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mercoledì 23 ottobre 2013

Circa la Mozione per Cuperlo al Dibattito Congressuale del PD


La Mozione presentata da Gianni Cuperlo al Congresso PD recita il titolo “Per la rivoluzione della dignità”, ed è composta di una ventina di dense cartelle nelle quali viene insistentemente ricercata una posizione distinta dal presente e anche da quella del sindaco di Firenze. Dopo il tempo della destra, la stagione del liberismo, del riformismo “senza popolo”, il tempo leaderistico, occorre costruire un nuovo inizio. Il PD per Cuperlo deve candidarsi a guidare la riscossa, che sia prima di tutto civile, quindi economica e morale. Deve lavorare per cambiare la politica, lo Stato, i singoli e le logiche, il mercato, le élite arroccate e in difesa. Quindi a portare al centro dell’azione del paese e dell’attenzione di tutti la persona, la sua espressione comunitaria ed il valore dell’uguaglianza (qui non qualificata).
Ciò che è necessario in questa fase della vita del paese è, insomma, un nuovo “Patto di Cittadinanza”. Cioè serve partire dal contrasto delle ineguaglianze “immorali” e dalla salvaguardia dei diritti e della dignità. Il paese deve avere il coraggio di “ridisegnare” economia, cultura e bene comune alla luce di questi valori.
Per fare ciò non basta al PD, naturalmente, solo cambiare gli attori, ma occorre recuperare la propria autonomia culturale, “alzare il proprio sguardo sul mondo” ed essere molto più ambiziosi. Come afferma nel testo, il partito “non è nato per correggere la punteggiatura alla destra”, ma per scrivere un altro testo. Un testo che va scritto prima di tutto in Europa, insieme ai socialisti progressisti e lavorando ad allargare i vincoli europei figli di un’altra stagione e di ipotesi superate.
In questo lavoro di lungo periodo bisogna avere il sindacato come interlocutore e non come avversario, bisogna puntare a riqualificare e  non a ridurre la spesa pubblica, ridistribuire la pressione fiscale, potenziare l’istruzione (e renderla continua), avviare efficaci politiche industriali, riaffrontare la questione ambientale, quella meridionale e della giustizia. Pensare in grande 

Questa è la carrellata delle posizioni espresse nel documento. Il cuore della proposta è di leggersi come alternativi alla destra ed alternativi al presente.
Per ottenere questo risultato, nel centro della crisi più grave della storia repubblicana, bisognerà richiamarsi ai migliori valori della tradizione del paese. Ai valori di libertà e giustizia sociale, alla nostra coscienza di nazione unita e giusta. L’invito di Cuperlo è di tessere la rete del civismo, della solidarietà e delle comunità, di convincersi che dalla crisi si può uscire migliori.
Ma per fare questo la prima cosa che deve cambiare, in questo in linea con il focus di Renzi (anche se diversamente) è il PD. Il Partito Democratico ha deluso le aspettative, secondo Cuperlo perché non ha avuto la capacità di promuovere un cambiamento radicale, e per un deficit di partecipazione, sin dalla nascita, “che ha penalizzato il suo radicamento e favorito un correntismo ossessivo”.
Se questa è la diagnosi in comune con Renzi, la risposta è subito diversa, mentre il sindaco di Firenze enfatizza la volontà di cambiamento interpretata da nuove élite (sulla base di un concetto leaderistico, di derivazione forse manageriale, della dinamica organizzativa del partito, a sua volta focus della società politica) Cuperlo immediatamente richiama “lo sguardo sul mondo” ed evoca le spinte di emancipazione e di libertà, “che sale da angoli diversi della terra”. Ricorda la crescita assurda delle ineguaglianze nell’ultimo ventennio che sono assolutamente immorali e completamente disfunzionali. “Una delle massime cause della crisi”. Insieme all’ideologia che vede il privato sempre più efficiente del pubblico, ed in ogni cosa, ed il mercato capace di allocare sempre nel migliore dei modi le risorse. Questa idea (manifestatamente falsa, come si vede dal clamoroso fallimento nel dare il giusto prezzo ai prodotti finanziari ed ai sottostanti) “ha dilapidato una parte consistente del patrimonio industriale e produttivo del paese” (in quest’anno avremo perso circa un quarto della capacità produttiva. Sono danni che richiedono generazioni ad essere recuperati).
Diversamente dal sindaco di Firenze, che sul tema è molto meno chiaro e determinato, Cuperlo denuncia che la sinistra ha reagito con inadeguata decisione alla progressiva (in particolare accelerata dalla caduta del muro) affermazione di un liberismo insofferente e via via libero da freni e vincoli, ad un’economia  piegata alla speculazione finanziaria. Ha maturato negli ultimi venti anni quindi una “sconfitta culturale prima che politica, quando le forze progressiste hanno ceduto all’idea che compito loro, e nostro, fosse temperare gli effetti sociali negativi di quel modello”. Il liberalismo antipolitico, che puntava sul mito della disintermedizione politica, della semplificazione della catena di comando, della riduzione del pluralismo, dell’uomo forte, decisionista.  

