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sabato 5 ottobre 2013

Dialogo sulla Decrescita, cap IV, parte prima.

Il seguente testo riporta alcuni brani di un libro del 2010 dall'autore di questo Blog. In partcolare lo stralcio della prima parte del capitolo 4. Si tratta di un testo in forma di dialogo immaginario tra quattro amici sulla Teoria della Decrescita.


A casa di Giulio. Alle 21.15. Quarto giorno.

I quattro amici si ritrovano ancora a casa di Giulio. Dopo una cena a base di pesce riprendono la conversazione seduti sui divani dell’ampio soggiorno, davanti alla vetrata che dà nel giardino di casa. Giulio offre agli amici numerosi alcolici stranieri tra cui una rara collezione di whiskies di malto scozzesi insieme a frutta fresca e formaggio.






Giulio. Vogliamo provare a tornare al punto, amici? Stavamo ascoltando il programma. Abbiamo detto “riconcettualizzare” ed abbiamo capito che è una questione complessa. Poi, se non sbaglio, veniva “ristrutturare”. Speriamo sia più semplice.

Valerio. Giusto; grazie Giulio.
Se fosse possibile portare a fondo il lavoro di decostruzione del quale del resto ha parlato anche Maria si produrrebbe un cambiamento di valori, credenze, mentalità e stili di vita. Ciò dovrebbe portare coerentemente ad un “rovesciamento completo dei rapporti di produzione, di ripartizione e di distribuzione”[i].
Nel corso di questo processo, che naturalmente non è lineare né semplice, si dovrà provvedere necessariamente a riadattare il sistema di produzione e gli stessi rapporti sociali. Sarà necessario superare l’economia della crescita ed il produttivismo (non la produzione di beni, naturalmente, ma solo la sua deformazione ed autoreferenzialità). Come dice Latouche, “bisogna rompere con la società produttivista e del consumo. In pratica bisogna distruggere la società industriale.”[ii]

Giulio. “Distruggere la società industriale?”.
Io sarò troppo liberale, Valerio, e capisco che vuoi fare finalmente la rivoluzione dopo la caduta del socialismo reale. Ma in questo modo seghi l’albero su cui stai. Neppure i bolscevichi di Lenin (che erano pratici e infatti hanno vinto) volevano tanto.  Distruggere la società industriale significa precipitare in un vero e proprio bagno di sangue. Dovrebbe morire qualcosa come gli otto decimi della popolazione del pianeta. I 6,7 miliardi di persone dovrebbero tornare a meno di un miliardo. Indovina da chi si comincia? Da chi ha meno armi e risorse. Davvero non capisco di che cosa parli. La società industriale ha fatto il mondo come è oggi. Non è un movimento reversibile senza distruzione, senza morte, senza schiacciare e respingere masse immense; chi lo potrebbe volere?
Per quel che ho capito la “decostruzione” della quale ha parlato Maria è un’attività culturale e soggetta a precise condizioni. Non è la scorciatoia per la rivoluzione. Non serve a definire impossibili ritorni a “mondi liberi” che non sono mai esistiti. Né a società umane che “naturalmente lascino la natura libera da sfruttamento”. Basti fare alcuni esempi: gli abitanti dell’Isola di Pasqua che tagliano tutti gli alberi su un’isola, condannandola sino ad oggi ad essere completamente brulla; i Maya che devastano il loro ambiente per sovra sfruttamento; le foreste cancellate dall’Europa prima della scoperta del carbone; i romani che spopolano il nord africa di bestie feroci per alimentare i giochi del circo, … le popolazioni neolitiche che sterminarono tutte le grandi specie di mammiferi come il mammut in Eurasia i marsupiali giganti in Nuova Guinea ed elefanti, cammelli e bradipi in America[iii].
Scoprire i limiti delle tecniche che usiamo, o i legami tra le forme del sapere e i dispositivi di potere non significa poterne fare a meno o riscoprire l’Eden.

Valerio. L’alternativa esiste in questo stesso secolo: è l’auto-organizzazione delle società vernacolari. Come scrive lo stesso Latouche, “l’alternativa allo sviluppo non può essere un impossibile ritorno al passato; inoltre, non può prendere la forma di un modello unico.”[iv] Il punto è ricercare modelli di realizzazione collettiva che non privilegino il benessere distruttivo dell’ambiente e solo materiale, che rafforzino i legami sociali anziché esserne parassitari.
In questa accezione “decrescita” non significa riduzione del benessere. È casomai il contrario, si tratta di ridurre il ben-avere per far crescere la convivialità e la logica del dono gratuito.

