In questo articolo del 24
maggio 2013, Gauti Eggertsson (Brown University), Andrea Ferrero (FRB di New
York) ed Andrea Raffo (Federal Reserve Board) descrivono i risultati di un
modello econometrico messo a punto per verificare, in Europa, gli effetti delle
politiche di rigore, ed in particolare delle cosiddette “riforme strutturali”
sulla crescita.
L’articolo, dal titolo “Can
Structural Reforms help Europe?”, fornisce
risposta negativa a questa semplice domanda. O meglio, nelle condizioni
date e nel breve termine stima dannose queste politiche. Più in particolare, la
tesi degli autori è che le riforme strutturali, che sono volte ad aumentare l’efficacia
relativa nei mercati del lavoro e dei prodotti, ed indicate da più parti come
la politica centrale da perseguire nella periferia europea per recuperare
competitività, nelle condizioni odierne non
stimolano l’attività economica. Anzi, possono determinare una significativa
contrazione della stessa; specificatamente, in assenza di un contemporaneo stimolo
monetario (reso, come è noto, impossibile dai tassi già al minimo) creano le
condizioni per una prolungata deflazione (riduzione contemporanea di prezzi e
salari) e quindi, per effetto delle insolvenze e della sofferenza, dell’aumento
dei tassi reali praticati agli operatori economici ed alle famiglie, e la
conseguente depressione della domanda aggregata. Con effetti quindi
autorafforzanti. Si tratta di un modello di retroazione positiva molto noto e
contestato da innumerevoli osservatori (la trappola della deflazione).
Gli autori hanno elaborato,
per dimostrare e verificare questa tesi, un “modello di equilibrio generale
stocastico dinamico standard”, particolarmente calibrato per abbinare le
caratteristiche salienti dell'economia Europea. Grazie a tale strumento
analitico reputano di aver dimostrato che le riforme strutturali non migliorano
l’uscita dalla depressione durante una crisi. In realtà, queste riforme “possono
comportare a breve termine una contrazione quando la politica monetaria è
vincolata dalla soglia zero (ZLB)”. Cioè quando il costo del denaro fornito
dalle banche centrali è già vicino allo zero e non si può abbassare
ulteriormente.
In particolare, questa dinamica
è esasperata se gli agenti prevedono che tali riforme non siano permanenti (ad
esempio se scommettono che i diversi gruppi controinteressati nel medio periodo
avranno successo); secondo gli autori queste politiche “possono generare grandi
perdite di produzione a breve termine, ed un ulteriore approfondimento della
recessione in corso”.
Lo sfondo di questa valutazione è la crisi finanziaria globale del 2008-9 che come è noto ha colpito i paesi Europei in modo dissimetrico, causando contrazioni di grandi dimensioni (Figura 1).
Ma, mentre paesi del cuore
della UEM, come la Germania e la Francia, hanno per lo più recuperato le
perdite di output, le conseguenze sono state invece particolarmente forti per i
paesi periferici (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna). Questi paesi
sono rimasti in grave recessione costantemente dal 2008, innescando dubbi sulla
sostenibilità delle loro finanze pubbliche e mettendo persino in pericolo il
progetto dell’euro.
La diagnosi parte dal
ricondurre comunemente la risposta asimmetrica che i sistemi economici “core” e
“periferia” hanno avuto allo shock esogeno agli “squilibri macroeconomici
accumulati dai tempi dell'introduzione della moneta comune”. Infatti, come
mostrato nel pannello di sinistra della figura 2, i paesi della zona euro
periferici si sono persistentemente mantenuti in deficit delle “partite di conto
corrente” negli ultimi dieci anni, mentre i paesi “core” (soprattutto la Germania,
ma anche l'Austria e i Paesi Bassi hanno seguito un modello simile) hanno avuto
sempre un bilancio in attivo.
E’ dunque questo ripido
deterioramento della posizione di indebitamento esterno nei paesi della periferia
ad essere stato associato a grandi perdite di competitività. Come mostrato,
invece, nel pannello di destra della figura 2, il tasso di cambio reale dei
paesi periferici si è apprezzato, rispetto alla Germania, tra il 6 % (Italia) e
il 15% (Grecia) nel periodo 2000-2008. Per gli autori, in questo contesto è importante
considerare che recenti evidenze suggeriscono che la maggior parte di questi
apprezzamenti derivano da forti aumenti nel prezzo di beni non esposti alla
competizione internazionale, come le case ed altri servizi (vedi, ad esempio,
Gaulier e Vicard, 2012).
