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sabato 5 ottobre 2013

Franco Cassano, L’umità del male

Amici mi suggeriscono di rileggere L’umiltà del Male, questo interessante libro di Franco Cassano del 2011. Il sociologo italiano propone in questo libro una lettura fulminante della posizione conservatrice in relazione a quella “progressista”, attraverso la Leggenda del Grande Inquisitore nel Fratelli Karamazov. Ivan racconta al fratello Alioscia una storia: di fronte alla violenza esercitata dalla Inquisizione nella Siviglia del XVI secolo, Cristo torna sulla terra e viene riconosciuto dalla folla che si accalca intorno a lui. Quindi non si nega e compie diversi miracoli; a quel punto passa l’Inquisitore che lo riconosce e ordina di arrestarlo. La folla non lo difende e Cristo viene tradotto nella galera dell’Inquisizione. L’anziano prelato lo accompagna e gli rivolge un lungo monologo nel quale annuncia che l’indomani lo brucerà sul rogo. Rimprovera a Cristo di aver insegnato la libertà, un compito del tutto superiore alle forze degli uomini. Una concezione aristocratica, raggiungibile solo da pochissimi eletti e non dalla grande massa dei deboli. La concezione aristocratica ed altera della libertà è –per l’Inquisitore- priva di amore, priva di senso di realtà verso gli uomini per come sono di fatto; è invece piena di orgoglio. Se non è adeguato a questi standard, l’uomo comune ricava infatti da questo ideale solo “incertezza, angoscia e smarrimento”. L’uomo vuole sicurezza e certezze, vuole mistero ed autorità.
Per l’inquisitore gli uomini non potranno mai essere liberi, “sono deboli, pieni di vizi, inconsistenti e sediziosi”. Gli uomini sono “degli schiavi”.
Nella visione cinica, ma realista, dell’inquisitore gli uomini, la loro grande maggioranza, hanno cioè solo bisogno di protezione e sottomissione; questa consapevolezza isola i migliori, la loro presunzione ed il loro narcisismo. Il motivo di tale inefficacia è proprio il giudizio morale altero con il quale condanno i più.

Nello scontro, che conclude la terza parte del libro, tra Gehlen e Adorno si ritrova la stessa contrapposizione tra una posizione (quella dell’antropologo conservatore) secondo il quale l’uomo (essere incompleto per natura) ha bisogno di istituzioni, che con il loro disciplinamento e potere rendano stabile la sua condotta, sopperendo alla carenza istintuale che lo renderebbe esposto. Istituzioni che lo indirizzino entro abitudini e ruoli, consentendogli di agire senza dover ogni volta ripensare tutto. Lo stesso punto di partenza (il carattere “aperto” della natura dell’uomo) è letto dal filosofo e sociologo francofortese come il rischio di alienazione. Le istituzioni sono creazioni umane che servono a stabilizzare “attese di comportamento” (direbbe Habermas) ma quando diventano realtà oggettiva indipendente diventano un patologia che impedisce la libertà. L’autodeterminazione è l’unica via per la felicità ed il benessere reali. Adorno legge nella posizione di Gehlen una resa, un disfattismo verso il dolore dell’oppressione dell’uomo e la proiezione  delle catene dello schiavo, che in qualche modo le abbraccia (pensando che non può romperle).
La tensione tra le due posizioni non potrebbe essere maggiore, la “dialettica negativa” di Adorno intende spingere gli uomini (disvelando le loro catene) a ribellarsi contro il potere alienato delle istituzioni, mentre Gehlen le vede “come alberi, che offrono ombra, sollievo e nutrimento agli uomini” (C, p. 56). Una funzione necessaria, ed anche liberante (nel senso che rendendo automatica gran parte della vita liberano energie per prendere le poche decisioni ancora disponibili).
Gehlen, da conservatore, teme ogni ampliamento della sfera dell’autonomia personale, ogni volta immagina catastrofi. “Ovunque la ricerca e la discussione pretendono di sostituirsi alla docile sottomissione all’ordine dato” (C, p.58). Critica la società industriale per la tendenza all’individualizzazione, alla secolarizzazione, alla perdita di coesione sociale.
La posizione opposta intende rendere l’uomo (e non solo pochi “inquisitori”) maggiorenne, affrancandolo da tutte le tutele. Di qui la famosa critica della cultura di massa e del consumismo (che è l’altro lato della cultura industriale). Di quella cultura che asserve l’uomo, accarezzandone tutte le debolezze e blandendone lo spirito gregario. Si occupa di evidenziare le connessioni tra l’infelicità individuale (degli umiliati ed oppressi) e la società che è governata dall’imperativo del profitto e dalla logica dello sfruttamento.

Tra le due posizioni Cassano consiglia di imparare a riconoscere la debolezza e praticare il mondo senza perdere l’intima tensione alla emancipazione. Ma coltivandola, “con intelligenza e precisione”, senza abbandonare la sua “radicale contrapposizione con il pensiero conservatore”, ma rinunciando ad ogni senso di superiorità per apprendere un rapporto più lucido con la realtà. Cercando di individuare e conoscere i dispositivi tramite i quali il “capitalismo dei consumi (merci, edonismo, evasione) sono efficaci”. Individuando i loro legami con la debolezza dell’uomo per trasformarli.

Alla luce di questa lettura, le due precedenti di Latouche evidenziano assonanze (anche se non perfetta coincidenza) con la posizione di Gehlen, più che con quella di Adorno.

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