Il 24 settembre, su Economic Research, Patrik Artus ha pubblicato una interessante ricerca che cerca di identificare le ragioni per le quali, in tutti i paesi OCSE, dalla metà degli anni novanta l’occupazione nel settore produttivo è calato rispetto al totale (in altre parole è diventata sempre più marginale).
Una delle ipotesi è che ciò sia dovuto alla diminuzione dell’incidenza del valore aggiunto manifatturiero sul PIL o per l’accresciuta produttività del settore industriale. Se ciò fosse vero la concorrenza globale (molto aumentata dalla data) non sarebbe responsabile.
Un’altra valutazione da fare è se la competitività (termine necessariamente relativo) dei costi del paese (cioè il costo dei cosiddetti fattori produttivi) è peggiorata rispetto alla produzione (cioè al tipo di produzione media, rispetto alla concorrenza), oppure il tasso di cambio è sopravvalutato (a causa del flusso di capitali attratti).
Secondo la ricerca per i principali paesi OCSE le ragioni prevalenti sono:
- Per USA, Germania, Francia e Giappone i guadagni di produttività;
- Per Regno Unito, Spagna e Italia la sopravvalutazione del tasso di cambio.
Dalla figura 1 si può vedere come negli Stati Uniti l’occupazione nel settore industriale sia calata dal 1995 al 2013; dal 15% della occupazione totale, al 8%. Al capo opposto (al vertice tra i paesi esaminati) troviamo Italia, Giappone e Germania, entrambi al 23% nel 1995, ed tutti calati tra il 16 ed il 18%. La Germania ha una performance leggermente migliore e il Regno Unito peggiore (soprattutto negli anni ’99-2006).
Nella tabella 7 A, per l’Italia, troviamo l’occupazione nel settore manifatturiero confrontata con il valore per addetto e la produttività pro capite. L’occupazione, fatto 100 il valore del 1995, è rimasta abbastanza stabile fino al 2008, per poi calare vertiginosamente di 15 punti. Nel frattempo il valore per addetto è cresciuto (insieme alla produttività) a salti, raggiungendo il picco nel 2008, per poi calare drasticamente nel 2008-9. Si riprese (senza vantaggi per l’occupazione) tra il 2009 ed il 2011 (guadagnando più produttività, tornata sul livello del 2005, che valore per addetto) per poi scendere nella fase di deperiremento del 2011-13.
In questi anni (7B) l’occupazione nel settore manifatturiero, rispetto al totale (che evidentemente cresceva) è sempre calato, passando dal 23% dell’occupazione al 18%. Nel frattempo anche il valore per addetto calava in parallelo.
La prima domanda che l’articolo si pone è se il calo sia dovuto ad un meccanismo interno (come la produttività, e dunque il bisogno di un numero minore di addetti per produrre lo stesso output) o ad un meccanismo esterno (la perdita di competitività rispetto a paesi esteri, che porta ad un calo della produzione). Entrambe le spiegazioni colgono elementi validi.
Più in dettaglio, secondo gli autori, l’elevato aumento della produttività spiega la riduzione degli occupati:
- Completamente negli USA ed in Germania;
- Quasi completamente in Francia e Giappone;
- Parzialmente nel Regno Unito e Spagna;
- Quasi per niente in Italia.
In tutti i paesi dove la produttività non spiega completamente la riduzione degli occupati nell’industria sono possibili altre due spiegazioni:
- Può essersi determinato, nel tempo, un deterioramento della competitività di costo chiaramente in funzione del tipo e sofisticazione della produzione
Nella tabella 9 A il costo per ora lavorata nel settore manifatturiero messo a confronto. Gli Stati Uniti restano sul livello 1995, mentre Italia (la peggiore) rispetto alla stessa data, Regno Unito e Spagna sono intermedi.
Il costo inferiore, rispetto a quello che aveva nel 1995, lo ha la Francia, seguita dalla Germania.
Nella tabella 9B, invece lo stesso dato è letto in funzione del costo del lavoro negli USA. Allora vediamo che l’Italia aveva un costo simile nel 1995 (mentre il Giappone era molto superiore, la Germania anche) ed è calato in senso relativo sino al 2001-2, per poi peggiorare rapidamente dal 2001 al 2004; portandosi sopra il livello di costo unitario Americano e vicino a quello Giapponese (nel frattempo calato). Un’altra impennata si è avuta nel 2006-8, per poi calare leggermente. Resta ancora nel 15% superiore a quello Americano ed al punto più alto tra i paesi esaminati.
