Questo libro di
Fabrizio Barca, edito per Feltrinelli nel 2013, è costruito in effetti intorno
ad un’unica idea: tutti i nostri problemi
non derivano da mancanza di potere, ma di conoscenza. È questo il problema
dello Stato e dei Partiti. Questa è la ragione per la quale non è efficace l’azione
di governo e appare così grande l’impotenza.
Siamo in una
profonda crisi socioeconomica da oltre venti anni; dal 1992 siamo soggetti a un
profondo senso di incertezza e di “spavento”; abbiamo promosso frenetiche e
continue riforme della Pubblica Amministrazione e del mercato del lavoro, senza
realmente incidere; si registrano ininterrotti comportamenti abusivi del ruolo pubblico,
di una gravità, diffusione ed arroganza secondo Barca non comparabili con le
vicende di altri paesi (B, p. 49).
Il bandolo di
questa matassa va ricercata nei partiti
e, più profondamente, nel modo in cui viene costruita ed utilizzata la
conoscenza necessaria ad agire. La conoscenza che non è concentrata nelle mani
di pochi, ma è “dispersa fra una moltitudine di soggetti, privati e pubblici,
ognuno dei quali possiede frammenti di ciò che è necessario sapere” (B., p.66),
ancora meglio (Barca dice “più”), “la conoscenza necessaria spesso neppure
esiste quando sorge un problema o un’opportunità; essa scaturisce piuttosto
come <innovazione> dal confronto e dal conflitto fra molteplici soggetti che possiedono conoscenze
parziali”.
Dunque, tutte le
soluzioni che spingono per concentrare il potere decisionale in mano a pochi
sono in tensione con il principio ci competenza (oltre che con quello di
rappresentanza). È semplicemente un errore.
Per questa
ragione il bandolo va ricercato nei partiti; che siano in grado di costruire
processi per coinvolgere i molteplici detentori di conoscenza ed esperienza, a
confrontarla e crearne di nuova; consentendo innovazione e avanzamento. L’idea
è di “muovere da quadri regolativi inziali volutamente provvisori e prevedere
la loro progressiva revisione attraverso un processo di analisi continua degli
esiti nei rispettivi contesti, fondata sulla partecipazione attiva dei
cittadini, verificabilità, monitoraggio e valutazione in itinere, presidio dei
risultati e forte utilizzo della rete per dare semplicità, apertura e
tempestività a queste funzioni” (B., p. 69).
Si tratta di
articolare l’azione in tre stadi: decisione,
presidio dell’attuazione, apprendimento
per migliorare le nuove decisioni. La prima deve avvenire dopo aver “estratto
ed aggregato” conoscenza (dagli esperti, dai produttori e dai beneficiari),
notoriamente imperfetta ed in deficit (cognitivo), cioè incompleta. Il presidio
dell’attuazione cerca di compare questo deficit, servono allo scopo spazi di confronto
pubblico in grado di garantire (tramite opportune procedure) l’informazione, l’imparzialità,
l’espressione del dissenso, l’apertura e la ragionevolezza del dibattito. Ciò significa
usare la rete, far emergere le innovazioni e decidere cosa farne, utilizzare
gli errori e gli ostacoli per apprendere. Di qui può partire un nuovo round di
decisioni.
Bisogna fare
chiaramente tanta strada per rendere possibile questo metodo (peraltro
praticato abbastanza comunemente in altre realtà), aggiornando una macchina
pubblica arcaica, affinando le procedure, informatizzando, adeguando il
personale e formandolo; identificando chiaramente le responsabilità; cambiando
molte leggi.
Una delle cose
che serve è un “partito palestra”; capace di raccogliere intorno a sé un “aperto
e governato conflitto sociale”. Un partito che sia saldamente radicato che
tragga la propria legittimazione dalla partecipazione e dal volontariato, come
anche una parte preponderante del proprio finanziamento non dallo Stato né dalle
donazioni delle imprese, ma da iscritti e simpatizzanti. Un partito che ritorni
ad essere “sfidante dello Stato”, e non solo strumento della selezione dei
membri delle élite. La sfida deve restare attiva tramite l’elaborazione e
rivendicazione delle soluzioni per l’azione pubblica. Questo è quel che Barca chiama <<mobilitazione cognitiva>>.
Ciò che non
serve è il “partito scuola di vita”, il vecchio partito-massa nel quale si
ascoltano i bisogni e si insegna una “linea” già definita (un partito che muove
da un’avanguardia verso una massa da istruire ed unire), non serve neppure il “partito
che occupa lo Stato”. E nel quale “si vende e si compra di tutto: prebende,
ruoli, pensioni, appalti, concessioni, ma anche regole, visioni, idee”. E non serve
il “partito liquido” della crisi della politica, una sorta di vetrina nella
quale mettere in mostra “offerte politiche”. (B. , p.46).
Occorre avere, a
questo fine, una propria identità per la quale Barca indica quattro dimensioni
(“pilastri”): eguaglianza, pace, cultura ed avanzamento sociale; lavoro e
concorrenza; libertà delle persone; partecipazione come fine in sé e fonte di
conoscenza.
Un simile partito
non promana dall’alto verso il basso, non da un governo innovativo che modifichi
dall’alto la macchina dello stato per tre ragioni: 1- perché non si deve come
sia possibile determinare tale forte guida senza un partito “alle spalle”
dotato di una adeguata visione del futuro e della capacità di mobilitare
intorno ad esso le conoscenze necessarie; 2- perché non riuscirebbe a vincere
le resistenze, senza forte appoggio e mobilitazione dal basso.