Riprenderò un altro passaggio di Latouche perché è illuminante: “la maggior parte delle culture tradizionali considerava che la felicità si realizzasse con il soddisfacimento di una quantità giudiziosamente limitata di bisogni. L’evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una riproduzione allargata ben equilibrata, sempre commisurata alle limitazioni naturali”[v].

Maria. Ma come fa Latouche a dire che le società antiche erano naturalmente ben equilibrate e commisurate. Se intende che non avevano la forza di stravolgere l’ambiente è un conto, se intende che non lo volevano è un altro.
Anche la prima affermazione sarebbe discutibile: Diamond, ad esempio, mostra come durante l’espansione dell’uomo di cro magnon (tra 55 e 35.000 anni fa) in Australia, nord Europa, America scompaiono contemporaneamente gli animali di grande taglia, cacciati, nel corso di una simultanea estinzione di massa che non può avere un’altra spiegazione[vi].

Valerio. Scusa Maria, lasciami concludere; bisogna riscoprire la vera ricchezza che si manifesta nel dispiegamento pieno delle relazioni sociali conviviali, in un mondo sano e sereno. Abbiamo bisogno di riscoprire volontariamente la sobrietà e frugalità antiche, una certa austerità.
Tutto ciò implica un’organizzazione sociale nuova che metta in discussione la centralità del lavoro nella vita, che faccia prevalere le relazioni sociali sulla produzione e riconosca uno spazio pienamente legittimo alla vita contemplativa e disinteressata. All’attività ludica e all’ozio.[vii]

Maria. Valerio, sono un’inguaribile scettica, ma ho una vecchia passione, nelle mie ore di ozio, per la storia. Nella mia libreria ho centinaia di libri di tenore storico, dalla Storia di Roma in diciotto volumi dell’Einaudi, alla storia dei Greci, del Medioevo, d’Italia, ad innumerevoli monografie e saggi singoli sulla storia della tecnica, della cultura, etc. Ho letto i saggi di Vernant, citati anche da Latouche, qualcosa anche di antropologia (anche se mi interessa meno). Ho letto Diamond, Braudel, Le Goff, Hosbawm, Keith Thomas (che ha la tesi del tutto opposta[viii]).
In tutte le mie ore di ozio, però, non trovo elementi a sostegno di questa visione del mondo antico (poi, scusa, quale?), autolimitato volontariamente al soddisfacimento di una quantità data di bisogni.
A parte che dovresti distinguere entro la stratificazione sociale (anche più articolata della nostra, in alcuni casi) chi si autolimitava. Non credo gli schiavi o i contadini nullatenenti, non le popolazioni urbane che abitavano ad esempio a Roma, e nelle principali città dell’impero, in enormi slums ed in palazzi d’affitto di cinque, sei piani che spesso crollavano; neppure i lavoratori delle miniere di sale della Sardegna. Forse i nobili come Catullo? Oppure parliamo di Cicerone o di Seneca? Vogliamo prenderli come esempio di un’intera cultura e civiltà? Si autolimitava Platone (che era l’uomo più ricco di Atene)?
Nulla questio a considerare l’ozio momento importante della vita, o a dare valore alla socialità. Ma, a parte lo stile di vita aristocratico (che coerentemente vuole essere recuperato, insieme ai rapporti sociali che lo contraddistinguevano, da de Benoist), bisogna poterselo permettere.

Valerio. Sarà l’esaurimento delle risorse ad imporlo. Prima che ciò succeda è meglio accettarlo spontaneamente. Chi ha preso un treno che va nella direzione sbagliata non deve rallentare, deve scendere e prenderne un altro.

