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giovedì 31 ottobre 2013

“Report to Congress on International Economic and Exchange Rate Policies”, U.S. Department of the Treasury Office of International Affairs -



Il 30 ottobre 2013, in applicazione di una norma federale, il Dipartimento del Tesoro – Ufficio degli Affari Internazionali- ha pubblicato un denso Rapporto nel quale  viene analizzato “se i paesi [esteri] manipolano il tasso di cambio tra la loro moneta ed il dollaro statunitense per evitare un efficace equilibrio nella regolazione dei pagamenti o per guadagnare un vantaggio competitivo sleale nel commercio internazionale”.

Questo Rapporto rappresenta, dunque, una interessante opportunità per guardare ad un punto di vista ufficiale esterno.

Il quadro generale tratteggiato per il primo semestre del 2013 è il seguente: il PIL reale degli Stati Uniti è cresciuto a un tasso annuo del 1,8 %, accelerando il ritmo dall’1,5 % nel secondo semestre 2012. Si prevede un rafforzamento della crescita alla fine del 2013 e un 2,8 % nel 2014.
La crescita è stata sostenuta dalla spesa e dagli investimenti dei consumatori in un contesto di miglioramento dei bilanci delle famiglie, e di condizioni di credito “accomodanti”, insieme ad una creazione di posti di lavoro più veloce. Gli occupati non agricoli sono aumentati da una media di 185.000 al mese nel corso dell'ultimo anno cosa che porta a 7,6 milioni di posti di lavoro del settore privato creati a partire dal febbraio 2010. Il tasso di disoccupazione è dunque sceso al 7,2 per cento a partire da settembre 2013, il livello più basso dal novembre 2008.
Nel corso dell'anno fiscale appena concluso, il disavanzo federale dovrebbe scendere dal 7 % del PIL a poco più del 4 %, il livello più basso dalla fine anno del 2008. In rapporto al PIL, questa è quasi 6 punti percentuali del PIL inferiore al disavanzo di esercizio 2009 del 10,1 % del PIL. L'Amministrazione resta impegnata a ridurre ulteriormente il deficit, in coerenza con la condizione di tenere l’economia e la finanza pubblica su un sentiero sostenibile a lungo termine.

Quest'anno ha visto una maggiore crescita nelle economie avanzate, accoppiato con un riesame delle prospettive di crescita relativa delle economie emergenti. Nel complesso, il FMI prevede che l'economia globale si espanderà del 2,9 % nel 2013, in calo dal 3,2 % nel 2012. Guardando al futuro si prevede un 3,6 % nel 2014.



Ci sono segni che la lunga recessione nella zona euro è giunto al termine, anche se la disoccupazione rimane molto elevata in molti paesi. La crescita ha subito un rallentamento in molte economie emergenti di mercato a causa del declino dello stimolo post-crisi, del rallentamento della domanda globale di esportazione, tra cui la più bassa domanda di materie prime dalla Cina, e la stretta creditizia. Molte valute dei mercati emergenti hanno svalutato nel 2013 a causa di fattori globali e locali.
 

Per l'Europa Il Rapporto sottolinea come la Germania continui a conservare un attivo di bilancia commerciale (stimato al 7%) superiore a quello cinese, portando la media Europea ad avere un attivo del 2%. Tuttavia la cosa è vista con giusta preoccupazione per due motivi: gli attivi permanenti non fanno bene all’economia mondiale (in quanto obbligano qualcuno ad essere in passivo per ovvia costrizione contabile) e, specificatamente, tengono passive le economie del sud.

L'Italia è vista ancora in crisi “...mentre gli attuali deficit di Italia e Spagna e delle economie più piccole della periferia si sono contratti in modo significativo, soprattutto a causa del crollo della domanda interna e della caduta dei salari” (p. 24).



Come di vede dal grafico, con la sola eccezione dell’Australia (il cui PIL non è mai calato), tutti paesi sviluppati hanno visto un calo importante nel 2008-9 ma mediamente si sono ripresi. Come si legge l’Italia è ormai da sola a scendere.

 



Gli altri principali paesi hanno subito meno lo shock della crisi del 2008 (il cui epicentro era nella finanza anglosassone) e mediamente si sono ripresi meglio.
 

Appare, comunque significativo che il Tesoro USA indichi crollo della domanda interna e caduta dei salari (intende dell’occupazione) come cause della stagnazione. Altra causa che citerà, ma è più un effetto-causa è la restrizione del credito.
Continua così: “per facilitare il processo di aggiustamento all'interno dell'area dell'euro, i paesi con surplus ampio e persistente dovrebbero agire per stimolare la crescita della domanda interna e ridurre le eccedenze di bilancia commerciale. [ma, al contrario] La Germania ha mantenuto un ampio avanzo delle partite correnti nel corso della crisi finanziaria dell'area euro, e nel 2012, l'avanzo corrente nominale della Germania era più grande di quello della Cina.
[dunque] Il ritmo anemico della crescita della domanda interna della Germania e la sua dipendenza dalle esportazioni hanno ostacolato il riequilibrio in un momento in cui molti altri paesi della zona euro sono stati sottoposti a forti pressioni per ridurre la domanda e comprimere le importazioni, per promuovere l'adeguamento. Il risultato netto è stato un bias deflazionistico per la zona euro, così come per l'economia mondiale.