Per queste ragioni, tra le opzioni politiche comunque limitate disponibili (ad esempio è impossibile svalutare la moneta), si è determinato un ampio consenso che suggerisce che i paesi della zona euro periferici hanno bisogno di adottare con urgenza le riforme strutturali per aumentare la concorrenza nei mercati dei prodotti e del lavoro.
Tali riforme dovrebbero, in
altre parole, mirare direttamente alla fonte degli squilibri macroeconomici,
cercando di raggiungere due obiettivi complementari nel contesto della crisi
attuale. In primo luogo, le riforme sarebbero efficaci nell’innescare una
effettiva svalutazione reale della
periferia rispetto al centro, contribuendo quindi a ridurre il divario di
competitività accumulata negli ultimi dieci anni che era determinato -secondo l’analisi-
da un differenziale di inflazione interna (prezzi interni cresciuti troppo nel
contesto di una moneta unica che gli impedisce di rappresentare nella
quotazione relativa tale squilibrio, correggendolo). In secondo luogo, le
riforme dovrebbero aumentare le aspettative circa le future prospettive di
crescita e per questa via stimolare la domanda, generando una ricchezza
aggiuntiva potenzialmente considerevole (in altre parole, secondo questa
ipotesi il consumatore, avendo informazione che si sta “facendo la cosa giusta”
ne dovrebbe concludere che in futuro le cose andranno meglio e dunque spendere
ed investire. Esattamente il contrario di ciò che succede).
Questa visione è stata supportata da numerose evidenze empiriche, fondamentalmente basate sulle rigidità significativamente più elevate in questi paesi.
Questa visione è stata supportata da numerose evidenze empiriche, fondamentalmente basate sulle rigidità significativamente più elevate in questi paesi.
La Figura 3, per esempio,
presenta indici di flessibilità economica nei mercati dei prodotti e del lavoro
ottenuto dal World Economic Forum (2012) che catturano il grado di concorrenza
in questi mercati.
Inutile dire che, i paesi periferici
ottengono risultati scarsi lungo entrambe le dimensioni e comunque inferiori a
quelli del “core”.
Alla luce di queste
argomentazioni e prove non è sorprendente che le riforme strutturali siano diventate
la pietra angolare di accademici e della consulenza politica delle agenzie
internazionali.
Nello studio degli autori il modello esemplifica due settori (beni negoziabili e non negoziabili) e due paesi (centro e periferia) in una unione monetaria. Implementando le cd. riforme strutturali nel paese “periferico” le simulazioni mostrano che l’effetto di lungo periodo è positivo. Si otterrebbe un incremento del 5% nel settore dei servizi e una discesa dei prezzi dell’8%. Dunque le politiche suggerite potrebbero ridurre notevolmente il reddito (“the income”) e dunque il divario di competitività tra centro e periferia. Risulta, infatti, aritmeticamente indiscutibile che se in un sistema con rigidità monetarie calano i prezzi dei fattori produttivi (merci e lavoro) le aziende hanno maggiore facilità a competere con i loro partner. Cioè entro l’area Euro. La fallacia di tale argomento risalta, anche qui, dalla lettura di innumerevoli osservatori (non solo di sinistra) in quanto i competitori ai quali si intende sottrarre quote di mercato non sono i cinesi, indonesiani, brasiliani o americani e russi (i quali hanno l’arma dell’aggiustamento monetario che dovrebbe attivarsi automaticamente) ma proprio i tedeschi, francesi, belgi e olandesi. I quali non hanno l’arma della moneta, ma difficilmente non si difenderebbero. In altre parole i paesi del “core”, nello sforzo di incitare quelli periferici a fare surplus allevano il competitore del futuro.