Marco. Anche io, Valerio. Seguo il senso del tuo discorso –ne vedo la compattezza- ma ti sei fatto prendere la mano dalla logica lineare che tanto critichi e stai sviluppando un’equazione troppo semplice. Gli esempi che fai sono fuorvianti, qui non si tratta di scelte individuali. La società non è un macrosoggetto che può, semplicemente, “scendere da un treno”.
Nel libro di un tuo amico, Pallante, ho letto il seguente argomento (una auto-obiezione in effetti) che mi ha colpito: “non bisogna commettere l’errore di pensare che si possano anticipare i tempi. Se per non aggravare l’effetto serra non si facessero più centrali termoelettriche e per ragioni di sicurezza non si riaprisse il discorso del nucleare, a fronte della crescita della domanda di energia che sarà inevitabilmente indotta dalla crescita del prodotto interno lordo non solo nei paesi industrializzati, ma anche in quelli in via di sviluppo, si potrebbe registrare una carenza di offerta. Non sia mai succedesse una cosa del genere, puoi essere sicuro che non si andrebbe più tanto per il sottile. I problemi ambientali, che ti stanno tanto a cuore, passerebbero in ultimo piano. Si userebbero anche i combustibili meno puliti, come gli scisti bituminosi, che oggi si evitano. I paesi industriali che sono i più forti economicamente, tecnologicamente e militarmente, non avrebbero più nessuno scrupolo ad occupare le aree del mondo che contengono giacimenti di petrolio e i venti di guerra con cui è iniziato il nuovo millennio sembrerebbero semplicemente brezze. Meglio prevenire credimi.”[ix]

Maria. Del resto non siamo solo noi ad essere perplessi. Lo stesso vostro compagno (“camerata”) di strada de Benoist ha perplessità simili. Tra l’altro solleva un punto rilevante: “quale tipo di autorità potrà mettere in opera o imporre [tali misure]. E come si imporrebbe un tale sistema a scala planetarie, o almeno continentale, cosa che è una delle condizioni del suo funzionamento?”[x] Come giustamente ricorda Alain, la “decrescita” Russa (un paese nel quale molte delle condizioni della Megamacchina si erano date in modo più attenuato) con il suo -35% si è tradotto in caos, disgregazione del tessuto sociale e impoverimento generale. Si è stati a lungo ad un passo dal precipizio.  Lo stesso Mario Bonaiuti, un vostro compagno di strada, specifica che il progetto di un’economia sostenibile … “deve produrre redditi utilizzando meno materia ed energia.” Sapendo che una forte riduzione del consumo “creerebbe … una forte riduzione della domanda globale e dunque un importante aumento della disoccupazione e del disagio sociale”.

Valerio. Ammetto che a volte Latouche si fa prendere da frasi ad effetto. Si intende distruggere la società industriale come essa è oggi; cioè cambiarla radicalmente. Ciò che bisogna fare è finalizzare la produzione, che deve restare ovviamente, il lavoro (anche salariato), e l’impresa privata, lo stesso capitale e la moneta, agli scopi auto-assunti della società locale non a quelli di elites internazionali socialmente irresponsabili.
In questa direzione Castoridias arriva a dire che “all’interno della società autonoma, sarà possibile un mercato autentico poiché saranno eliminate tutte le situazioni di monopolio e di oligopolio e sarà istituita una corrispondenza tra costo dei beni e costi sociali reali”.[xi] Latouche aggiunge, giustamente, che “i mercati” locali e plurali dovranno essere diversi dal mercato puro concorrenziale della teoria economica classica perché dovranno conservare qualcosa dello “spirito del dono”, proprio delle società tradizionali claniche delle quali parleremo dopo.
E’ chiaro, in altre parole, che la nuova società della decrescita, rispetto all’esistente, implicherà la ridistribuzione del lavoro. Cioè l’abbassamento radicale dell’orario di lavoro fino a tre ore, o meno. Renderà anche necessario ripensare l’uso della terra, sottraendola all’agricoltura intensiva e soprattutto all’agricoltura per l’esportazione. Quindi ridurre la dimensione delle banche e dei grandi agglomerati industriali o aziendali. Limitare i trasporti non necessari, etc.

Giulio. Su alcune di queste misure, dette così, potremmo anche essere d’accordo. Si tratta di capire i modi (ovvero la gradualità) e la misura. Naturalmente l’accordo non si estende sino alla riduzione dell’orario a tre ore al giorno. Perché non a zero? Quale incremento colossale della produttività ti attendi? Oppure vuoi ridurre l’orario, a parità di salario immagino, quindi moltiplicando per 2,5 la paga oraria a prescindere dalla produzione di beni e servizi corrispondente? E a parità di potere di acquisto? Come è possibile?
Come ha scritto lo stesso Pallante “la riconversione ecologica dell’economia è possibile ed è resa sempre più urgente dalla gravità della crisi ambientale”, lo è per solide ragioni economiche. Infatti, sempre Pallante, “si può ipotizzare il riorientamento del sistema economico su produzioni che riducono l’impronta ecologica solo se le produzioni che la riducono sono più interessanti dal punto di vista economico delle produzioni non finalizzate a ridurla, solo se hanno costi di produzione inferiori, se riducono i costi di gestione, manutenzione e riparazione, se riducono i costi sociali per il ripristino dei danni ambientali, se hanno potenzialità di futuro maggiore.”[xii]