Per andare oltre questo blocco mentale, ed operativo, bisogna cambiare il modo di stare nella società, e bisogna andare oltre le radici tradizionali della sinistra (anche qui un punto di convergenza/divergenza con il sindaco di Firenze). Più che prenderne i voti, però, bisogna costruire insieme una nuova cittadinanza ed una alleanza. Per una “piena e buona occupazione”, per creare un nuovo legame con l’impresa che si rinnova ed investe ed il lavoro, insieme al no-profit ed all’area in cui il volontariato incontra e rappresenta nuovi bisogni. Guardare quindi alla nuova microimprenditorialità ed all’innovazione. Contrastare rendite e corporazioni (anche qui convergenza) che frenano una “generazione fantasma”, abbandonata ad otto milioni di contratti atipici, precari, sottopagati, informali.  

Un percorso del genere si può fare naturalmente solo insieme all’Europa e non contro di essa. Ma sfruttando tutti i margini di azione possibili (la proposta operativa è di allargare da subito il conservativo limite del 2,5% dello squilibrio deficit/pil in 2,7 per avere risorse subito spendibili per esodati, occupazione giovanile e programma di investimenti e per la messa in sicurezza del territorio). Ma l’Europa va cambiata a fondo, insieme al sindaco di Firenze (in questo non vedo molte differenze), Cuperlo dice che bisogna abbandonare la linea dell’austerità ed il metodo intergovernativo. Bisogna dotarsi di un vero governo economico europeo, ma democratico ed incaricato di promuovere crescita occupazione e coesione sociale (non è elencato tra gli obiettivi l’onnipresente “stabilità”, che è il mantra della destra liberista). Bisogna promuovere un’Unione Federale che sia capace di dare corpo alla cittadinanza europea e ricostruisca le condizioni di un reale esercizio di sovranità democratica.
Anche tramite tale passaggio, occorre ridefinire una nuova sovranità dei cittadini (dopo la stagione nella quale la sovranità è transitata negli organi sovranazionali irresponsabili e nei mercati internazionali, soprattutto dei capitali).
Sull’arena europea e quella nazionale bisogna rilanciare il modello tradizionale che ha fatto grande l’Europa del dopoguerra: basato, nelle mutate condizioni, “su welfare state, democrazia sociale di mercato e centralità della persona”. Bisogna superare l’idea mercantilista dello sviluppo tutto fondato sulle esportazioni, cioè sulla cattura dei mercati esteri, tramite svalutazione del lavoro in patria ed austerità come strumento per costringere a questo. Concretamente ciò che Cuperlo propone di fare è un “grande scambio politico” con i partner europei (e segnatamente con i paesi del “centro”, Germania in primis) tra l’unione fiscale e la riforma del Patto di Stabilità (scorporando gli investimenti dal calcolo del deficit, rafforzando il bilancio dell’Unione, emettendo Eurobond per la crescita le cui risorse siano canalizzate su innovazione, ricerca, sostenibilità, energia e grandi reti). Bisogna quindi inserire a fianco, e con pari dignità, ai parametri economici sulla competitività e la finanza pubblica target e parametri sociali (tasso di disoccupazione, di povertà, dispersione scolastica, asili nido, …). Bisogna anche inserire un salario minimo ed orientare i mercati finanziari, spingendoli verso investimenti a lungo termine rispetto agli investimenti produttivi (non mancano in tale direzione le proposte anche da destra).
Naturalmente non è dimenticata la politica di vicinato e la necessità di attivare una vera politica estera europea ed un esercito comune.  

Quindi troviamo le nuove politiche per il lavoro, da valutare al primo posto secondo il documento congressuale, concentrando su di esse le risorse disponibili e rinvenienti dalla riduzione degli interessi sul debito e dal contrasto all’evasione. In questa direzione, mentre Renzi propone di destinare tali risorse “interamente” alla riduzione delle tasse (senza specificare a chi), Cuperlo propone una classica politica di occupazione diretta di “centinaia di migliaia di giovani” in attività legate all’ambiente e a cultura, tutela del patrimonio artistico, economia digitale, sviluppo attività di produzione innovative. Non è chiaro –e chiaramente conta- se l’idea è di promuovere una nuova versione di “lavori socialmente utili” (che tanto danni hanno fatto) o se operare con incentivi e sgravi e strumenti di mercato. Cioè dando, o modificando, un prezzo a beni di interesse collettivo. Naturalmente trovano spazio in questa ampia (anche troppo) carrellata di politiche ed azioni proposte il Reddito Minimo di Inserimento, le politiche per gli anziani e via dicendo.  

