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martedì 29 ottobre 2013

Circa l’articolo di Marc Lazar “Renzi e i democratici. L’immagine non basta”


 
Su La Repubblica di oggi è presente un interessante articolo del politologo francese Marc Lazar, nel quale le critiche che da più parti vengono sollevate verso il programma di Matteo Renzi sono inquadrate in una interessante cornice. Ciò che viene imputato al sindaco di Firenze è l’eccesso di personalizzazione e la nebulosità del programma (non è difficile vedere che sono l’una lo specchio dell’altra).
Lazar, però, ci invita ad allargare lo sguardo ed a uscire dal nostro tendenziale provincialismo. Se proviamo a distogliere, infatti, lo sguardo dal nostro ombelico, vediamo che in tutta Europa (e negli USA) è in corso da tempo un mutamento (anzi “una mutazione”) della democrazia, sincronizzata sulla mutazione della nostra società; Lazar cita Manin, e la sua “democrazia del pubblico”, caratterizzata dal declino dei partiti, la disgregazione delle identità politiche tradizionali, l’aumento della volatilità (cioè dei repentini spostamenti politici ed elettorali), il ruolo crescente dei leader e dunque della televisione e (più di recente) di internet. Non è difficile individuare un nesso tra questi mutamenti; lo sfaldamento delle identificazioni totalizzanti (che va insieme con la distruzione dei ruoli) porta con sé l’aumento del disorientamento e il declino dei partiti-casa. Per reagire a tale fenomeno si cerca di “saltare” i corpi intermedi delegittimati e accedere direttamente agli individui. Cioè ai cittadini/spettatori. Per fare ciò serve un leader carismatico e strumenti di comunicazione diretti (televisione e internet). Aggiungere a questo insieme la disaffezione per le istituzioni e verso le élite dirigenti (colpevoli di impotenza e sospettate di tradimento ed abbandono della propria missione), sintetizzato nel crescente (e peraltro ben motivato) euroscetticismo, e si coglie il rischio del degrado nel populismo e in tendenze autoritarie temuto da molti.
Lazar richiama questo punto nel momento in cui identifica questa tendenza al populismo come esito, uscita naturale di questo insieme di pulsioni.

E identifica due reazioni da sinistra: l’adattamento ed il rifiuto.

L’adattamento vede l’accettazione come ineluttabile, e per certi versi anche opportuna (in nome della decisionalità), della prevalenza di una politica personalizzata e mediatizzata. Una politica capace di intercettare sul piano emotivo quel disincanto/disinvestimento che tanti sentono; e capace di andare a cogliere/inseguire più liberamente i singoli temi/interessi frammentati delle diverse individualità, ormai non riconducibili a sintesi.

Il rifiuto, ancorandosi all’indisponibilità a questo scivolamento (e correndo il rischio di rinchiudersi nei residuali “fortini” identitari, sempre più ristretti e marginali), cerca di resuscitare, nelle mutate condizioni, la cultura collettiva dei partiti, spingendo sul radicamento a sinistra ed un surplus di “partecipazione”.
Si tratta di logiche antagoniste, da noi rappresentate da Matteo Renzi, da una parte, e Fabrizio Barca, dall’altra (tanto più che il primo richiama il mantra della vittoria, ed il secondo si chiama fuori dalla partita). Ma si tratta di due reazioni comprensibili. Occorrerebbe trovare gli elementi di sintesi tra le due (cosa a cui, a ben vedere, mi sembra inviti Lazar) perché entrambe hanno alcune buone ragioni. 

La dinamica di iper-individualizzazione (de-socializzante) e disaffezione per la decisione collettiva, assunta in comune ed in base ad un progetto, è sicuramente preoccupante. Rappresenta una reazione naturale allo scivolamento di tanti (sicuramente della maggioranza) verso condizioni esistenziali di maggiore povertà/insicurezza. Verso la notifica di inutilità, emanata all’individuo dal mondo. In queste condizioni (bello ed interessante, al riguardo, il recente “Scarcity” di Sendhil Mullainathan e Eldar Shafir) si determina una “restrizione cognitiva” ed un accorciamento del tempo percepito, che rendono non percepibili i tempi lunghi e gli scenari ampi delle tradizionali identità politiche. Identità che avevano come presupposto una stabilità esistenziale (e sicurezza almeno minima) oggi non facilmente disponibili. Si potrebbe spiegare meglio in questa luce, la circostanza, da alcuni osservata, che solo le classi alte oggi riescono ad esprimere una progettualità “di gruppo”.  

Ma questa dinamica, in quanto puramente reattiva, andrebbe più gestita che accettata. Credo che in questo siano d’accordo tutti i competitori per la scena del centro-sinistra (o della sinistra-centro). Come riuscirci è il tema aperto.

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