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martedì 22 ottobre 2013

Circa la Mozione per Renzi al Dibattito Congressuale del PD

La mozione presentata per il Congresso del PD in favore del candidato in pectore ormai favorito, Matteo Renzi, è lunga 18 pagine, tratta temi come lo stato del paese, del partito, le ragioni delle sue sconfitte (o “non vittorie”), la crisi, le necessità, il quadro europeo e alcune proposte concrete.
Su quest’ultimo punto troviamo proposte: nel campo del lavoro (concentrarsi sui centri per l’impiego e la formazione professionale, concedere sgravi fiscali per tre anni a chi assume giovani e aiutare chi si trova senza lavoro a cinquanta anni, ma anche “semplificare le regole del gioco” e ridurre il sindacato, garantendone la funzione dagli eccessi e imponendo la certificazione dei relativi bilanci; ma anche fare lo stesso con le associazioni dei datori di lavoro e ridurre i contributi a pioggia alle imprese); del fisco (impiegare tutto il recupero dell’evasione per ridurre le tasse, allo stesso modo di tutti i proventi delle privatizzazioni e dismissioni); dello Stato, con la riduzione dei poteri delle regioni; della finanza pubblica, con l’obiettivo di garantire l’equilibrio di bilancio ma anche di “superare l’austerity come religione e i conti come fine” e ridiscutere con l’Europa la regola del 3%.
Ma troviamo anche valori: l’etica del lavoro e del merito, la trasparenza ed onestà, l’eguaglianza di opportunità, l’inclusività, la libertà, le differenze come ricchezza.
Troviamo la ricerca di qualità distintive: avere coraggio, tenacia, entusiasmo, semplicità, orgoglio.
Troviamo anche una valutazione della situazione che vede un’Italia stanca, impaurita in cerca di soluzioni e sfiduciata; in preda ad una crisi economica che è anche crisi “di un modello di valori”; la presenza di competitori, centrodestra e 5Stelle nel quale il secondo (nulla si dice del primo) è qualificato come demagogico e populista; un mondo nel quale “sono cambiati i bisogni”; una “società liquida”; una situazione economica nella quale l’Italia viene descritta come “ferma da venti anni”, con il segno meno in tutte le graduatorie tranne l’export, con lo stato di alcuni territori da risanare e prevenire; il sud come opportunità sul quale fare “investimenti mirati”; la necessità di superare la religione dell’austerità e procedere verso una maggiore integrazione europea.

L’obiettivo annunciato è di garantire una leadership che sia in grado di parlare anche oltre i confini dell’elettorato del PD, oltre il pubblico impiego e i pensionati (nei quali il documento indica il partito al 43%) verso i lavoratori, anche precari, e i disoccupati, verso i professionisti e imprenditori. Verso chi ha votato 5S e PDL o chi non ha votato.
Si tratta di obiettivi naturali, e ovviamente corretti per un partito che intenda candidarsi a governare il paese. A questo fine viene presentata, in sostanza, una Piattaforma fatta di volontà, di azioni in sostegno del lavoro, di richiamo a costruire un partito più aperto e meno gerarchico, al contempo con una leadership forte (tramite la metafora del “capitano” della squadra); fatta anche di richiami a temi più propri della destra, come il sospetto per la forza del sindacato (accusato di essere una burocrazia autoreferente), e l’enfasi sull’eguaglianza di opportunità (slogan, come è noto, della destra americana), ma anche e soprattutto l’indicazione della necessità inderogabile di portare avanti le “riforme strutturali”, di usare i proventi della lotta all’evasione solo per ridurre le tasse, di non interferire con le operazioni finanziarie.