Valerio. La frase che citi, non mi vede assolutamente d’accordo, mi dispiace per l’amico Maurizio; che comunque continua: … “ma questo paradigma presuppone un processo di liberazione culturale dal paradigma della crescita.”[xiii]

Giulio. Si, è vero, ma la parola chiave di questa frase è “culturale”. Mi dispiace ma è un trucco retorico. Inserisce una frase completamente sensata -che mette l’economia, come non può che essere, al centro- poi cerca di venir fuori dalla contraddizione dicendo che bisogna uscire dal paradigma “culturale” della crescita; intendendo con ciò da una immaginaria cultura della “crescita per la crescita”. In realtà le cose si muovono con una microfisica più spicciola. Nessuno può formulare una teoria demenziale come “la crescita per la crescita”.
 L’economia è essenzialmente “cercare la soluzione migliore”. Ma ogni agente economico la cerca semplicemente per sopravvivere, perché altrimenti qualcun altro lo farà e prevarrà. La vita è strapiena di agenti economici che non hanno scelto (intenzionalmente, per travisamento, cecità o errore) la soluzione migliore e sono stati espulsi dal mercato.
Del resto tutti, da sempre, hanno cercato la “soluzione migliore”. Anche nel mondo antico. Sia in Mesopotamia, con la loro gestione straordinaria dei fiumi e le megalopoli rese possibili dal surplus ricavato in questo modo; all’Egitto, con la regolazione delle piene del Nilo; alla Grecia ed i suoi accurati rapporti, anche sociali, tra campagna e città; a Roma, la prima globalizzazione completamente dispiegata, nella quale intere regioni erano specializzate per la produzione di esportazione.
Ora è chiaro che cose come i costi per il ripristino dei danni ambientali sono esternalità che vanno incorporate nel prezzo per effetto dello Stato, della regolazione pubblica; e per questo occorre la pressione civile dell’opinione pubblica. Ma, come ancora dice Pallante, appunto lo Stato fa le regole ed il mercato fa circolare le merci e determina i prezzi.[xiv] Come scrive lui stesso: “la politica potrebbe così concentrarsi sull’individuazione dei fini da assegnare all’attività produttiva e l’economia sulla scelta dei mezzi più efficienti ed efficaci per raggiungerli”[xv].

Marco. Quindi incentivi, disincentivi e regole. È lo schema di Stern, quello della UE. In linea più generale mi sembra che qui sia spesso questione di modi, gradualità e misura del cambiamento desiderato. Perché alla fine tutti vogliamo una società dove le risorse siano meglio distribuite, e più rispettosa dell’ambiente. Una società con una minore intensità energetica e un autogoverno più efficace.
Pochi di noi però sono disponibili a perdere quanto abbiamo in termini di qualità della vita, prospettiva di miglioramento ed anche, perché no, comodità. In fondo la vita è fatta anche di questo.

Maria. Anzi, se si esce da una prospettiva religiosa –o moralista- la vita è fatta molto di questo. Naturalmente anche di rapporti umani, calore ed amore verso gli altri, i propri compagni e i figli. Ma le due cose non sono necessariamente in contraddizione. Questa questione che il disincanto, e la concezione materialista della vita, debba portare necessariamente ad una diminuzione dell’umanità a me è sempre sembrato un discorso che presuppone ciò che vuole dimostrare. Ovvero che parte dal presupposto che la vita debba avere un senso trascendente. Con tale mossa, più che tradizionale, svaluta la vita “mondana”. Credo che gli amici “obiettori di crescita” debbano guardare meglio a molti dei loro compagni di strada; potrebbero non avere gli stessi fini. Un movimento fatto di estremisti di sinistra, di destra e di radicali cristiani è alquanto strano. Resta unito praticamente dall’odio verso il capitale.
Ma questo odio nasce almeno da tre fonti diverse. E rende forse difficile entrare nelle formule concrete e nei meccanismi di trasformazione.