Nello studio degli autori il modello esemplifica due settori (beni negoziabili e non negoziabili) e due paesi (centro e periferia) in una unione monetaria. Implementando le cd. riforme strutturali nel paese “periferico” le simulazioni mostrano che l’effetto di lungo periodo è positivo. Si otterrebbe un incremento del 5% nel settore dei servizi e una discesa dei prezzi dell’8%. Dunque le politiche suggerite potrebbero ridurre notevolmente il reddito (“the income”) e dunque il divario di competitività tra centro e periferia. Risulta, infatti, aritmeticamente indiscutibile che se in un sistema con rigidità monetarie calano i prezzi dei fattori produttivi (merci e lavoro) le aziende hanno maggiore facilità a competere con i loro partner. Cioè entro l’area Euro. La fallacia di tale argomento risalta, anche qui, dalla lettura di innumerevoli osservatori (non solo di sinistra) in quanto i competitori ai quali si intende sottrarre quote di mercato non sono i cinesi, indonesiani, brasiliani o americani e russi (i quali hanno l’arma dell’aggiustamento monetario che dovrebbe attivarsi automaticamente) ma proprio i tedeschi, francesi, belgi e olandesi. I quali non hanno l’arma della moneta, ma difficilmente non si difenderebbero. In altre parole i paesi del “core”, nello sforzo di incitare quelli periferici a fare surplus allevano il competitore del futuro.
Ma, comunque sia, appare
certo che nel breve periodo il meccanismo di trasmissione delle politiche dipende in modo cruciale dalla capacità
della banca centrale di appoggiarle e sostenerle. In tempi normali (non di
crisi), infatti, mentre cadono i prezzi aggregati la banca centrale taglia il
tasso di interesse reale, stimolando gli investimenti per compensare la temporanea
riduzione della domanda.
Purtroppo quando, in
condizione di crisi, il tasso è già a zero l’effetto
è del tutto ribaltato. Allora le riforme provocano una decisa contrazione
della domanda, mentre le aspettative di deflazione prolungata ampliano ulteriormente
la depressione dei consumi e spingono al rialzo i tassi reali praticati dal
sistema creditizio. Come detto il circolo si rafforza progressivamente.
Anzi, nelle simulazioni condotte
dagli autori, le perdite di produzione di breve periodo, associate con il
vincolo creditizio, aumentano con
l'ampiezza delle riforme e diventano particolarmente grandi quando esse non
sono pienamente credibili.
Nell’articolo sono citati due esperimenti condotti con lo strumento analitico del modello: in condizione di politica monetaria vincolata dalla soglia zero (ZLB) sono stati studiati gli effetti di una politica temporanea di concessione ad imprese e sindacati di un più alto potere di monopolio (“temporarily grantings firms and unions higher monopoly power”). Nonostante l'assenza di variazioni [in riduzione] di lungo periodo sui fattori produttivi (effetti sul reddito), queste riforme temporanee sono espansive quando attuati in condizioni ZLB. Questo risultato sorprendente è spiegato dalla considerazione che una politica simile crea aspettative inflazionistiche. Ma queste, in condizione tendenzialmente deflattive sono positive, provocano una riduzione del tasso di interesse reale (come la deflazione lo aumenta) anche al di là dello stimolo diretto fornito dalla politica monetaria e fornisce incentivi alle famiglie per ampliare il loro consumo (anche qui, in ambiente deflattivo è razionale non spendere, perché i soldi domani varranno di più, in ambiente inflattivo è l’opposto).
Nell’articolo sono citati due esperimenti condotti con lo strumento analitico del modello: in condizione di politica monetaria vincolata dalla soglia zero (ZLB) sono stati studiati gli effetti di una politica temporanea di concessione ad imprese e sindacati di un più alto potere di monopolio (“temporarily grantings firms and unions higher monopoly power”). Nonostante l'assenza di variazioni [in riduzione] di lungo periodo sui fattori produttivi (effetti sul reddito), queste riforme temporanee sono espansive quando attuati in condizioni ZLB. Questo risultato sorprendente è spiegato dalla considerazione che una politica simile crea aspettative inflazionistiche. Ma queste, in condizione tendenzialmente deflattive sono positive, provocano una riduzione del tasso di interesse reale (come la deflazione lo aumenta) anche al di là dello stimolo diretto fornito dalla politica monetaria e fornisce incentivi alle famiglie per ampliare il loro consumo (anche qui, in ambiente deflattivo è razionale non spendere, perché i soldi domani varranno di più, in ambiente inflattivo è l’opposto).
