Su Project Syndacate, un
sito internet autorevole di un “club di economisti” di entrambi gli
orientamenti, è stato pubblicato questo breve intervento di Raghuram Rajan,
importante economista della Scuola di Chicago, ora Banchiere Centrale Indiano.
L’autore di “Terremoti finanziari”, uno dei testi più interessanti degli ultimi
anni, sostiene nell’articolo che delle due credenze fondamentali che hanno
guidato la politica economica negli ultimi anni, cioè che: il mondo soffre di una carenza di domanda aggregata relativa alle merci
e che lo stimolo fiscale e monetario sia
in grado di risolverla; la prima potrebbe essere corretta e la seconda no.
Cioè mentre la diagnosi è giusta, il rimedio è sbagliato.
Scrivendo da New Delhi,
Rajan, ipotizza che questa considerazione possa spiegare come mai in cinque
anni siano stati fatti così pochi passi avanti per ripristinare il livello
pre-crisi. La spesa pubblica e i bassi tassi di interesse, che furono la prima
reazione Bush-Obama, hanno rapidamente ottenuto il risultato di far gonfiare il
debito pubblico (negli USA) e portare al minimo (dunque alla condizione di non
poter più agire) ai tassi. Ma la crescita continua ad essere lenta (anzi “dolorosamente
lenta”).
Aprendo un inciso, nella
presentazione del ragionamento dell’economista indiano, bisogna sottolineare che
se questa politica “bassi tassi + spesa” che ha ottenuto questi effetti negli
USA, non si applica al nostro caso, in cui abbiamo avuto “bassi (ma non bassissimi)
tassi” dalla BCE ma spesa calante e non ascendente. Il deterioramento del
nostro debito è ascrivibile ai tassi di interesse subiti dal nostro debito, che
è orfano di una Banca Centrale Nazionale e dunque deve finanziarsi sul mercato
a forza di tassi alti e remunerativi (per gli investitori), e della contrazione
economica, che fa calare il gettito fiscale e il rapporto deficit/pil. Cioè è
in parte figlio di regole che riducono la fiducia degli investitori (costringendoci
ad alzare i tassi per “inseguirli”) in parte della debolezza della nostra economia,
che subisce in modo amplificato lo shock esterno.
Comunque Rajan,
ragionando sul mondo in generale –ed in particolare avendo di mira la politica
della FED- ci ricorda che man mano i tassi toccavano il fondo, dato che non sortivano
tutto l’effetto sperato per la “trappola della liquidità” (che è un altro modo
di dire debolezza strutturale della domanda), hanno indotto le banche centrali a
spostarsi verso politiche “sempre più innovative”. In realtà, secondo Rajan, c’è
qui un problema di sguardo (o meglio di pre-sguardo): si è partiti dal
presupposto che ogni domanda sia creata nello stesso modo. Che ha, cioè, le
stesse ragioni. Volendo pungolare, su questo punto, la scuola dalla quale
proviene si potrebbe dire che l’idea che la domanda è sovrana e non va giudicata
ha spento lo sguardo critico. Ma noi sappiamo che non è così: la domanda pre-crisi
era rafforzata da enormi quantità di prestiti. Era una domanda a credito.
Ora, man mano che
ottenere prestiti diventa più facile (e questa era uno dei mantra a difesa
della finanza facile, tra l’altro promosso anche dallo stesso Rajan, conZingales, negli anni novanta) sono soprattutto i “non benestanti” che aumentano
i loro consumi. I benestanti, infatti, non sono legati dal reddito nella loro spesa
(questa è anaelastica rispetto al reddito, dato che quest’ultimo è già eccedente).
L’aumento deriva piuttosto dalle famiglie più povere e dai più giovani, le cui
esigenze e i cui sogni superano i loro redditi presenti.
Ma le esigenze di questi
ultimi sono diverse da quelle dei ricchi o benestanti.
Inoltre, in una spesa a
credito, le merci più facili da acquistare (cioè quelle per le quali più
facilmente si ottiene credito) sono case ed automobili, anziché prodotti
deperibili. E questo si rafforza da sé, soprattutto in alcune regioni, creando
le condizioni delle cosiddette “bolle”. Il punto, per Rajan, è che la domanda
alimentata a debito parte in particolare da alcune famiglie in particolari
regioni per merci particolari.
Dunque, quando questa
offerta anomala di prestiti si prosciuga (si passa in una fase di contrazione e
deleveraging) le famiglie sovra-indebitate non possono più spendere e la
domanda precipita in modo maggiore nelle aree dei boom precedenti. Naturalmente
gli effetti, sia del boom sia della contrazione, si diffondono attraverso l’economia
tramite l’usuale catena di acquisti/vendite e lungo la catena di fornitura del
prodotto (se cala la vendita di automobili scenderà anche l’acciaio, e saranno
licenziati lavoratori lungo tutta la filiera), ma la disoccupazione resta comunque
molto più pronunciata nei settori in cui c’è stato il boom (automobile e
costruzione) e tra i diretti fornitori, o in regioni in cui i prezzi delle case
sono cresciuti di più e più velocemente.