Si capisce da queste accentuazioni che per Cuperlo la spesa pubblica (che, come giustamente ricorda, al netto degli interessi sul debito è inferiore ai migliori casi europei, a partire dai virtuosi tedeschi) non va ulteriormente ridotta ma riqualificata e meglio allocata. Aumentando, ad esempio, le risorse per scuola, università e ricerca. Spingendo sulla formazione continua.
Anche il carico fiscale va redistribuito perché è al massimo possibile. Redistribuito tra chi paga e chi non, ma anche tra lavoro, rendite e patrimoni.
Politiche industriali nuove e promozione della sostenibilità ambientale (green economy, energie rinnovabili e tutela della bodiversità) ma anche difesa del suolo e sicurezza idrogeologica, completano il quadro delle politiche economiche.
Quindi troviamo la questione meridionale e della giustizia per tutti e non solo per uno.

Nelle conclusioni, tornando a parlare del Partito, Cuperlo richiama la proposta di Barca e ne riprende il messaggio di ripensare il modo di organizzarsi e farsi ricettore di nuove forme di discussione ed apprendimento, di elaborazione collettiva e decisione. Una democrazia “pensante e deliberante”, fondata sul confronto dei punti di vista, sullo studio dei problemi, sulla definizione di rigorose procedure.
Quindi:
Organismi più snelli, eliminazione dei doppi incarichi, rotazione delle funzioni,
Rilancio dei circoli,
Istituzione di consultazioni periodiche su temi,
Patti di Consultazione con associazioni, comitati, movimenti,
Investimento sulla formazione di iscritti e militanti,
Nuovo modo di vivere la rete,
Più valore alla tessera e ai militanti.

Volendo concludere, in questo ampio testo, pieno di spunti e proposte singole, forse meritevole di maggiore sintesi e gerarchia, a me pare di poter condividere il richiamo alla gestione collegiale e sociale, il sospetto per il leaderismo (che è un segno dei tempi confusi, ma ne è anche una tentazione), e quindi l’invito a far partire il riformismo dal popolo (al fare popolo) e non per esso, il richiamo conseguente a trovare le strade per definire di nuovo un Patto di Cittadinanza (dopo che quello del dopoguerra si è rotto e da tempo è stato revocato), per farlo l'esortazione ad “alzare lo sguardo sul mondo” (l’invito che mi pare più importante), e cercare una nuova sovranità (dopo la stagione della “sovranità dei mercati”).  

Quel che potrei considerare meritevole di essere meglio interrogato, o chiarito, è:
1.Questa idea di “ridisegnare” economia, scienza, cultura e bene comune che è presentata, nella sua apparente hybris iper-illumista in una frase nella prima pagina che giova richiamare per la sua densità: “la nostra società tornerà a crescere se contrasterà disuguaglianze immorali e se partirà dalla sfera dei diritti indivisibili –umani, sociali, civili- e dalla dignità di ciascuno per ridisegnare economia, scienza, cultura, il bene comune”. Non è dunque un soggetto politico, sia pure radicato e plurale, e tanto meno un leader (“amato” o non) a ridisegnare cultura e scienza (insieme ad economia e bene comune), ma “la società”. Si tratta del compito collettivo che è sulle nostre teste. Della missione che i tempi ci hanno affidato e che saremmo imbelli e vili a non cercare di affrontare.
2.La, peraltro corretta, indicazione di avere il sindacato come interlocutore, richiamato a pagina 5, probabilmente anche in polemica indiretta con le diverse accentuazioni del sindaco di Firenze, nel contesto della richiamata “grande alleanza civica” con le forze del lavoro, dell’impresa e della conoscenza, con la società che si organizza (immagino si alluda al terzo settore ed all’area del volontariato sociale). In questo programma, strettamente legato al tema precedente, il sindacato è interlocutore essenziale, nel rispetto delle reciproche autonomie. Purtuttavia, il rispetto delle autonomie non può significare l’abdicazione della politica alla sua responsabilità di regolare, con la più ampia mobilitazione cognitiva, valoriale e identitaria, ma decidendo, la vita sociale. Dunque eventualmente a ripensare le forme associative che abbiamo ereditato dal secolo scorso. Ma “alzando lo sguardo sul mondo” e guardando negli occhi le persone. Dico questo perché mi pare palese che le forme associative istituzionalizzate ereditate, nella loro storica grandezza, fatichino ad intercettare la nuova istanza di rappresentazione ed i bisogni espressi da parte ormai non marginale della società del lavoro.
3.L’enfasi sul lavoro, infine, richiamata a pag. 9 e seguenti, nel chiedere un “Piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile”, rischia di scivolare nei più tradizionali luoghi, e di essere ricondotto -nelle teste di molti- ai sentieri già visti. Tutte le politiche sono per il lavoro e nessuna forse lo deve essere. Mi pare che sia il tema più scivoloso, nel quale la fame e la speranza possono indurre a generare una pressione sociale (bisognosa, e comprensibilmente, di immediato sollievo) difficile da sostenere. Su questo tema, varrebbe una riflessione più estesa e più di un avvertimento (per non ripercorrere strade già viste).

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