Valerio. “Odio” mi pare una parola grossa. E comunque non ci vedo niente di male nel nostro amico Zanotelli o nei compianti Illich e Ellul. Sono degli amici che hanno combattuto valorosamente per liberarsi dei vincoli mentali che li rendevano complici della mostruosa ingiustizia perpetrata dalla società dei consumi a tutto il mondo ed alla natura.
Vorrei tornare su Pallante. Non mi sembra che abbiate reso giustizia alla sua posizione con le citazioni precedenti. La Decrescita come “riduzione volontaria di alcune merci inutili e contestuale crescita di beni che non sono merci”[xvi], provoca la riduzione del PIL perché non vengono più prodotte le merci inutili e sviluppate le attività dannose. Ma deve portare, contemporaneamente, alla progressiva riduzione dell’orario di lavoro ed all’incremento del “saper fare”. Tutto ciò deve essere promosso partendo dal locale e dal piccolo. Questa posizione è espressa chiaramente in La felicità sostenibile.

Maria. Ho letto anche io quel libro (era nella nostra piccola bibliografia di riferimento); lo schema è lineare e compatto:
·         per riportare l’impronta delle attività umane alle capacità di sostenere la vita del pianeta bisogna riequilibrarle radicalmente;
·         è, inoltre, necessario liberare l’uomo dalla schiavitù del produttivismo, che lo allontana da una “vita buona” più equilibrata e produce la sua alienazione;
·         infine, bisogna superare l’azione politica ipnotizzata dagli imperativi della crescita (ineguale) per i quali lavorano le elites, che riproducono le condizioni dell’assoggettamento (del sud dal nord, dei lavoratori dal capitale, dei contadini dalla vita urbana, etc.).

Per ottenere questo triplice obiettivo bisogna:
·         ridurre il PIL, superandolo come indicatore del buon risultato delle politiche e della società nel suo complesso;
·         avviare la decrescita di tutte quelle attività che non servono alla crescita umana, ma solo alla produzione di merci inutili o dannose per il pianeta e quindi non sono “beni”[xvii];
·         potenziare la ricerca del “beni” che non entrano nello scambio mercantile e quindi non sono “merci”[xviii];
·         farlo in modo “volontario”, e quindi dal basso e dal locale (dai comportamenti e dalle scelte individuali e comunitarie[xix]);
·         ricercare, individualmente e collettivamente, miglioramenti di efficienza ed efficacia in tutte le attività di consumo e produzione, e destinarle, anziché all’incremento di beni prodotti, alla riduzione del lavoro mercantile (quello destinato al salario);
·         in questo modo si può liberare tempo da dedicare alla produzione di Beni che non sono Merci (che non si vendono o si comprano, ma si scambiano e si donano), alla contemplazione e alla socialità.

Si tratta di un bel programma, adatto per una famiglia che voglia comportarsi in modo “politicamente corretto”, traendone sicuramente vantaggi significativi. Naturalmente se ne ha le condizioni materiali. Mi dispiace ma gli esempi che fa (sulla linea: mi autoriduco l’orario di lavoro -passando a part-time- e nel tempo liberato faccio l’orto, il pane, curo i bambini e dedico attenzione a “gruppi di acquisto”), non mi convince in riferimento a chi oggi fa fatica ad arrivare alla quarta settimana, vive in città, certamente non ha baby sitter perché non è borghese … Proviamo ad immaginare una famiglia di quattro persone che vive di due stipendi (diciamo 900,00 e 750,00 €/mensili), vive a Torino e con le 1.650,00 € mensili deve pagare l’affitto per la casa in un sobborgo (650,00 €/mese per quattro stanze), la macchina (una) perché lavora a distanza eccessiva e deve essere al lavoro alle 8.30, il pulmino per i bambini, i libri di scuola, i vestiti ogni due anni, le bollette, il cibo (diciamo un budget di 250,00 €/mese), i medicinali, il giornale (30,00 €/mese) etc.
Ora a questa famiglia, che certo non ha baby sitter ma si arrangia con i nonni, proponiamo di rinunciare a metà dello stipendio minore (passare volontariamente a part time). Si troverà  con 375,00 in meno. Non potrà fare a meno del pulmino perché dovrebbe comprare un’altra macchina e chiaramente non sarebbe possibile, non dei libri di scuola, forse qualche vestito potrebbe risparmiarlo facendolo da sé (diciamo un risparmio di 20,00 €/mese), alla fine il risparmio è sul cibo (pane, pasta, conserve, più cura per i prezzi, qualche ricerca in più), diciamo esagerando del 50 % (125,00 €/mese).
La famiglia passa da 1.650,00 €/mese a 1.275,00 €/mese. Le spese da 1.650,00 (se va bene) a 1.500,00 ca. Risultato? Qualcuno ci deve finanziarie la quarta settimana.

