Il 30 ottobre 2013, in applicazione di
una norma federale, il Dipartimento del Tesoro – Ufficio degli Affari Internazionali-
ha pubblicato un denso Rapporto nel quale
viene analizzato “se i paesi [esteri] manipolano il tasso di cambio tra
la loro moneta ed il dollaro statunitense per evitare un efficace equilibrio nella
regolazione dei pagamenti o per guadagnare un vantaggio competitivo sleale nel
commercio internazionale”.
Questo Rapporto rappresenta, dunque, una
interessante opportunità per guardare ad un punto di vista ufficiale esterno.
Il quadro generale tratteggiato per il
primo semestre del 2013 è il seguente: il PIL reale degli Stati Uniti è
cresciuto a un tasso annuo del 1,8 %, accelerando il ritmo dall’1,5 % nel
secondo semestre 2012. Si prevede un rafforzamento della crescita alla fine del
2013 e un 2,8 % nel 2014.
La crescita è stata sostenuta dalla spesa
e dagli investimenti dei consumatori in un contesto di miglioramento dei
bilanci delle famiglie, e di condizioni di credito “accomodanti”, insieme ad
una creazione di posti di lavoro più veloce. Gli occupati non agricoli sono
aumentati da una media di 185.000 al mese nel corso dell'ultimo anno cosa che
porta a 7,6 milioni di posti di lavoro del settore privato creati a partire dal
febbraio 2010. Il tasso di disoccupazione è dunque sceso al 7,2 per cento a
partire da settembre 2013, il livello più basso dal novembre 2008.
Nel corso dell'anno fiscale appena
concluso, il disavanzo federale dovrebbe scendere dal 7 % del PIL a poco più
del 4 %, il livello più basso dalla fine anno del 2008. In rapporto al PIL,
questa è quasi 6 punti percentuali del PIL inferiore al disavanzo di esercizio
2009 del 10,1 % del PIL. L'Amministrazione resta impegnata a ridurre
ulteriormente il deficit, in coerenza con la condizione di tenere l’economia e
la finanza pubblica su un sentiero sostenibile a lungo termine.
Quest'anno ha visto una maggiore crescita nelle economie avanzate, accoppiato con un riesame delle prospettive di crescita relativa delle economie emergenti. Nel complesso, il FMI prevede che l'economia globale si espanderà del 2,9 % nel 2013, in calo dal 3,2 % nel 2012. Guardando al futuro si prevede un 3,6 % nel 2014.
Ci sono segni che la lunga recessione
nella zona euro è giunto al termine, anche se la disoccupazione rimane molto
elevata in molti paesi. La crescita ha subito un rallentamento in molte
economie emergenti di mercato a causa del declino dello stimolo post-crisi, del
rallentamento della domanda globale di esportazione, tra cui la più bassa
domanda di materie prime dalla Cina, e la stretta creditizia. Molte valute dei
mercati emergenti hanno svalutato nel 2013 a causa di fattori globali e locali.
Per l'Europa Il Rapporto sottolinea come
la Germania continui a conservare un attivo di bilancia commerciale (stimato al
7%) superiore a quello cinese, portando la media Europea ad avere un attivo del
2%. Tuttavia la cosa è vista con giusta preoccupazione per due motivi: gli
attivi permanenti non fanno bene all’economia mondiale (in quanto obbligano
qualcuno ad essere in passivo per ovvia costrizione contabile) e, specificatamente,
tengono passive le economie del sud.
L'Italia è vista ancora in crisi “...mentre
gli attuali deficit di Italia e Spagna e delle economie più piccole della
periferia si sono contratti in modo significativo, soprattutto a causa del
crollo della domanda interna e della caduta dei salari” (p. 24).
Come di vede dal grafico, con la sola
eccezione dell’Australia (il cui PIL non è mai calato), tutti paesi sviluppati
hanno visto un calo importante nel 2008-9 ma mediamente si sono ripresi. Come
si legge l’Italia è ormai da sola a scendere.
Gli altri principali paesi hanno subito
meno lo shock della crisi del 2008 (il cui epicentro era nella finanza
anglosassone) e mediamente si sono ripresi meglio.
Appare, comunque significativo che il
Tesoro USA indichi crollo della domanda interna e caduta dei salari (intende
dell’occupazione) come cause della stagnazione. Altra causa che citerà, ma è
più un effetto-causa è la restrizione del credito.
Continua così: “per facilitare il
processo di aggiustamento all'interno dell'area dell'euro, i paesi con surplus
ampio e persistente dovrebbero agire
per stimolare la crescita della domanda
interna e ridurre le eccedenze di bilancia commerciale. [ma, al contrario]
La Germania ha mantenuto un ampio avanzo delle partite correnti nel corso della
crisi finanziaria dell'area euro, e nel 2012, l'avanzo corrente nominale della
Germania era più grande di quello della Cina.
[dunque] Il ritmo anemico della crescita
della domanda interna della Germania e la sua dipendenza dalle esportazioni
hanno ostacolato il riequilibrio in un momento in cui molti altri paesi della
zona euro sono stati sottoposti a forti pressioni per ridurre la domanda e
comprimere le importazioni, per promuovere l'adeguamento. Il risultato netto è
stato un bias deflazionistico per la zona euro, così come per l'economia
mondiale.
