Nel 2008 il Presidente della Repubblica Francese, Nicholas Sarkozy, formò una Commissione internazionale per studiare gli indicatori di performance economica utilizzati comunemente per monitorare i sistemi economici. Alla Commissione parteciparono Stiglitz (che la presiedeva), Sen, Fitoussi (che la coordinava).
Gli autori del rapporto sottolineano che gli indicatori, in un mondo complesso ed in una società sempre più orientata alle prestazioni, contano in quanto possono portarci fuori strada. Ad esempio, l’indicatore principale usato per monitorare le performance delle economie, il “PIL pro capite”, non esclude che possa aumentare in forma aggregata mentre (ad esempio in Russia o negli USA del 1999 al 2008) il reddito della maggior parte dei cittadini diminuisce. Tale fenomeno accade quando insieme al reddito cresce la diseguaglianza.
Questo è il punto, la concentrazione sul tasso di crescita del PIL consigliò, negli anni precedenti alla crisi, di imitare il modello anglosassone, ed in particolare americano, perché sembrava dare le migliori prestazioni aggregate. Tuttavia, se le valutazioni si fossero concentrate, ad esempio, sul “reddito mediano” (quello dell’individuo al centro della distribuzione dei redditi sulla scala ordinale) e fosse stato rettificato in relazione all’indebitamento delle famiglie e del paese (il reddito va letto insieme all’indebitamento, per avere la posizione finanziaria di un individuo), avremmo valutato la cosa in modo molto diverso. Quella crescita così forte era apparente e non sostenibile. Era basata sui tipici incremento di prezzo determinato da una “bolla” che apparentemente gonfiava i profitti e la produttività economica, senza legami proporzionali con l’effettiva produzione.
Anche la scarsa attenzione all’ambiente (inquinamento e depauperamento di risorse non riproducibili) fa scomparire alla vista cose che hanno grande importanza nella definizione della qualità della vita. Sotto questo profilo gli autori sottolineano che mentre gli attuali indicatori (per come sono usati) suggeriscono un trade-off tra ambiente e crescita (cioè che si possa crescere solo sacrificando l’ambiente e viceversa), se avessimo a disposizione un indicatore esaustivo del benessere le cose sarebbero diverse. “Esso potrebbe evidenziare un aumento del benessere a seguito del miglioramento dell’ambiente, anche qualora la produttività economica misurata in modo tradizionale registrasse un calo” (S, S, F, p. XXV).
Un’altra dimensione problematica rilevante è data dalla sensazione di sicurezza e della qualità dei rapporti sociali che è influenzata dalle strutture economiche. Ad esempio le riforme del lavoro possono far scontare la maggiore efficienza di mercato con una minore soddisfazione dei lavoratori nei confronti del loro impiego e, quindi, una minore sensazione di benessere. In altre parole “alcune riforme economiche operate negli ultimi anni possono aver determinato un incremento del PIL, ma anche aver sortito effetti negativi su importanti aspetti della qualità della vita” (S, S, F, p. XXX).
Una delle innovazioni più rilevanti è data allora dalla necessità di distinguere tra la valutazione del benessere in un dato momento e quella della sua sostenibilità nel tempo. La prima cosa dipende dalle risorse economiche e dagli aspetti non economici (“come si sentono e l’ambiente naturale in cui vivono”); la seconda dalla circostanza “che tali livelli di benessere possano essere mantenuti nel tempo” e cioè dalle riserve di capitale (naturale, fisico, umano e sociale).
Seguono un insieme di Raccomandazioni ai decisori ed agli analisti: 1- esaminare il reddito ed il consumo, per valutare il benessere materiale, più che la produzione (il PIL); 2- mettere al centro della prospettiva analitica le famiglie; 3- considerare reddito e consumo insieme alla ricchezza (al fine di verificare se l’uno cresce a spese dell’altro); 4- dare maggiore importanza alla distribuzione e meno alle medie; 5- estendere la valutazione del reddito a servizi non di mercato (“consumare lo stesso pacchetto di beni e servizi lavorando 1500 ore anziché 2000 comporta un miglioramento della qualità della vita”).