Certo, se guadagno 3.500,00 €, o ho la casa di proprietà con giardino in campagna, faccio un lavoro intellettuale che si può prestare in remoto; etc. potrebbe essere diverso.

Si dirà, ma devono cambiare le condizioni generali della società, perché i comportamenti rivolti al ben vivere siano resi possibili. Va bene, allora dove è il programma politico? Quello che io vedo è solo un invito morale.

Valerio. Il programma politico è di attivare la decrescita a partire dalle azioni locali ed individuali.

Giulio. Cioè una versione della “mano invisibile” di Smith. Potrei avanzare quindi le stesse critiche che voi rivolgete al liberalismo “ingenuo”. Immaginare che un effetto globale derivi automaticamente dalla giustapposizione di impulsi locali sconnessi sottostima gli effetti delle istituzioni e delle norme nel determinare i comportamenti collettivi. Fa anche a meno di considerare i rapporti di forza e le azioni intenzionali e strategiche dei gruppi dominanti. Se va bene condanna una enclave a ritirarsi nel suo “ghetto”.
Anche quando Pallante propone di destinare gli incrementi di produttività alla riduzione dell’orario di lavoro[xx], non è chiaro se intenda di istituire una norma che obblighi le imprese a ridurlo a parità di salario, o se intenda un’azione volontaria, come in più parti sembra di capire (passare a “part-time”).
La norma sarebbe fortemente controfinalistica nella società mondiale attuale. Provocherebbe l’arresto degli investimenti in ricerca e sviluppo e la riduzione dell’efficienza energetica, di materia e in merito ai rifiuti, per il venire meno della molla individuale alla loro ricerca. Non è, infatti, per aumentare le merci –o per ridurre il lavoro- che vengono introdotte le innovazioni rivolte ad aumentare la produttività, ma per ridurre i costi dei fattori produttivi. Più precisamente per ridurre il costo per prodotto. Ogni attore economico, individualmente, vuole aumentare il proprio benessere, per farlo aumenta la produttività, allo scopo di far crescere il valore economico atteso. Se elimino la possibilità di produrre di più a parità di fattori produttivi (o, è lo stesso a livello globale, produrre lo stesso con meno fattori produttivi), mi devi spiegare perché lo dovrei fare. In questo è più coerente Latouche che postula la fuoriuscita dalla ricerca del profitto e dalla ricerca dell’ottimizzazione. Cioè l’ingresso in una fase statica.

Marco. Ma così non ci sarebbe neppure la possibilità di ridurre l’impatto energetico, o il consumo di materia prima per prodotto, o incrementare la riciclabilità. Tutte cose che richiedono forti innovazioni di processo e prodotto. Senza uscire politicamente dalla economia di mercato con un nuovo assalto al Palazzo d’Inverno queste innovazioni vanno rese attraenti, non possono essere semplicemente imposte. In un mondo aperto, globale e evolutivo il risultato sarebbe l’ulteriore deindustrializzazione dell’occidente in favore delle “officine del mondo” dell’est. Sarebbe anche un incremento dell’inquinamento globale e del riscaldamento (per la maggiore incidenza delle emissioni per unità di prodotto che caratterizza le economie della Cindia, già oggi responsabili di quasi la metà delle emissioni).
Ma se il punto è uscire politicamente dall’economia di mercato (come mi sembra Pallante non consideri), considerata la scala globale dei temi siamo in debito di una spiegazione. Di una strategia credibile, dell’indicazione di un “quartier generale” da assaltare (e delle armi per farlo).

Al contrario, la Teoria della Decrescita, in particolare nella versione di Pallante, abbandona il campo di battaglia globale -e pure quello nazionale- per rifugiarsi nell’azione individuale e collettiva (a livello di famiglia e piccola comunità intenzionale). Mi sembra un po’ poco. Sembra di vedere all’opera l’introiezione inconsapevole dell’individualismo così condannato. Il rifugio nell’individuale semplice ed esteso.

