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lunedì 28 ottobre 2013

Fabrizio Barca, La traversata


Questo libro di Fabrizio Barca, edito per Feltrinelli nel 2013, è costruito in effetti intorno ad un’unica idea: tutti i nostri problemi non derivano da mancanza di potere, ma di conoscenza. È questo il problema dello Stato e dei Partiti. Questa è la ragione per la quale non è efficace l’azione di governo e appare così grande l’impotenza.
Siamo in una profonda crisi socioeconomica da oltre venti anni; dal 1992 siamo soggetti a un profondo senso di incertezza e di “spavento”; abbiamo promosso frenetiche e continue riforme della Pubblica Amministrazione e del mercato del lavoro, senza realmente incidere; si registrano ininterrotti comportamenti abusivi del ruolo pubblico, di una gravità, diffusione ed arroganza secondo Barca non comparabili con le vicende di altri paesi (B, p. 49).
Il bandolo di questa matassa va ricercata nei partiti e, più profondamente, nel modo in cui viene costruita ed utilizzata la conoscenza necessaria ad agire. La conoscenza che non è concentrata nelle mani di pochi, ma è “dispersa fra una moltitudine di soggetti, privati e pubblici, ognuno dei quali possiede frammenti di ciò che è necessario sapere” (B., p.66), ancora meglio (Barca dice “più”), “la conoscenza necessaria spesso neppure esiste quando sorge un problema o un’opportunità; essa scaturisce piuttosto come <innovazione> dal confronto e dal conflitto fra molteplici soggetti che possiedono conoscenze parziali”.
Dunque, tutte le soluzioni che spingono per concentrare il potere decisionale in mano a pochi sono in tensione con il principio ci competenza (oltre che con quello di rappresentanza). È semplicemente un errore.
Per questa ragione il bandolo va ricercato nei partiti; che siano in grado di costruire processi per coinvolgere i molteplici detentori di conoscenza ed esperienza, a confrontarla e crearne di nuova; consentendo innovazione e avanzamento. L’idea è di “muovere da quadri regolativi inziali volutamente provvisori e prevedere la loro progressiva revisione attraverso un processo di analisi continua degli esiti nei rispettivi contesti, fondata sulla partecipazione attiva dei cittadini, verificabilità, monitoraggio e valutazione in itinere, presidio dei risultati e forte utilizzo della rete per dare semplicità, apertura e tempestività a queste funzioni” (B., p. 69).
Si tratta di articolare l’azione in tre stadi: decisione, presidio dell’attuazione, apprendimento per migliorare le nuove decisioni. La prima deve avvenire dopo aver “estratto ed aggregato” conoscenza (dagli esperti, dai produttori e dai beneficiari), notoriamente imperfetta ed in deficit (cognitivo), cioè incompleta. Il presidio dell’attuazione cerca di compare questo deficit, servono allo scopo spazi di confronto pubblico in grado di garantire (tramite opportune procedure) l’informazione, l’imparzialità, l’espressione del dissenso, l’apertura e la ragionevolezza del dibattito. Ciò significa usare la rete, far emergere le innovazioni e decidere cosa farne, utilizzare gli errori e gli ostacoli per apprendere. Di qui può partire un nuovo round di decisioni.
Bisogna fare chiaramente tanta strada per rendere possibile questo metodo (peraltro praticato abbastanza comunemente in altre realtà), aggiornando una macchina pubblica arcaica, affinando le procedure, informatizzando, adeguando il personale e formandolo; identificando chiaramente le responsabilità; cambiando molte leggi.
Una delle cose che serve è un “partito palestra”; capace di raccogliere intorno a sé un “aperto e governato conflitto sociale”. Un partito che sia saldamente radicato che tragga la propria legittimazione dalla partecipazione e dal volontariato, come anche una parte preponderante del proprio finanziamento non dallo Stato né dalle donazioni delle imprese, ma da iscritti e simpatizzanti. Un partito che ritorni ad essere “sfidante dello Stato”, e non solo strumento della selezione dei membri delle élite. La sfida deve restare attiva tramite l’elaborazione e rivendicazione delle soluzioni per l’azione pubblica. Questo è quel che Barca chiama <<mobilitazione cognitiva>>.
Ciò che non serve è il “partito scuola di vita”, il vecchio partito-massa nel quale si ascoltano i bisogni e si insegna una “linea” già definita (un partito che muove da un’avanguardia verso una massa da istruire ed unire), non serve neppure il “partito che occupa lo Stato”. E nel quale “si vende e si compra di tutto: prebende, ruoli, pensioni, appalti, concessioni, ma anche regole, visioni, idee”. E non serve il “partito liquido” della crisi della politica, una sorta di vetrina nella quale mettere in mostra “offerte politiche”. (B. , p.46).
Occorre avere, a questo fine, una propria identità per la quale Barca indica quattro dimensioni (“pilastri”): eguaglianza, pace, cultura ed avanzamento sociale; lavoro e concorrenza; libertà delle persone; partecipazione come fine in sé e fonte di conoscenza.
 