Articolando queste raccomandazioni il benessere andrebbe definito in funzione delle seguenti dimensioni, da considerare simultaneamente: “standard di vita materiale (reddito, consumo, ricchezza); salute; istruzione; attività personali; peso politico e governance; legami e rapporti sociali; ambiente (condizioni attuali e future), insicurezza, di natura economica e fisica” (S, S, F, p. 18). Sono queste dimensioni che determinano nel loro insieme il benessere delle persone; ma normalmente molte di esse non vengono prese in considerazione. Ciò che conta realmente sono infatti le “capacità” (termine al centro della riflessione di Amartya Sen) delle persone, cioè l’ampiezza del loro set di opportunità ed il grado di libertà di scelta di cui dispongono. Cioè la libertà di scegliere la vita che essi considerano migliore. Naturalmente la scelta dei “funzionamenti” (altro termine tecnico della teoria di Sen) e delle capacità rilevanti per ogni indicatore resta legato ad un giudizio di valore e non solo ad un esercizio tecnico. La misurazione dei fattori sui quali c’è consenso (quelli indicati) richiede quindi dati oggettivi e soggettivi per cui la sfida è “migliorare rispetto ai risultati già raggiunti, identificare i gap esistenti fra le informazioni disponibili e investire in termini di capacità statistica nelle aree (come l’uso del tempo) in cui gli indicatori disponibili sono tuttora carenti” (S, S, F, p. 19).
Un’altra Raccomandazione chiave che troviamo nel testo è di valutare in modo esaustivo la disuguaglianza, che è fondamentale in relazione a qualsiasi misurazione della qualità della vita. Occorre quindi confrontare le risorse disponibili tra persone, gruppi socioeconomici, sessi e generazioni, con particolare attenzione alle più recenti. Ancora, valutare le relazioni tra i diversi ambiti indicati (esempio se una crescita del reddito sia a detrimento della sicurezza o dei legami sociali).
Chiaramente la valutazione di indicatori così eterogenei (al di là dei molteplici indici che possono esserne ricavati) richiede la creazione di “cruscotti”, più che di indici monetari aggregati (che peraltro fanno parte a pieno titolo del cruscotto).
Nella seconda parte il testo spende quindi molte pagine nell’analisi tecnica (estremamente interessante) delle problematiche di misurazione e registrazione del PIL, degli indicatori alternativi proposti da più parti, ed in particolare di quelli rivolti alla registrazione delle implicazioni ambientali. Fanno problema in questo senso le difficoltà di attribuzione di prezzi, di registrazione dei dati, di imputazione di attività (come l’abitare in casa propria) non monetizzate. Altri temi chiave sono la misurazione dei servizi sanitari ed educativi, e di tutti quei servizi fuori mercato (anche, ma non solo, perché erogati dallo Stato), oppure il difficile concetto di <<spese difensive>>. Ancora, l’importanza ma la difficoltà misurarle, delle “mediane” in luogo delle “medie”.
Nell’ultimo capitolo viene condotta l’importante discussione sugli indicatori rivolti a dare conto dello sviluppo sostenibile e dell’ambiente. Tradizionalmente il tema viene affrontato tramite: cruscotti statistici ampi (ed eclettici); indici compositi; indici rettificati del PIL; indici del “sovra consumo” delle risorse. Il più rilevante cruscotto statistico è quello adottato dall’OCSE e da Eurostat (11 indicatori di 1° livello, 33 di 2°, 78 di 3°), nel primo livello nove temi (sviluppo socioeconomico –PIL abitante-; consumo e produzione sostenibili –produttività in termini di risorse-; inclusione sociale –rischio sociale-; cambiamenti demografici –tasso occupazione popolazione matura-; salute pubblica –anni di vita in buona salute-; sviluppo sostenibile –gas serra e consumo risorse rinnovabili-; trasporti sostenibili – consumo energetico-; risorse naturali –indice specie uccelli e pesca-; partnership globale –assistenza allo sviluppo-). Meno frammentati (e dunque più comunicabili) sono gli indici compositi come l’ISA, l’IPA, ma il loro messaggio è ambiguo. Ancora troviamo diversi modi di rettificare il PIL (IBES, IPG, il SEEA). Infine i metodi basati su stime eterogenee del “consumo” (sovra consumo, sottoinvestimento o eccessiva pressione sulle risorse), tra queste il Risparmio netto Rettificato (che è limitato a pochi inquinanti) o l’Impronta Ecologica (con molti problemi, anche concettuali, di imputazione e calcolo).
In conclusione, gli autori reputano che l’approccio che punta ad un unico indicatore sia fuori della nostra portata perché il futuro è incerto e i dati insufficienti.
Più promettente mettere a punto un “sottocruscotto”, sintetico e ben definito, che dia informazioni anche sulle riserve e sulla loro evoluzione e nel quale l’indice monetario (presente) resti dedicato alle sole dimensioni effettivamente monetizzabili. Gli aspetti ambientali dovrebbero essere legati a set fisici accuratamente selezionati. Da pag. 153 è indicata la proposta.


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