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martedì 22 ottobre 2013

Gauti Eggertsson, Andrea Ferrero, Andrea Raffo, "Le riforme strutturali possono aiutare l'Europa"?

In questo articolo del 24 maggio 2013, Gauti Eggertsson (Brown University), Andrea Ferrero (FRB di New York) ed Andrea Raffo (Federal Reserve Board) descrivono i risultati di un modello econometrico messo a punto per verificare, in Europa, gli effetti delle politiche di rigore, ed in particolare delle cosiddette “riforme strutturali” sulla crescita.
L’articolo, dal titolo “Can Structural Reforms help Europe?”, fornisce risposta negativa a questa semplice domanda. O meglio, nelle condizioni date e nel breve termine stima dannose queste politiche. Più in particolare, la tesi degli autori è che le riforme strutturali, che sono volte ad aumentare l’efficacia relativa nei mercati del lavoro e dei prodotti, ed indicate da più parti come la politica centrale da perseguire nella periferia europea per recuperare competitività, nelle condizioni odierne non stimolano l’attività economica. Anzi, possono determinare una significativa contrazione della stessa; specificatamente, in assenza di un contemporaneo stimolo monetario (reso, come è noto, impossibile dai tassi già al minimo) creano le condizioni per una prolungata deflazione (riduzione contemporanea di prezzi e salari) e quindi, per effetto delle insolvenze e della sofferenza, dell’aumento dei tassi reali praticati agli operatori economici ed alle famiglie, e la conseguente depressione della domanda aggregata. Con effetti quindi autorafforzanti. Si tratta di un modello di retroazione positiva molto noto e contestato da innumerevoli osservatori (la trappola della deflazione). 

Gli autori hanno elaborato, per dimostrare e verificare questa tesi, un “modello di equilibrio generale stocastico dinamico standard”, particolarmente calibrato per abbinare le caratteristiche salienti dell'economia Europea. Grazie a tale strumento analitico reputano di aver dimostrato che le riforme strutturali non migliorano l’uscita dalla depressione durante una crisi. In realtà, queste riforme “possono comportare a breve termine una contrazione quando la politica monetaria è vincolata dalla soglia zero (ZLB)”. Cioè quando il costo del denaro fornito dalle banche centrali è già vicino allo zero e non si può abbassare ulteriormente.
In particolare, questa dinamica è esasperata se gli agenti prevedono che tali riforme non siano permanenti (ad esempio se scommettono che i diversi gruppi controinteressati nel medio periodo avranno successo); secondo gli autori queste politiche “possono generare grandi perdite di produzione a breve termine, ed un ulteriore approfondimento della recessione in corso”.


Lo sfondo di questa valutazione è la crisi finanziaria globale del 2008-9 che come è noto ha colpito i paesi Europei in modo dissimetrico, causando contrazioni di grandi dimensioni (Figura 1).
Ma, mentre paesi del cuore della UEM, come la Germania e la Francia, hanno per lo più recuperato le perdite di output, le conseguenze sono state invece particolarmente forti per i paesi periferici (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna). Questi paesi sono rimasti in grave recessione costantemente dal 2008, innescando dubbi sulla sostenibilità delle loro finanze pubbliche e mettendo persino in pericolo il progetto dell’euro.
La diagnosi parte dal ricondurre comunemente la risposta asimmetrica che i sistemi economici “core” e “periferia” hanno avuto allo shock esogeno agli “squilibri macroeconomici accumulati dai tempi dell'introduzione della moneta comune”. Infatti, come mostrato nel pannello di sinistra della figura 2, i paesi della zona euro periferici si sono persistentemente mantenuti in deficit delle “partite di conto corrente” negli ultimi dieci anni, mentre i paesi “core” (soprattutto la Germania, ma anche l'Austria e i Paesi Bassi hanno seguito un modello simile) hanno avuto sempre un bilancio in attivo.


E’ dunque questo ripido deterioramento della posizione di indebitamento esterno nei paesi della periferia ad essere stato associato a grandi perdite di competitività. Come mostrato, invece, nel pannello di destra della figura 2, il tasso di cambio reale dei paesi periferici si è apprezzato, rispetto alla Germania, tra il 6 % (Italia) e il 15% (Grecia) nel periodo 2000-2008. Per gli autori, in questo contesto è importante considerare che recenti evidenze suggeriscono che la maggior parte di questi apprezzamenti derivano da forti aumenti nel prezzo di beni non esposti alla competizione internazionale, come le case ed altri servizi (vedi, ad esempio, Gaulier e Vicard, 2012).