In un secondo esperimento
sono studiati gli effetti di annunci rivolti ad attuare credibilmente riforme
strutturali ad una data futura. Questa politica fornisce un significativo
effetto di reddito (incremento di ricchezza), grazie all'aumento permanente nel
lungo periodo del prodotto, ma ottiene ciò al prezzo di una prolungata deflazione
a breve termine. L'effetto netto è una spinta significativa a cessare queste
politiche nel breve periodo (per il loro costo sociale).
Questa interessante ricerca,
in definitiva, contribuisce ad una crescente letteratura che studia le
implicazioni del vincolo ZLB (cioè in condizioni di politica monetaria
tradizionale inattiva) per la trasmissione di breve periodo degli shock e delle
politiche di aggiustamento. Eggertsson (nel 2012) aveva sostenuto infatti che anche
le politiche del New Deal avevano facilitato la ripresa dalla Grande
Depressione proprio concedendo temporaneamente il potere di monopolio alle
imprese ed ai sindacati. Questo lavoro lo conferma. In primo luogo valutando il
ruolo della trasmissione degli shock in un contesto di economia aperta -che
dispone sia di beni commerciabili sia non commerciabili (dove, cioè, solo
alcuni sono aperti alla concorrenza e possono giovarsi di incrementi di
produttività)-, come anche coinvolgendo significativi effetti intersettoriale e
ricadute positive di fondo (“cross-country spillover”). In secondo luogo confermando
il ruolo di ammortizzatori permanenti e della “corsa di cavalli” tra gli
aumenti consistenti del reddito di lungo periodo (ovvero di ricchezza generata)
ed effetti deflattivi di breve periodo. Un elevato numero di studi hanno anche
studiato la trasmissione degli shock fiscali in condizioni di ZLB (l’articolo
cita, ad esempio, Christiano et al., 2011; Eggertsson, 2011; Erceg e Linde,
2012), spesso concludendo che i moltiplicatori fiscali cambiano notevolmente
quando l’interesse nominale del tasso della banca centrale è al suo limite
inferiore.
Gli autori, mentre rinviano ad una futura completa indagine delle interazioni tra le riforme strutturali e la politica fiscale, suggeriscono in definitiva che sia la grandezza, sia, eventualmente, il segno, del moltiplicatore connesso alle “riforme strutturali” sia fortemente dipendente dalla condizione di sfondo monetaria, cioè dallo stato di crisi e dalla possibilità di attivare la leva (ovvero di non essere in condizioni di ZLB).
In definitiva per gli
autori, le riforme strutturali possono in effetti ridurre notevolmente il
divario di competitività tra il centro e la periferia dell'UEM e aumentare le
prospettive di reddito della regione. Tuttavia, la tempistica di tali riforme è
cruciale. Se vengono intraprese nel corso di una crisi che porta i tassi
nominali a ZLB, queste riforme strutturali possono invece approfondire la
recessione, a causa del peggioramento deflattivo e dell’aumento dei tassi reali.
Questo “paper” contribuisce, in sostanza, alla recente e crescente letteratura
sulle implicazioni della ZLB per la trasmissione delle crisi. Naturalmente il
più ampio dibattito politico in Europa “coinvolge considerazioni di economia
politica non banali” (sono citati Blanchard e Giavazzi, 2003), e cioè
intenzionalità che vanno oltre il mero dato economico. E tra l’altro –come ricordano
opportunamente gli autori- l’opposizione politica e sociale affrontata dai
governi periferici Europa ad adottare relativamente piccoli pacchetti di
riforma in tempi di turbolenza finanziaria rivela la difficoltà di cambiare
queste politiche in pratica. Anche con queste avvertenze il lavoro suggerisce la
necessità di un “importante compromesso macroeconomico”, associato all'assenza
di sufficienti stimoli politici per sostenere gli sforzi delle riforme strutturali.
In altre parole, l’aggiustamento strutturale,
rivolto a riassorbire –in un contesto di moneta unica- differenziali di competitività
nella struttura dei prezzi e dei salari (e quindi dei fattori produttivi) può
essere condotto in condizioni di crisi solo al prezzo di pagare costi politici
ingenti.



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