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venerdì 25 ottobre 2013

Joseph E. Stiglitz, "L'ineguaglianza è una scelta"


In questo breve articolo, del 13 ottobre Joseph Stiglitz, commenta una ricerca dell’economista della Banca Mondiale Branko Milanovic. Il tema è se la diseguaglianza di reddito e di ricchezza che nella maggioranza dei paesi ricchi è aumentata enormemente negli ultimi decenni -e che sta peggiorando dal 2008- sia una nostra particolarità o no. In altre parole, il resto del mondo vede aumentare o diminuire l’ineguaglianza?
La questione va articolata: considerando la distanza tra paesi, ed osservando la distanza tra alcuni paesi emergenti e quelli tradizionalmente ricchi, si dovrebbe concludere che è molto diminuita. Ma all’interno dei paesi poveri ed a medio reddito? In altre parole, “ci stiamo muovendo verso un mondo più equo o più ingiusto”?
 

La diseguaglianza, malgrado l’enorme creazione di ricchezza, è cresciuta enormemente in Europa e Nord America a partire dal XVIII secolo. Scattando un’istantanea alla fine della Seconda Guerra Mondiale si sarebbe visto che il divario era maggiore in termini di disuguaglianza tra paesi rispetto a quella all’interno di essi.
Secondo molti, da allora le cose sono cambiate: a partire dal crollo del comunismo negli anni ottanta, l’accelerata globalizzazione economica ha iniziato a ridurre questo divario tra paesi. Sotto questo profilo nel periodo dal 1988 al 2008, come dice Milanovic, “potrebbe avere assistito il primo calo globale diseguaglianza tra i cittadini del mondo dalla rivoluzione industriale”. In realtà Stiglitz non sembra molto in accordo con questa visione ottimista; infatti anche se tra alcune regioni il divario si è notevolmente ridotto, permangono aree che sono rimaste indietro. Il reddito globale medio si è avvicinato (soprattutto grazie al peso relativo di Cina ed India) ma l’eguaglianza complessiva individuale (cioè considerando le persone e non le nazioni) è migliorata molto poco. In altre parole, mentre i governi di Asia, Medio Oriente e America Latina prendono il loro posto al sole i poveri di tutto il mondo “sono lasciati alle spalle”. Pure in Cina.  

Nello stesso periodo a livello mondiale le persone del primo 1% hanno aumentato i loro redditi del 60%, mentre l’ultimo 5% non ha avuto alcun beneficio in venti anni. E’ vero che i redditi mediani sono migliorati, ma abbiamo ancora l’8% dell’umanità che “porta a casa” il 50% del reddito globalmente prodotto (tra questo il primo 1% si riserva il primo 15%). Inoltre, se si va a vedere meglio i maggiori incrementi di reddito si sono avuti nelle élite globali – i dirigenti delle aziende industriali e delle istituzioni finanziarie – e la grande ed emergente “borghesia” di Cina, India, Indonesia, Brasile. Gli africani perdono, insieme ad alcuni latino-americani e ai post-comunisti dell’Est Europeo. Questi sono i risultati della ricerca di Milanovic.
 

L’esempio più triste lo forniscono gli Stati Uniti che sono parte di una tendenza comune a tutto l’occidente; in base ad una ricerca dell’Organizzazione per la Cooperazione e Sviluppo Economico si vede che la disuguaglianza di reddito ha iniziato a salire tra i tardi anni settanta e i primi anni ottanta in America e Gran Bretagna, diventando sempre maggiore a partire dalla fine degli anni ottanta. Quindi nell’ultimo decennio ha iniziato a crescere anche in paesi più egualitari, come Germania, Svezia e Danimarca. In linea generale si può dire che il primo 10% dei lavoratori ha iniziato a correre e l’ultimo 10% ha arretrato. Eccezioni citate da Stiglitz sono Francia, Giappone e Spagna.
 