Una forte crescita della domanda interna nelle economie europee in eccedenza, in particolare in Germania, contribuirebbe [invece] a facilitare un riequilibrio duraturo degli squilibri nella zona euro” (p. 25). 
 

La diagnosi è chiarissima, i paesi del “Cuore” europeo dovrebbero favorire il riequilibrio economico facendo il contrario di quel che al momento è attuato: invece di cercare di riequilibrare per via deflattiva le economie del sud, lasciando che la crisi abbassi i loro prezzi e li faccia recuperare competitività, dovrebbero riequilibrare per via inflattiva le loro economie, alzando i loro prezzi e spingendo il mercato interno ed i propri consumi. Ne risulterebbe un effetto di traino (la vecchia metafora della “locomotiva”) che aiuterebbe all’intera Europa – ed al mondo- ad uscire dalla crisi.

Invece “il Recupero dell'area dell'euro è rimasto sostanzialmente inferiore ad altri paesi sviluppati, lasciando l'attività economica a un livello basso. Il PIL dell'area dell'euro rimane ancora al 3 % inferiore rispetto al picco del primo trimestre del 2008, la domanda privata è quasi il 6 % sotto i livelli pre-crisi, la disoccupazione è al 12,0 %, e la periferia resta in recessione globale. ... Lo stimolo fiscale nel 2013, anche se in modo più moderato del 2012, rimane negativo. I consumi privati, di gran lunga la più grande componente della domanda interna, continueranno ad essere vincolati ai redditi reali, che restano sotto pressione dalla disoccupazione elevata, dalla bassa crescita dei salari reali, e dalle maggiori imposte.
Nel frattempo gli investimenti, che hanno dato un contributo significativo alla debolezza della domanda interna, stanno mostrando segni nascenti di ripresa, ma rimangono deboli. Inoltre, ... le condizioni del credito restano difficili in molti paesi e, insieme con riduzione della leva finanziaria, si comporteranno come freno sulla crescita. Sia la Commissione Europea (CE) che il FMI prevedono che l'economia dell'area dell'euro si contrarrà nel 2013 del 0,4 %, mentre il PIL dovrebbe crescere al ritmo lento di 1 % nel 2014.” 

In presenza di stimolo fiscale negativo (cioè politiche di rientro dal debito e contenimento della spesa) si verifica che i consumi interni privati, cioè al netto dei pubblici –comunque in contrazione-, sono vincolati ai redditi reali in stagnazione. A causa di tre fattori così elencati: disoccupazione, salari e imposte. Gli investimenti potrebbero svolgere un effetto anticongiunturale, ma restano deboli a causa della restrizione del credito (ma anche della debolezza della domanda: perché investire se nessuno compra?).

Una situazione difficile, nella quale, per il Tesoro USA, le politiche condotte non aiutano, “nel 2012, l'area dell'euro, nel complesso, ha intrapreso uno dei consolidamenti fiscali più aggressivi delle economie avanzate, pur avendo il più piccolo deficit di bilancio corretto per il ciclo e le prospettive di crescita deboli. ... restiamo preoccupati per il ritmo non appropriato di consolidamento e per la necessità di fornire spazio per le risposte politiche anticicliche, garantendo percorsi credibili per la sostenibilità fiscale nel corso di un periodo di tempo che è sensibile agli sviluppi congiunturali.”

In altre parole, una politica inopportuna e non giustificata (“pur avendo il più piccolo deficit di bilancio corretto per il ciclo e le prospettive di crescita deboli”); in queste condizioni le risposte politiche anticicliche sono una “necessità”, la sostenibilità fiscale va garantita, ovviamente. MA “nel corso di un periodo di tempo che è sensibile agli sviluppi congiunturali”, cioè senza uccidere il malato.
 

Questo rischio è visto oltremanica, la parte del Rapporto dedicata all’Europa si chiude con un avvertimento: “... i rischi di battute d'arresto politiche per affrontare le vulnerabilità sottostanti di economie periferiche e la struttura istituzionale della zona euro e dell'Unione europea rimangono significative. Ulteriori tensioni potrebbero emergere dall'incertezza politica, dalla fatica di regolazione, e dal disaccordo all'interno dell'area dell'euro su come affrontare le nuove sfide per l'unione monetaria. Nel medio termine, i ritardi nella integrazione finanziaria, economica e fiscale potrebbe radicare le grandi disparità economiche che si sono sviluppate in tutta l'area dell'euro, lasciando la regione vulnerabile a nuovi shock. Una priorità chiave per l'area dell'euro è quello di consolidare e accelerare la ripresa della crescita, che sosterrà una riduzione degli oneri di debito pesanti, alti tassi di disoccupazione più bassi, e contribuire a mantenere il sostegno politico al processo di adeguamento all'interno del nucleo e la periferia.”  

Vogliamo ascoltarlo?

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