Il libro di
Mullainthan, un economista, e Shafir, uno psicologo (rispettivamente di Harward
e Princeton), letto attraverso la sintesi di Tina Rosenberg, sembra più che
interessante: la scarsità di risorse accorcia il tempo. I deprivati di risorse
economiche (ad esempio, chi ha una rata di mutuo da pagare entro sette giorni e
non ha neppure la metà dei soldi necessari) diventano temporaneamente meno
intelligenti, hanno meno autocontrollo e non calcolano bene le conseguenze
delle loro azioni. Ma queste attitudini negative, dai conservatori normalmente attribuite
ai poveri e spesso utilizzate –in chiave neodarwiniana- per giustificare la
gerarchia sociale, non sono caratteristiche delle persone, ma della situazione.
I due autori hanno condotto esperimenti comportamentali, mostrando come anche
persone ricche, normalmente molto razionali nei loro comportamenti economici,
se deprivate, restringono la propria lettura del mondo e del tempo ed assumono
decisioni irrazionali.
Non sono,
dunque, questi comportamenti a causare la povertà, ma è più vero il contrario.
La povertà genera comportamenti errati (che la perpetuano, ovviamente). La preoccupazione
per l’imminenza della necessità, secondo gli autori, “restringe la banda” della
capacità mentale di assumere decisioni. Cioè riduce la nostra capacità di
valutazione e calcolo. Cattura il nostro cervello.
In particolare
riduce la intelligenza astratta, utilizzata per la risoluzione dei problemi; e
riduce il controllo esecutivo, necessario per disciplinare la nostra
pianificazione, il governo degli impulsi e la forza di volontà. In altre parole
“le cattive decisioni dei poveri sono un prodotto della povertà”, non dei poveri.
La differenza è stata misurata in ca. 14 punti di IQ (simile all’effetto di
avere 24 ore di veglia sulle spalle). Secondo gli autori non si tratta solo, o
specificatamente, di stress. È come essere inseriti in un tunnel: il focus
diventa risolvere l’emergenza del momento. Si può usare i soldi della rata
della macchina (perché più avanti nel tempo) per pagare il mutuo, anche se
questo dovesse comportare perdere auto e lavoro. Ciò che è fuori del tunnel non
è visto.
In conseguenza
la scarsità crea un circolo vizioso. Il circolo in cui molto spesso sono
catturati i poveri: prestiti predatori, carte di credito revolving, acquisti a
rate con tassi lunari, pagamenti in ritardo con penali e distacchi.
Ma un simile “effetto
tunnel” non è limitato al denaro, per gli autori vale qualcosa di simile con il
tempo (persone a corto di tempo tendono a rinviare tutto ciò che non gli appare
urgente nell’immediato, anche a costo di generare problemi gravi al futuro), e
persino con le diete.
Insomma, si
tratta di un meccanismo di focalizzazione (magari sviluppato per sfuggire ad una
tigre dai denti a sciabola) che ci può portare fuori strada, annientando le
nostre capacità cognitive superiori, quelle orientate a programmare le azioni
future, a governare gli impulsi del momento ed a sottoporre ad analisi le
conseguenze (in particolare quelle indirette).
Molte offerte,
nel nostro sistema economico, sono progettate per sfruttare questa caduta cognitiva,
tenendo gli uomini prigionieri nella ristrettezza. In una sorta di camicia che
si stringe quanto più ci agitiamo. Occorrerebbe progettare le risposte.
La prima è la
riduzione della ineguaglianza, la fuga dalla prigione della povertà e della
deprivazione che cattura, anche temporaneamente, almeno un terzo della
popolazione nei paesi cosiddetti “ricchi”; riuscirci renderebbe la nostra
società letteralmente più intelligente.
E di intelligenza
abbiamo assoluto bisogno.
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