Questa è la ragione per
cui uno stimolo generale e indifferenziato alla domanda (“come un taglio delle
tasse sui salari”, secondo l’esempio di Rajan) può rivelarsi inefficace nel
ripristinare l’economia delle piena occupazione. Mentre, infatti, lo stimolo
generale va a tutti, chi ne avrebbe particolarmente bisogno sono soprattutto gli
ex mutuatari. Gli stimoli ma calibrati dunque impattano su tutti i modelli di
spesa –la famiglia anziana e ricca che compra gioielli da Tiffany come chi
compra auto GM-. Inoltre chi è stato colpito perché si era sovraindebitato ora
sarà “inacidito” e adotterà comportamenti molto prudenti. Presumibilmente non
ne farà uso.
Al di là di questo, uno
stimolo indifferenziato tenderà anche ad impattare su un “modello di domanda ed
offerta” determinato dal sistema dei prestiti e da questo deformato. Con troppi
lavoratori edili (o metalmeccanici) e troppi pochi gioiellieri, uno stimolo
indifferenziato provocherà un aumento del prezzo dei gioielli più che una
soluzione reale. La fine del boom di credito, lascia quindi uno scollamento tra
domanda (senza la droga del credito) e offerta del sistema economico (con
conseguenti impieghi) che andrebbe ben valutato.
E’, cioè, una cosa del
tutto diversa da una crisi ciclica della domanda (crisi da sovraproduzione) “in
cui la domanda cade su tutta la linea ed il recupero richiede semplicemente la
riassunzione dei lavoratori licenziati nei vecchi posti di lavoro”. Questo
genere di crisi “richiede ai lavoratori di spostarsi attraverso le industrie e
in nuove posizioni”.
In questa ottica, pur
concordando con la posizione neo-keynesiana che la fonte centrale del problema
è la debole domanda per il disindebitamento degli ex-mutuatari, Rajan propone
una soluzione diversa. Anziché rilanciare la domanda in generale (cosa che è “nella
migliore delle ipotesi un palliativo”), o ristrutturare in modo facilitato il
debito (leggermente più efficace, ma insufficiente a ripristinare la vecchia
domanda), l’unica soluzione sostenibile (l’altra è far ripartire “la giostra”
del debito insostenibile fino al prossimo crollo) è permettere all’offerta di
regolare in modo naturale la domanda. Facilitare, semmai, la riconversione dei
lavoratori edili e professionisti, invece che puntellare imprese senza futuro o
sostenere la domanda dei loro prodotti senza futuro con credito facile.
Naturalmente Rajan è
cosciente che l’adeguamento dell’offerta può prendere tempo (e in cinque anni c’è
stato qualche progresso), ma l’alternativa è spendere decenni con carichi
elevati di debito pubblico, barcamenarsi nella gestione di bilanci deboli e
continui ripensamenti e marce indietro. Il caso giapponese mostra per l’economista
indiano che venti anni e un debito al 230% non sono bastati.
A questa vigorosa
posizione di Rajan (da un certo punto di vista tradizionale: deve essere l’offerta
a equilibrare il sistema economico, per evitare distorsioni non sostenibili)
alcune repliche (ad esempio Tom Shillock) ricordano che l’obiettiva distorsione
della domanda è solo l’effetto a corto raggio di una distorsione fiscale della
maggior parte dei guadagni sull’1% superiore (o sul 5%) a partire dal 1980.
Greenspan e Bernake (cioè la FED guidata da esponenti Repubblicani) sapevano
che esisteva in America una insufficiente domanda per sostenere la struttura
industriale e dei servizi (e dunque garantire l’occupazione) e reagirono
creando una bolla del credito. Cioè una distorsione monetaria creata ad arte
per compensare una distorsione fiscale.
Mentre Frank O’Callaghan
“gira” abilmente l’argomento di Rajan: se la domanda non è eguale in tutti i
punti e lo stimolo dunque potrebbe essere mal distribuito, considerando che la
concentrazione di ricchezza e reddito sul vertice è una causa della crisi
occorre concluderne che lo stimolo è andato “ai ricchi”, e ora “è necessario
per il resto”. Naturalmente più che stimolare la domanda a credito, bisogna stimolare
in modo mirato il riequilibrio dei redditi. E questo genererà comunque un
riadattamento dell’offerta, ma più sostenibile.
Qui si arriva ad uno dei
punti implicati nella interessante posizione di Rajan: la sua soluzione
assomiglia molto a quella della Scuola Austriaca (“in ultima analisi non fate
niente, il sistema troverò un nuovo equilibrio”).
Ma non muovere dalla
sbilanciata distribuzione dei redditi, puntando invece su un generalizzato
innalzamento del livello dei lavoratori (cioè, in ultima analisi, dell’istruzione)
significa postulare che la soluzione
richiede una nuova generazione di lavoratori, l’invenzione di nuovi lavori, di
nuove industrie, garantendo al più uno scivolo meno acclive per chi è nella
scomoda posizione di essere non centrale nell’attuale distribuzione. Nel frattempo
avremmo un’economia fatta di sussidi (per evitare la rivoluzione), pochi
ricchi, uno strato intermedio che lavora per loro (offerta di beni di lusso e
medio-superiori), uno strato medio-basso che lavora per l’offerta di
sussistenza (offerta di beni di base). Una situazione ottocentesca.
E’ questo che ci
aspetta? Lo vogliamo?
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