Per queste ragioni, tra le opzioni politiche comunque limitate disponibili (ad esempio è impossibile svalutare la moneta), si è determinato un ampio consenso che suggerisce che i paesi della zona euro periferici hanno bisogno di adottare con urgenza le riforme strutturali per aumentare la concorrenza nei mercati dei prodotti e del lavoro.
Tali riforme dovrebbero, in altre parole, mirare direttamente alla fonte degli squilibri macroeconomici, cercando di raggiungere due obiettivi complementari nel contesto della crisi attuale. In primo luogo, le riforme sarebbero efficaci nell’innescare una effettiva  svalutazione reale della periferia rispetto al centro, contribuendo quindi a ridurre il divario di competitività accumulata negli ultimi dieci anni che era determinato -secondo l’analisi- da un differenziale di inflazione interna (prezzi interni cresciuti troppo nel contesto di una moneta unica che gli impedisce di rappresentare nella quotazione relativa tale squilibrio, correggendolo). In secondo luogo, le riforme dovrebbero aumentare le aspettative circa le future prospettive di crescita e per questa via stimolare la domanda, generando una ricchezza aggiuntiva potenzialmente considerevole (in altre parole, secondo questa ipotesi il consumatore, avendo informazione che si sta “facendo la cosa giusta” ne dovrebbe concludere che in futuro le cose andranno meglio e dunque spendere ed investire. Esattamente il contrario di ciò che succede).
Questa visione è stata supportata da numerose evidenze empiriche, fondamentalmente basate sulle rigidità significativamente più elevate in questi paesi.
La Figura 3, per esempio, presenta indici di flessibilità economica nei mercati dei prodotti e del lavoro ottenuto dal World Economic Forum (2012) che catturano il grado di concorrenza in questi mercati.



Inutile dire che, i paesi periferici ottengono risultati scarsi lungo entrambe le dimensioni e comunque inferiori a quelli del “core”.
Alla luce di queste argomentazioni e prove non è sorprendente che le riforme strutturali siano diventate la pietra angolare di accademici e della consulenza politica delle agenzie internazionali. 
Nello studio degli autori il modello esemplifica due settori (beni negoziabili e non negoziabili) e due paesi (centro e periferia) in una unione monetaria. Implementando le cd. riforme strutturali nel paese “periferico” le simulazioni mostrano che l’effetto di lungo periodo è positivo. Si otterrebbe un incremento del 5% nel settore dei servizi e una discesa dei prezzi dell’8%. Dunque le politiche suggerite potrebbero ridurre notevolmente il reddito (“the income”) e dunque il divario di competitività tra centro e periferia. Risulta, infatti, aritmeticamente indiscutibile che se in un sistema con rigidità monetarie calano i prezzi dei fattori produttivi (merci e lavoro) le aziende hanno maggiore facilità a competere con i loro partner. Cioè entro l’area Euro. La fallacia di tale argomento risalta, anche qui, dalla lettura di innumerevoli osservatori (non solo di sinistra) in quanto i competitori ai quali si intende sottrarre quote di mercato non sono i cinesi, indonesiani, brasiliani o americani e russi (i quali hanno l’arma dell’aggiustamento monetario che dovrebbe attivarsi automaticamente) ma proprio i tedeschi, francesi, belgi e olandesi. I quali non hanno l’arma della moneta, ma difficilmente non si difenderebbero. In altre parole i paesi del “core”, nello sforzo di incitare quelli periferici a fare surplus allevano il competitore del futuro.
Ma, comunque sia, appare certo che nel breve periodo il meccanismo di trasmissione delle politiche dipende in modo cruciale dalla capacità della banca centrale di appoggiarle e sostenerle. In tempi normali (non di crisi), infatti, mentre cadono i prezzi aggregati la banca centrale taglia il tasso di interesse reale, stimolando gli investimenti per compensare la temporanea riduzione della domanda.
Purtroppo quando, in condizione di crisi, il tasso è già a zero l’effetto è del tutto ribaltato. Allora le riforme provocano una decisa contrazione della domanda, mentre le aspettative di deflazione prolungata ampliano ulteriormente la depressione dei consumi e spingono al rialzo i tassi reali praticati dal sistema creditizio. Come detto il circolo si rafforza progressivamente.
Anzi, nelle simulazioni condotte dagli autori, le perdite di produzione di breve periodo, associate con il vincolo creditizio, aumentano con l'ampiezza delle riforme e diventano particolarmente grandi quando esse non sono pienamente credibili.
Nell’articolo sono citati due esperimenti condotti con lo strumento analitico del modello: in condizione di politica monetaria vincolata dalla soglia zero (ZLB) sono stati studiati gli effetti di una politica temporanea di concessione ad imprese e sindacati di un più alto potere di monopolio (“temporarily grantings firms and unions higher monopoly power”). Nonostante l'assenza di variazioni [in riduzione] di lungo periodo sui fattori produttivi (effetti sul reddito), queste riforme temporanee sono espansive quando attuati in condizioni ZLB. Questo risultato sorprendente è spiegato dalla considerazione che una politica simile crea aspettative inflazionistiche. Ma queste, in condizione tendenzialmente deflattive sono positive, provocano una riduzione del tasso di interesse reale (come la deflazione lo aumenta) anche al di là dello stimolo diretto fornito dalla politica monetaria e fornisce incentivi alle famiglie per ampliare il loro consumo (anche qui, in ambiente deflattivo è razionale non spendere, perché i soldi domani varranno di più, in ambiente inflattivo è l’opposto).
In un secondo esperimento sono studiati gli effetti di annunci rivolti ad attuare credibilmente riforme strutturali ad una data futura. Questa politica fornisce un significativo effetto di reddito (incremento di ricchezza), grazie all'aumento permanente nel lungo periodo del prodotto, ma ottiene ciò al prezzo di una prolungata deflazione a breve termine. L'effetto netto è una spinta significativa a cessare queste politiche nel breve periodo (per il loro costo sociale). 