 
Un simile partito non promana dall’alto verso il basso, non da un governo innovativo che modifichi dall’alto la macchina dello stato per tre ragioni: 1- perché non si deve come sia possibile determinare tale forte guida senza un partito “alle spalle” dotato di una adeguata visione del futuro e della capacità di mobilitare intorno ad esso le conoscenze necessarie; 2- perché non riuscirebbe a vincere le resistenze, senza forte appoggio e mobilitazione dal basso.
Se non può la volizione politica di un gruppo direttivo, surrogare alla necessaria mobilitazione sociale, neppure la “rete web” può sostituire i partiti. Perché non può assicurare la disamina approfondita dei problemi, il confronto anche acceso ma ragionevole.
Allora, se bisogna raccogliere, confrontare, selezionare e aggregare (talvolta producendo) conoscenza sul da farsi dell’azione di governo, e se si tratta di fare questo anche attraverso un confronto pubblico, informato, acceso, aperto e ragionevole nei luoghi presenti sul territorio, quindi fra gli iscritti ed i simpatizzanti, i membri delle associazioni, è necessario disporre di nuovi “quadri”. Assolutamente distinti dagli eletti e dai governanti o dagli amministratori, scelti essenzialmente per la loro capacità di essere facilitatori di questi processi. (B, p. 89)
Dunque un simile partito deve aprirsi all’esterno, agli “altri” anche allo scopo di tenere vivo il processo di apprendimento. E si deve separare dallo Stato, sia in termini finanziari sia di relazione tra i funzionari del partito e le persone elette o nominate. Queste ultime devono essere scelte con criteri di merito.
Il partito sommatoria di interessi va dunque smontato, al fine di innovare realmente la macchina dello Stato arcaica e autoreferenziale, controllata di fatto da una élite estrattiva ed i partiti Stato centrici, che ne costituiscono i fratelli siamesi.
 
Nel testo è presente anche un interessante articolo di Salvatore Biasco, dal titolo “Limiti e necessità dello sperimentalismo democratico”, nel quale la proposta centrale di Barca è messa alla prova e interrogata a partire dall’esperienza dell’autore. Intanto pare a Biasco che l’accentuazione del momento cognitivo, nel Partito disegnato da Barca, sottovaluti il momento identitario, la visione propria, che un partito deve necessariamente avere per giocare un ruolo. Per soggettivarsi.
Inoltre, e più nel merito, sottolinea come la trattazione di Barca sia sottodeterminata rispetto alle importanti differenze che si danno nelle diverse arene decisionali ed in riferimento alle diverse policy. Non è la stessa cosa decidere su un’area urbana dismessa o restare in Afganistan, o privatizzare le Poste Italiane. O le decisioni “per pacchetti”, nei quali complessi bilanciamenti tra le diverse dimensioni sono da effettuare. Sollevando questa questione Biasco propone di considerare che molte decisioni non si prestano ad essere ridotte ad un quesito referendario; anche in tal caso il coinvolgimento della maggior misura possibile è opportuno, ma occorrerà che poi ci sia qualcuno che trae le conclusioni e le giustifica.
In effetti il modello proposto da Barca sembra poter essere letto anche in questo senso, con la sua decisionalità “incompleta” (ma tuttavia decisione), soggetta a successiva valutazione e monitoraggio al fine di eventuale integrazione o modifica.
Inoltre Biasco ricorda che su alcun temi, in particolare fiscali o regolatori, l’interlocutore non è il cittadino ma le organizzazioni specializzate (o sociali). Queste relazioni, per essere produttive, richiedono la costruzione di relazioni “di affidamento e stima”. E in questo terreno il partito è particolarmente indietro. E il personale politico competente insufficiente ed inadeguato. In particolare mancano i “mediatori culturali” tra  i mondi professionali ed accademici nei quali è presente il sapere tecnico necessario; individui capaci di tradurla, cioè, in visione politica e proposta concreta. Per questo servirebbe un personale di grande capacità, cultura, radicamento, stima, che fa gravemente difetto.
Ma, inoltre, queste persone se fosse possibile attivarle, sarebbero da valorizzare e rendere utili. La mobilitazione intellettuale deve, insomma, servire (mentre oggi le routine politiche restano ad uso esclusivo del professionismo politico).
 
 
Il testo di Barca, insomma, come tutte le proposte di natura essenzialmente procedurale è soggetto ad essere letto (e Biasco, ad esempio, tende in tal senso, ma sembra anche le Mozioni di Cuperlo e Civati) come infrastruttura utile a molti scopi. Anche se il testo fa lo sforzo, in alcune dense ma vaghe pagine, di individuare valori fondanti il cuore dell’argomento è che non c’è un contenuto a priori od una conoscenza autentica prima e senza interazione sociale. “Le idee giuste scaturiscono da una corretta pratica sociale”, dice Barca, nell’ultima parte del libro.
Si tratta di quel che Habermas chiamerebbe un pensiero “Post-metafisico” che a sua volta soffre di problemi di fondazione. Nei suoi termini questi problemi di fondazione (cosa rende corretto un costrutto senza fondazione autonoma? Solo la corretta interazione? Cosa rende “corretta” tale processo?) vengono sollevati da Biasco che coglie sicuramente un punto. Se sono i partecipanti a legittimare le scelte non si fa altro che spostare l’onere sulle modalità di espressione e selezione di essi (sono tutti gli interessati? O solo i più attivi, perché più connessi? Come viene ordinato il discorso, come regolato l’accesso, come selezionati gli enunciati validi?). Sono problemi con i quali l’approccio deliberativo alla democrazia si confrontano da decenni, e che hanno costretto anche uno dei più autorevoli e storico sostenitore di esso, Jurgen Habermas, a rifugiarsi al fine nella sua “svolta istituzionalista”, rappresentata da Fattie Norme.
 
Certo, si tratta di una provocazione salutare e di grande utilità, che lo scrivente condivide in buona sostanza, ma che richiederebbe maggiore specificazione e dettaglio (anche tecnico).

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