Un esempio è nel piccolo programma di:
·         ridurre gli sprechi,
·         sostituire le fonti fossili con le rinnovabili,
·         farlo solo in impianti di autoconsumo.
Ciò perché queste “a differenza delle grandi centrali anche a fonti rinnovabili, non hanno impatto ambientale; inoltre, se l’energia si consuma dove viene prodotta non ci sono perdite di trasporto; infine il sistema acquista una maggiore flessibilità”[xxi]. L’obiettivo dichiarato è di “sottrarre la gestione dell’energia alle aziende multinazionali che l’hanno sempre utilizzata come strumento di potere nei confronti dei loro clienti e nei confronti del sistema politico, per affidarla agli utilizzatori. Promuove un’estensione della democrazia in un settore economico e produttivo cruciale trasformando l’energia da merce in bene autoprodotto e autogestito in funzione delle proprie necessità”[xxii].
Ora, a parte che produrre 1 MWe con 1.000 impianti distribuiti (con qualunque tecnologia), anziché con un impianto centrale, aumenta e non diminuisce l’impatto ambientale (sia sul paesaggio, sia sugli altri corpi ricettori e dimensioni ambientali), l’obiettivo enunciato –anche se in certi limiti condivisibile- prescinde completamente dalla sua fattibilità.
E dimentica che qui stiamo parlando di sostituire veramente, e in tempi brevi le fonti fossili per produrre decine di terawatt di energia. Non di fare qualche migliaio di piccoli impianti. È quindi una posizione, secondo il mio punto di vista, inefficace e velleitaria.
Inoltre, solo per dirne qualcuna, che fanno gli utenti delle grandi città che abitano in palazzi multipiani e non in villette monofamiliari? Quelli che non hanno ventimila euro solo per produrre i 3 kilowatt di energia elettrica più qualche migliaio per l’acqua calda? Che fanno le utenze commerciali, e le artigianali (per non parlare dell’industria)?
Per loro continuiamo con le centrali a carbone, gas o nucleari? Oppure spegniamo?
Frasi simili sono pura demagogia. Dispiace dirlo, ma fanno veramente male al movimento ambientalista. Inoltre lavorano contro l’obiettivo di combattere il riscaldamento globale. Alzano le barriere contro la sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili. Se qualcuno le prendesse sul serio dovremmo fare a meno delle pale eoliche (2 MWe di autoconsumo con oltre 2 milioni di euro di investimento è un poco tanto), delle centrali idroelettriche, del fotovoltaico sopra i venti kilowatt (cioè di circa la metà dell’esistente e di quello ai costi di investimento minore e meno incentivato), delle biomasse, etc.
L’unico effetto sarebbe questo; altrimenti qualcuno dovrebbe trovare i 900 miliardi di euro ca. necessari per dotare le famiglie italiane di 3 kilowatt a testa; possibilmente senza farli pagare ai consumatori.


[i] - Serge Latouche, La scommessa della decrescita, op.cit. p. 118
[ii] - Latouche, Idem. p. 120
[iii] - Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi 2005,
[iv] - Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo, op.cit. , p. 74
[v] - Latouche, idem, p. 78
[vi] - Diamond, idem. P. 27
[vii] - Latouce, idem, p. 82
[viii] - Cfr. Keith Thomas, L’uomo e la natura. Dallo sfruttamento all’estetica dell’ambiente. 1500-1800, Einaudi, 1994.
[ix] - Maurizio Pallante, Ricchezza ecologica, Manifestolibri, 2009, p. 117
[x] - De Benoist, Comunità e Decrescita, op. cit. p. 145
[xi] - Serge Latouche, La scommessa della decrescita, op.cit. p. 124
[xii] - Pallante, idem, p. 9
[xiii] - Pallante idem
[xiv] - Pallante, idem, p. 14-18
[xv] - Pallante, idem, p. 23
[xvi] - Il concetto è espresso in Maurizio Pallante, La felicità sostenibile, Rizzoli 2009.
[xvii] - Pallante definisce un “bene” un “oggetto o servizio che soddisfa un bisogno o un desiderio” (cfr. Pallante, La felicità sostenibile, op.cit., p. 29). 
[xviii] - Definite come “oggetti o servizi che si comprano, che si ottengono in cambio di denaro”. (Pallante, idem, p. 29)
[xix] - Cioè di comunità volontarie, che si riconoscono nel progetto.
[xx] - Pallante, idem, p. 42
[xxi] - Pallante, Idem, p. 119
[xxii] - Pallante, idem.

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