Questa interessante ricerca, in definitiva, contribuisce ad una crescente letteratura che studia le implicazioni del vincolo ZLB (cioè in condizioni di politica monetaria tradizionale inattiva) per la trasmissione di breve periodo degli shock e delle politiche di aggiustamento. Eggertsson (nel 2012) aveva sostenuto infatti che anche le politiche del New Deal avevano facilitato la ripresa dalla Grande Depressione proprio concedendo temporaneamente il potere di monopolio alle imprese ed ai sindacati. Questo lavoro lo conferma. In primo luogo valutando il ruolo della trasmissione degli shock in un contesto di economia aperta -che dispone sia di beni commerciabili sia non commerciabili (dove, cioè, solo alcuni sono aperti alla concorrenza e possono giovarsi di incrementi di produttività)-, come anche coinvolgendo significativi effetti intersettoriale e ricadute positive di fondo (“cross-country spillover”). In secondo luogo confermando il ruolo di ammortizzatori permanenti e della “corsa di cavalli” tra gli aumenti consistenti del reddito di lungo periodo (ovvero di ricchezza generata) ed effetti deflattivi di breve periodo. Un elevato numero di studi hanno anche studiato la trasmissione degli shock fiscali in condizioni di ZLB (l’articolo cita, ad esempio, Christiano et al., 2011; Eggertsson, 2011; Erceg e Linde, 2012), spesso concludendo che i moltiplicatori fiscali cambiano notevolmente quando l’interesse nominale del tasso della banca centrale è al suo limite inferiore.

Gli autori, mentre rinviano ad una futura completa indagine delle interazioni tra le riforme strutturali e la politica fiscale, suggeriscono in definitiva che sia la grandezza, sia, eventualmente, il segno, del moltiplicatore connesso alle “riforme strutturali” sia fortemente dipendente dalla condizione di sfondo monetaria, cioè dallo stato di crisi e dalla possibilità di attivare la leva (ovvero di non essere in condizioni di ZLB).
In definitiva per gli autori, le riforme strutturali possono in effetti ridurre notevolmente il divario di competitività tra il centro e la periferia dell'UEM e aumentare le prospettive di reddito della regione. Tuttavia, la tempistica di tali riforme è cruciale. Se vengono intraprese nel corso di una crisi che porta i tassi nominali a ZLB, queste riforme strutturali possono invece approfondire la recessione, a causa del peggioramento deflattivo e dell’aumento dei tassi reali. Questo “paper” contribuisce, in sostanza, alla recente e crescente letteratura sulle implicazioni della ZLB per la trasmissione delle crisi. Naturalmente il più ampio dibattito politico in Europa “coinvolge considerazioni di economia politica non banali” (sono citati Blanchard e Giavazzi, 2003), e cioè intenzionalità che vanno oltre il mero dato economico. E tra l’altro –come ricordano opportunamente gli autori- l’opposizione politica e sociale affrontata dai governi periferici Europa ad adottare relativamente piccoli pacchetti di riforma in tempi di turbolenza finanziaria rivela la difficoltà di cambiare queste politiche in pratica. Anche con queste avvertenze il lavoro suggerisce la necessità di un “importante compromesso macroeconomico”, associato all'assenza di sufficienti stimoli politici per sostenere gli sforzi delle riforme strutturali.
 
In altre parole, l’aggiustamento strutturale, rivolto a riassorbire –in un contesto di moneta unica- differenziali di competitività nella struttura dei prezzi e dei salari (e quindi dei fattori produttivi) può essere condotto in condizioni di crisi solo al prezzo di pagare costi politici ingenti.

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