Credo che questi ultimi punti (per lo più elencati nel paragrafo “Contro i nostri tabù”) sarebbero meglio serviti se fossero ben più specificati. Malgrado l’utilizzo del termine “tabù” (che, ovviamente, induce a considerarli dei feticci ingiustificati da rimuovere senz’altro) io credo, sinceramente, che siano al contrario temi sensibili di discussione:
-         Non credo che il PD abbia “non vinto”, perché “gli italiani non hanno considerato sufficientemente forti i nostri leader”. Definire in questo modo un evento altamente complesso come la “non vittoria” (fatta di flussi elettorali spostati negli ultimi giorni e di profondi radicamenti e sconnessioni) è utile alla causa del candidato, ma troppo semplificato (non “semplice”). La parola leader non è una parolaccia, purché non significhi l’uomo solo al comando della nazione in quanto mandato dalla provvidenza. Nessuno ha la conoscenza, le qualità, la forza di sollevare la nazione da solo. È vero che nella mozione sono presenti parole ed indicazioni sul partito e sul rapporto di questo con la società, ma anche esse sono in parte ricondotte a questione di sostituire uomini. Varrebbe una maggiore specificazione, perché è anche qui (non nell’occupante una stanza, per quanto autorevole) che si gioca la partita.
-         Non credo che il sindacato sia un ostacolo alla necessità di affrontare l’emergenza lavoro. Che la semplificazione delle regole del gioco (pure necessaria) passi per la riduzione dei sindacalisti (magari utile). Penso in proposito che sicuramente ci sono deformazioni e rigidità da superare e che una nuova legge sull’associazionismo (non solo sindacale) potrebbe essere definita (riconoscendone il ruolo pubblico, senza necessariamente tendere a farne automaticamente delle istituzioni burocratiche), ma che questo sia un vasto ed opportuno dibattito, da condurre senza semplificazioni e senza intenti punitivi o ridimensionatori (soprattutto se unilaterali). Intendo, insomma, dire che il tema esiste ma andrebbe affrontato, per la sua delicatezza e valenza –anche identitaria e storica-, senza catturarlo nel frame <<prendere voti a destra>>.
-         Non credo nella eguaglianza delle opportunità (e nel merito) senza distribuzione più equa delle dotazioni (tra le quali l’istruzione, ma anche le risorse per una vita dignitosa). Sollevare il tema nei due luoghi in cui è citato, quando individua l’attuazione dell’art. 3 della Costituzione nella rimozione degli ostacoli (in specifica polemica con l’ipotesi egualitarista della redistribuzione delle risorse, accusata di “uccidere il merito”) e quando, nel contesto del valore dell’inclusione, indica l’obiettivo di “consentire ad ognuno di perseguire il proprio progetto di vita”. Io credo che questa ultima formula sia di grande valore (tra l’altro è chiaramente dedotta da Amartya Sen) ma sia in frizione con la prima. Questa frizione può essere utile, ma andrebbe molto meglio definita. L’eguaglianza sostanziale, e la giusta lotta alla rendita, è possibile nella società immensamente ineguale nella quale viviamo da venti-trenta anni (con forte accelerazione negli ultimi quindici, come mostrano tutte le ricerche internazionali), solo se si distribuiscono le “dotazioni” in modo meno iniquo. In altre parole, un disoccupato, figlio di sottoccupati in un area economicamente, socialmente e culturalmente depressa del paese, che “progetto di vita” può avere? E come lo può perseguire? Gli ostacoli che devo rimuovere a tal fine sono la povertà, la marginalità, l’ignoranza (che non è una sua colpa come non lo sono le altre due), l’ambiente sociale. Ma estendere fino a questo punto il termine porta verso l’egualitarismo. Dunque ci vogliono entrambi, necessariamente (non nel senso di essere tutti uguali, ma di avere una dotazione minima civile).
-         Non  credo che le “riforme strutturali”, siano opportune, che aiutino il paese e siano promuovibili dal punto di vista che il PD dovrebbe difendere. Almeno nei termini ordinariamente presentate nel dibattito. Anche qui, il tema è talmente rilevante che catturarlo nel frame  <<prendere voti a destra>> è molto problematico. Nella Mozione è scritto che noi non “usciremo dalla crisi solo se metteremo finalmente mano alle riforme strutturali di cui tutti parlano da decenni”; ma queste sono quelle del mainstream liberista in corso di profondo ripensamento. Queste riforme sono la piena liberalizzazione competitiva del mercato del lavoro, la piena liberalizzazione del mercato delle merci e dei servizi e della finanza. Il punto è che liberalizzare significa far vincere il più forte. Siamo certi di esserlo? Siamo certi che ad esserlo siano i ceti e gruppi più bisognosi? La liberalizzazione, come strada maestra confligge direttamente con l’obiettivo di aumentare le dotazioni e “consentire ad ognuno di perseguire il proprio progetto di vita”. Mentre lavora, al contrario, per l’aumento delle ineguaglianze. È vero che non tutte le riforme della struttura del paese (ovviamente la struttura del paese va cambiata) devono necessariamente determinare tale esito, ma allora occorre specificare. Perché quelle “di cui tutti parlano da decenni” sono quelle.
-         Non credo che tutti i proventi della lotta all’evasione fiscale debbano essere usati per ridurre le tasse. Credo che i servizi ai meno fortunati siano stati a tal punto ridotti negli ultimi anni, per andare dietro (anche per necessità) all’equilibrio di bilancio, man mano che gli oneri finanziari esplodevano, che debbano essere ripristinati. Dunque oltre a ridurre le tasse occorre anche erogare servizi a quella parte dei cittadini italiani (ca. 10 milioni) che non le pagano ed hanno bisogno di ricevere servizi di qualità, proprio per “perseguire il proprio progetto di vita”.
-         Non credo che la politica (cioè la democrazia) non debba interferire con operazioni economiche e finanziarie. Non è chiaro cosa si intenda con “leggi chiare e non modificabili in corso d’opera”. Se si intende che il Parlamento non possa introdurre modifiche nei progetti di Legge finanziaria proposti dal Governo (per non turbare il rigore) credo sia da respingere senz’altro. Se si intende che una legge successiva non può alterare un programma approvato (fatto salvi i vincoli comunitari e derivanti da Trattati internazionali, ovviamente) continuo a credere che l’esercizio della democrazia debba prevalere. Purtroppo questo è un “topos” tra i più centrali nell’ideologia della destra tecnocratica finanziaria: l’economia è un fatto tecnico di necessità, tutte le sue ricette e scelte sono “fatto scientifico”, e dunque la politica e la democrazia, interferendo, non possono che fare danno. Questo è il dettato della “Scuola di Chicago”. Ora, in nessuna versione possibile questa indicazione può essere accettabile per un partito che abbia la tradizione del cattolicesimo sociale e del socialismo democratico. Su questo punto “non negoziabile”, sarebbe il caso avere molta più chiarezza.

In conclusione, diversi sono i punti di convergenza tra chi scrive e il testo della Mozione, ma diversi sono anche i punti di perplessità, ed importanti. A me pare che sia giusto richiamare al coraggio ed all’orgoglio, come mi pare sia giusto partire dalla formazione (su cui sprechi ed inefficienze sono abbondati) e l’introduzione al lavoro, e recuperare un partito più radicato e connesso alla società (anche se su questo punto maggiore chiarezza sarebbe stata utile), giusta anche l’enfasi sull’Europa ed il richiamo al progetto di integrazione superando il feticismo dell’austeriy. Non mi pare condivisibile l’enfasi sulla leadership (negli scarni termini introdotta), e soprattutto mi sembrano frettolose, superficiali e rischiose le “chiamate a destra” (la cui funzione strategica comprendo) sui sindacati, sull’eguaglianza ed il merito, le riforme strutturali e l’indipendenza dell’economia.
Mi auguro che il dibattito possa sanare questi vuoti.

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