Incrociando questo dato con l’elasticità dei prezzi (che indica, quando è alta, una sofisticazione media del prodotto bassa, e dunque una maggiore sensibilità al prezzo rispetto alla concorrenza) troviamo che l’Italia ha un valore di 0,7; Francia e Spagna sono peggiori con 1,1; e USA, Germania migliori con 0,3 (i migliori sono Regno Unito e Giappone con 0,1). Dunque i prodotti più specializzati e meno sensibili alla concorrenza di prezzo sono i Giapponesi e del Regno Unito, segue USA e Germania; a molta distanza noi.
L’insieme dei due valori (alto costo del lavoro e bassa sofisticazione di prodotto) si ha in Italia e Spagna.
Ma un’altra spiegazione è la sopravvalutazione del tasso di cambio. Se un paese attrae flussi di capitale, infatti, il suo tasso si apprezza ed i contratti nel settore manifatturiero diventano meno competitivi.
La Tabella 10 mostra, a questo proposito, l'andamento dei tassi di cambio reali, ponderato su base commerciale. Una situazione di persistente apprezzamento reale che non è dovuto ad un aumento del livello dei costi unitari del lavoro, rispetto a quelle di altri paesi, può essere chiaramente visto nel Regno Unito .
L’Italia è la peggiore del gruppo, almeno dal 2003, la Germania stabilmente tra le migliori.
In conclusione, la diminuzione del peso dell'occupazione manifatturiera può essere dovuta al progresso tecnologico, o ai cambiamenti nella competitività dei costi oppure al tasso di cambio.
Nel primo caso potrebbe essere considerato, almeno in parte, un fenomeno “naturale” (cioè derivante dal progresso della conoscenza), negli altri due ad un’anomalia, o ad un aumento troppo rapido dei costi (cosa che potrebbe essere ricondotta a molteplici fattori e non solo, o principalmente, ai salari) rispetto ai tipi di prodotti ed alla loro esposizione alla competizione. Oppure, infine, alla sopravvalutazione del tasso di cambio (quindi alla moneta ed alle sue dinamiche).
L’articolista attribuisce la diminuzione del peso dell’occupazione manifatturiera:
- Ai rapidi guadagni di produttività nel settore manifatturiero negli USA, Germania, Francia e Giappone;
- Al livello troppo alto dei costi del lavoro (energia, tasse, servizi, stipendi, infrastrutture), relativamente al posizionamento del prodotto nel mercato internazionale, e alla sopravvalutazione del tasso di cambio (valore euro e spread praticato dal sistema creditizio) nel Regno Unito, Spagna e Italia.
Se ha ragione bisognerebbe sviluppare una particolare attenzione alle componenti “aggredibili” del costo del lavoro (non certo ai salari, in queste condizioni di depressione della domanda interna), come l’energia, il sistema creditizio, gli altri servizi alle imprese industriali, le infrastrutture, e le tasse, per cercare di recuperare una parte del differenziale del 15% che scontiamo nei confronti del più forte competitore. E bisognerebbe anche operare per migliorare l’elasticità dei prezzi (nel quale indicatore siamo buoni ultimi), cioè migliorare la qualità e specializzazione del nostro mix produttivo. Infine bisogna trovare una soluzione per ridurre il tasso di cambio, possibilmente senza uscire dall’euro.
Quindi:
- rompere i monopoli e i cartelli che ostacolano la discesa dei prezzi nei settori dei servizi di sistema ed a rete;
- avviare investimenti nelle infrastrutture (logistica, trasporti, energia);
- ridurre le tasse sul lavoro e sulle imprese che investono nell’innovazione di processo e prodotto;
- investire massicciamente in ricerca di base ed applicata;
- investire in politiche rivolte al trasferimento di know how ed internazionalizzazione;
- sviluppare strutture finanziarie per ridurre il costo ed aumentare il volume del credito alle imprese.
Se non facciamo questo continueremo a perdere posti di lavoro nel settore manifatturiero. Senza il quale non potremo essere un paese competitivo e padrone del suo futuro.






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