Una forte crescita della domanda interna nelle economie europee in eccedenza, in particolare in Germania, contribuirebbe [invece] a facilitare un riequilibrio duraturo degli squilibri nella zona euro” (p. 25).
La diagnosi è chiarissima, i paesi del
“Cuore” europeo dovrebbero favorire il riequilibrio economico facendo il
contrario di quel che al momento è attuato: invece di cercare di riequilibrare
per via deflattiva le economie del sud, lasciando che la crisi abbassi i loro
prezzi e li faccia recuperare competitività, dovrebbero riequilibrare per via
inflattiva le loro economie, alzando i loro prezzi e spingendo il mercato
interno ed i propri consumi. Ne risulterebbe un effetto di traino (la vecchia
metafora della “locomotiva”) che aiuterebbe all’intera Europa – ed al mondo- ad
uscire dalla crisi.
Invece “il Recupero dell'area dell'euro è rimasto sostanzialmente inferiore ad altri paesi sviluppati, lasciando l'attività economica a un livello basso. Il PIL dell'area dell'euro rimane ancora al 3 % inferiore rispetto al picco del primo trimestre del 2008, la domanda privata è quasi il 6 % sotto i livelli pre-crisi, la disoccupazione è al 12,0 %, e la periferia resta in recessione globale. ... Lo stimolo fiscale nel 2013, anche se in modo più moderato del 2012, rimane negativo. I consumi privati, di gran lunga la più grande componente della domanda interna, continueranno ad essere vincolati ai redditi reali, che restano sotto pressione dalla disoccupazione elevata, dalla bassa crescita dei salari reali, e dalle maggiori imposte.
Nel frattempo gli investimenti, che
hanno dato un contributo significativo alla debolezza della domanda interna,
stanno mostrando segni nascenti di ripresa, ma rimangono deboli. Inoltre, ...
le condizioni del credito restano difficili in molti paesi e, insieme con
riduzione della leva finanziaria, si comporteranno come freno sulla crescita.
Sia la Commissione Europea (CE) che il FMI prevedono che l'economia dell'area
dell'euro si contrarrà nel 2013 del 0,4 %, mentre il PIL dovrebbe crescere al
ritmo lento di 1 % nel 2014.”
In presenza di stimolo fiscale negativo
(cioè politiche di rientro dal debito e contenimento della spesa) si verifica
che i consumi interni privati, cioè al netto dei pubblici –comunque in
contrazione-, sono vincolati ai redditi reali in stagnazione. A causa di tre
fattori così elencati: disoccupazione, salari e imposte. Gli investimenti
potrebbero svolgere un effetto anticongiunturale, ma restano deboli a causa
della restrizione del credito (ma anche della debolezza della domanda: perché investire
se nessuno compra?).
Una situazione difficile, nella quale, per il Tesoro USA, le politiche condotte non aiutano, “nel 2012, l'area dell'euro, nel complesso, ha intrapreso uno dei consolidamenti fiscali più aggressivi delle economie avanzate, pur avendo il più piccolo deficit di bilancio corretto per il ciclo e le prospettive di crescita deboli. ... restiamo preoccupati per il ritmo non appropriato di consolidamento e per la necessità di fornire spazio per le risposte politiche anticicliche, garantendo percorsi credibili per la sostenibilità fiscale nel corso di un periodo di tempo che è sensibile agli sviluppi congiunturali.”
In altre parole, una politica
inopportuna e non giustificata (“pur avendo il più piccolo deficit di bilancio
corretto per il ciclo e le prospettive di crescita deboli”); in queste
condizioni le risposte politiche anticicliche sono una “necessità”, la sostenibilità
fiscale va garantita, ovviamente. MA “nel corso di un periodo di tempo che è
sensibile agli sviluppi congiunturali”, cioè senza uccidere il malato.
Questo rischio è visto oltremanica, la
parte del Rapporto dedicata all’Europa si chiude con un avvertimento: “... i
rischi di battute d'arresto politiche per affrontare le vulnerabilità
sottostanti di economie periferiche e la struttura istituzionale della zona
euro e dell'Unione europea rimangono significative. Ulteriori tensioni potrebbero
emergere dall'incertezza politica, dalla fatica di regolazione, e dal
disaccordo all'interno dell'area dell'euro su come affrontare le nuove sfide
per l'unione monetaria. Nel medio termine, i ritardi nella integrazione
finanziaria, economica e fiscale potrebbe radicare le grandi disparità
economiche che si sono sviluppate in tutta l'area dell'euro, lasciando la
regione vulnerabile a nuovi shock. Una priorità chiave per l'area dell'euro è
quello di consolidare e accelerare la ripresa della crescita, che sosterrà una
riduzione degli oneri di debito pesanti, alti tassi di disoccupazione più
bassi, e contribuire a mantenere il sostegno politico al processo di
adeguamento all'interno del nucleo e la periferia.”
Vogliamo
ascoltarlo?



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