Quel che è importante, ed è lo scopo dell’articolo, è che questa tendenza –per quanto vasta- non era universale, né inevitabile. Negli stessi anni altri paesi ridussero le loro ineguaglianze. La diseguaglianza è, infatti, il prodotto di forze e scelte politiche e non di determinanti macroeconomiche. Non è vero che è un sottoprodotto inevitabile della globalizzazione, della libera circolazione della manodopera, del capitale, dei beni e servizi e del cambiamento tecnologico che favorirebbero i lavoratori più qualificati e istruiti.
Ciò che è successo in particolare in America è che mentre il Prodotto Interno Lordo è quadruplicato negli ultimi quaranta anni e raddoppiato negli ultimi venticinque, tutti i benefici sono andati verso l’alto. Questo ha devastanti conseguenze macroeconomiche (nelle quali siamo interamente dentro in questo momento). L’anno scorso, ricorda Stiglitz, l’1% degli americani ha portato a casa il 22% del reddito complessivo della nazione e lo 0,1 la metà di questo. Più dettagliatamente al primo 1% sono andati il 95% degli incrementi di reddito. In altre parole il PIL cresce solo per il primo 1%. Il reddito mediano (quello rispetto al quale la metà della popolazione guadagna di più e la metà di meno) è fermo da venticinque anni. Questo individuo rappresentativo guadagna oggi meno di 40 anni fa (in termini di potere di acquisto). Per la precisione il 40% in meno. Naturalmente se ne accorge bene.  

Questa ineguaglianza inaccettabile e dannosa, ha iniziato ad espandersi 30 anni fa, contemporaneamente alla diminuzione delle tasse per i ricchi e all’allentamento delle norme nel settore finanziario. Per Stiglitz, questa non è una coincidenza. Questa redistribuzione verso l’alto ha peggiorato gli investimenti collettivi in: infrastrutture, istruzione, assistenza sanitaria e sicurezza (tra l’altro scaricando ulteriori costi per la sostituzione dei servizi o riduzione della qualità della vita sulla metà inferiore della piramide sociale). Ciò corrode il sistema politico ed il governo democratico.
 

Un cattivo esempio che l’Europa sembra desiderosa di seguire, tramite l’abbraccio dell’austerità da parte della Gran Bretagna e della Germania. Una politica che porta ad alti tassi di disoccupazione, salari in calo, crescente disuguaglianza. Mentre funzionari pubblici come la Merkel e Mario Draghi sostengono che i problemi dell’Europa sono, invece, causati dalla eccessiva spesa per il welfare. Una linea di pensiero che porta l’Europa in recessione (e forse depressione) come “pillola amara” che va digerita –dicono i “fanatici dell’austerità”- per raggiungere la prosperità.
 

La domanda che fa Stiglitz è semplice: <<prosperità per chi?>>
 

L’eccessiva finanziarizzazione e la governance aziendale (con compensi sempre crescenti per i top-manager), insieme a straordinarie innovazioni che permettono di arricchirsi non aumentando la torta (producendo ricchezza) ma “manipolando il sistema per cogliere una fetta più grande”, sono diventati ormai da tempo globali. Questa globalizzazione asimmetrica ha chiesto pedaggio su tutto il pianeta. Il capitale mobile impone agli operai di fare unilaterali concessioni salariali ed ai governi di fare concessioni fiscali (pena la fuga, praticamente in tempo reale). Il risultato complessivo è una “fuga verso il basso” che minaccia salari e condizioni di lavoro.
Una particolare morale ci viene –per Stiglitz- dalla disuguaglianza e povertà tra i bambini. La destra dice che <<la povertà è il risultato della pigrizia e delle scelte sbagliate nella vita>>. Ma i bambini non scelgono i loro genitori. In America vive in povertà uno su quattro di loro, in Spagna e Grecia uno su sei, in Australia e Canada uno su 10. Nulla qui c’è di inevitabile.  

 Per Stiglitz, e faremmo bene ad ascoltare con attenzione questo monito, stiamo entrando in un mondo diviso tra quei paesi che non fanno nulla e quelli che vedono il problema della ineguaglianza. Chi avrà successo nella creazione di prosperità condivisa – l’unica veramente sostenibile- eviterà di creare delle società divise con ricchi arroccati in comunità chiuse.  

Una società fatta di enclavi sorvegliate e bidonville disperate. Per gli altri il medioevo attende.

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