produzione (lavoro e reddito industriale o da servizi) ai comportamenti. Cioè ai comportamenti che inducono sprechi o pressioni sull’ambiente o la società.  

Una tale ipotesi servirebbe meglio il nesso tra riduzione delle ineguaglianze, sviluppo sobrio e sostenibilità.

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