Se non può la
volizione politica di un gruppo direttivo, surrogare alla necessaria mobilitazione
sociale, neppure la “rete web” può sostituire i partiti. Perché non può
assicurare la disamina approfondita dei problemi, il confronto anche acceso ma
ragionevole.
Allora, se
bisogna raccogliere, confrontare, selezionare e aggregare (talvolta producendo)
conoscenza sul da farsi dell’azione di governo, e se si tratta di fare questo
anche attraverso un confronto pubblico, informato, acceso, aperto e ragionevole
nei luoghi presenti sul territorio, quindi fra gli iscritti ed i simpatizzanti,
i membri delle associazioni, è necessario disporre di nuovi “quadri”. Assolutamente
distinti dagli eletti e dai governanti o dagli amministratori, scelti
essenzialmente per la loro capacità di essere facilitatori di questi processi. (B,
p. 89)
Dunque un simile
partito deve aprirsi all’esterno, agli “altri” anche allo scopo di tenere vivo
il processo di apprendimento. E si deve separare dallo Stato, sia in termini
finanziari sia di relazione tra i funzionari del partito e le persone elette o
nominate. Queste ultime devono essere scelte con criteri di merito.
Il partito sommatoria di interessi va dunque
smontato, al fine di innovare
realmente la macchina dello Stato arcaica e autoreferenziale, controllata di
fatto da una élite estrattiva ed i partiti Stato centrici, che ne costituiscono
i fratelli siamesi.
Nel testo è
presente anche un interessante articolo di Salvatore Biasco, dal titolo “Limiti
e necessità dello sperimentalismo democratico”, nel quale la proposta centrale
di Barca è messa alla prova e interrogata a partire dall’esperienza dell’autore.
Intanto pare a Biasco che l’accentuazione del momento cognitivo, nel Partito
disegnato da Barca, sottovaluti il momento identitario, la visione propria, che
un partito deve necessariamente avere per giocare un ruolo. Per soggettivarsi.
Inoltre, e più
nel merito, sottolinea come la trattazione di Barca sia sottodeterminata
rispetto alle importanti differenze che si danno nelle diverse arene
decisionali ed in riferimento alle diverse policy. Non è la stessa cosa
decidere su un’area urbana dismessa o restare in Afganistan, o privatizzare le Poste
Italiane. O le decisioni “per pacchetti”, nei quali complessi bilanciamenti tra
le diverse dimensioni sono da effettuare. Sollevando questa questione Biasco
propone di considerare che molte decisioni non si prestano ad essere ridotte ad
un quesito referendario; anche in tal caso il coinvolgimento della maggior
misura possibile è opportuno, ma occorrerà che poi ci sia qualcuno che trae le
conclusioni e le giustifica.
In effetti il
modello proposto da Barca sembra poter essere letto anche in questo senso, con
la sua decisionalità “incompleta” (ma tuttavia decisione), soggetta a
successiva valutazione e monitoraggio al fine di eventuale integrazione o
modifica.
Inoltre Biasco
ricorda che su alcun temi, in particolare fiscali o regolatori, l’interlocutore
non è il cittadino ma le organizzazioni specializzate (o sociali). Queste relazioni,
per essere produttive, richiedono la costruzione di relazioni “di affidamento e
stima”. E in questo terreno il partito è particolarmente indietro. E il
personale politico competente insufficiente ed inadeguato. In particolare
mancano i “mediatori culturali” tra i mondi
professionali ed accademici nei quali è presente il sapere tecnico necessario; individui
capaci di tradurla, cioè, in visione politica e proposta concreta. Per questo
servirebbe un personale di grande capacità, cultura, radicamento, stima, che fa
gravemente difetto.
Ma, inoltre,
queste persone se fosse possibile attivarle, sarebbero da valorizzare e rendere
utili. La mobilitazione intellettuale deve, insomma, servire (mentre oggi le
routine politiche restano ad uso esclusivo del professionismo politico).
Il testo di Barca,
insomma, come tutte le proposte di natura essenzialmente procedurale è soggetto
ad essere letto (e Biasco, ad esempio, tende in tal senso, ma sembra anche le
Mozioni di Cuperlo e Civati) come infrastruttura utile a molti scopi. Anche se
il testo fa lo sforzo, in alcune dense ma vaghe pagine, di individuare valori
fondanti il cuore dell’argomento è che non c’è un contenuto a priori od una
conoscenza autentica prima e senza interazione sociale. “Le idee giuste
scaturiscono da una corretta pratica sociale”, dice Barca, nell’ultima parte
del libro.
Si tratta di
quel che Habermas chiamerebbe un pensiero “Post-metafisico” che a sua volta
soffre di problemi di fondazione. Nei suoi termini questi problemi di
fondazione (cosa rende corretto un costrutto senza fondazione autonoma? Solo la
corretta interazione? Cosa rende “corretta” tale processo?) vengono sollevati
da Biasco che coglie sicuramente un punto. Se sono i partecipanti a legittimare
le scelte non si fa altro che spostare l’onere sulle modalità di espressione e
selezione di essi (sono tutti gli interessati? O solo i più attivi, perché più
connessi? Come viene ordinato il discorso, come regolato l’accesso, come
selezionati gli enunciati validi?). Sono problemi con i quali l’approccio
deliberativo alla democrazia si confrontano da decenni, e che hanno costretto
anche uno dei più autorevoli e storico sostenitore di esso, Jurgen Habermas, a
rifugiarsi al fine nella sua “svolta istituzionalista”, rappresentata da Fattie Norme.
Certo, si tratta
di una provocazione salutare e di grande utilità, che lo scrivente condivide in
buona sostanza, ma che richiederebbe maggiore specificazione e dettaglio (anche
tecnico).
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