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venerdì 18 ottobre 2013

Fabrizio Barca, Piero Ignazi, Il triangolo rotto. Partiti, Società, Stato


Il libro riporta i testi di un seminario tenuto a Roma il 7 maggio 2013, in esso Piero Ignazi (noto politologo attivo nella interpretazione delle trasformazioni del sistema dei partiti) e Fabrizio Barca (dirigente dello Stato ed ex Ministro, animatore tra i più rilevanti del dibattito interno del PD) richiamano rispettivamente elementi della diagnosi sul sistema politico italiano e una proposta per il Partito Democratico avanzata dallo stesso Barca.
Per Ignazi, essenzialmente nel triangolo idealtipico tra Società, Partiti e Stato il lato che si presenta più sofferente è quello che indica la relazione tra i partiti e la società. Questa relazione in ogni parte del mondo sviluppato è entrata in crisi. E dagli anni settanta.
Sostanzialmente è entrata in crisi da quando la società ha cominciato ad articolarsi e frammentarsi su linee non coincidenti con le coordinate che il partito di massa del secondo dopoguerra era preparato a rappresentare. La conseguenza è la discrasia, sempre più evidente, tra l’immagine che ci si aspetta debba essere un partito e quel che è, in seguito a queste trasformazioni; separazione che genera –per Ignazi- il disincanto, lo sconcerto e la disaffezione (di cui parla anche Pagnoncelli nel suo intervento) che travolge l’immagine dei partiti. Ciò accelera la separazione tra le élite e la “base” (fattosi rarefatta per effetto di questa trasformazione). Si tratta, Ignazi vi accenna più che descriverla, della prevalenza del lavoro nei servizi (ormai arrivato a superare il 70% della forza lavoro attiva) che è per sua modalità di costruzione, attitudine, competenze necessarie e sistema di premi, meno facilmente mobilitabile e incentivabile a partecipare agli organismi periferici di partito, ed a contribuire alle sue necessità. Si tratta anche della cultura individuale che è promossa da questo genere di attività e della pressione che viene esercitata sul singolo. Si tratta del processo di precarizzazione ed emarginazione, che interessa quote sempre maggiori degli strati sfavoriti che, però, non dispongono più naturalmente di luoghi dove riconoscersi vicendevolmente e insieme rafforzarsi e promuoversi.  

In queste mutate condizioni i partiti (ed ovunque) si sono progressivamente rifugiati nello Stato. In esso si sono “incistati” (direi), arroccandovisi come in un fortilizio (l’immagine è di Concita De Gregorio). Ma facendo così la frattura tra società e partiti non può che accrescersi. Inoltre, con un tipico movimento autorafforzante, questo arroccarsi ha creato una dipendenza economica (diretta, tramite il finanziamento, ed indiretta, tramite l’occupazione del proprio personale nei ruoli dello Stato) che ha allentato quella dai militanti. In questa dinamica, denunciata anche da Crouch, il partito diventa sostanzialmente una “agenzia di reclutamento”. La sua funzione residuale diventa quella di reclutare il personale da sottoporre alle elezioni.
Questo “Partito reclutatore”, allora può essere gestito con modalità “da franchising” (si tratta del modello del “partito destrutturato”; o secondo il modello “stratarchico” (nel quale i diversi “strati” locali di personale politico eletto gestiscono in relativa autonomia le loro nicchie di potere) o, infine secondo quello “gerarchico” tradizionale.  


Fabrizio Barca sceglie, in queste alternative, di rifiutare il “partito reclutatore”, abbarbicato nello Stato, per proporre un difficile modello di “partito addensatore cognitivo”. Un partito che agisce come “agenzia per la produzione di idee”, insieme alla società ed ai gruppi e movimenti che in essa si formano, dunque uno strumento della società e non dello Stato. Gli elementi strutturali, come è noto, della proposta di Barca sono, infatti, che il partito si articoli di nuovo con una forte base di mobilitazione permanente, ma di natura “cognitiva”, svolgendo la funzione di “scoperta” e costruzione di nuovi temi, impostazioni di problemi, prefigurazioni di strategie, ritirandosi dall’occupazione dello Stato (in concreto dovrebbe essere tra l’altro introdotta la proibizione di ricoprire contemporaneamente ruoli nello Stato e nel Partito).
Al fondamento di questa idea è una diagnosi: le decisioni sono spesso inefficaci ed inadeguate perché valutano presenti presso l’organo decisionale tutte le informazioni ed i saperi necessari. Al contrario, questi sono diffusi nel corpo sociale e dipendono profondamente dal contesto (dal luogo e dal momento). Dunque “l’arte di governare sta nell’assumere decisioni, le più informate possibili, ma al tempo stesso nel riconoscere i limiti cognitivi di quelle decisioni. E attivare così processi attuativi monitorati e valutati, che mobilitino ed estraggano conoscenze: per capire l’effetto delle azioni intraprese, indirizzare l’attuazione e apprendere poi come decidere <<la prossima volta>>” (B, p. 32). Un processo “per prova ed errore” e di tipo adattivo.
Una delle distinzioni –anche se Barca la esprime in diversi termini- che valgono in questo contesto è quella tra “preferenza” (cioè mera espressione delle identità individuali, al centro della riflessione liberale e del suo modello di decisione per delega), e “capacitazione” (termine di Sen). Cioè la consapevolezza che è il processo di superamento/ampliamento, di riflessività delle singole richieste, istanze e preferenze (cioè delle identità presenti nella società), attraverso il momento del confronto, nel luogo del partito che genera impulsi di azione, obiettivi, diagnosi e descrizioni, proposte e strategie capaci di aumentare la capacità degli attori. Di aumentare la loro indipendenza ed autonomia. Questa “valutazione [deve essere] pubblica, aperta al punto di vista di qualcun altro” (cioè “dell’altro” concreto, presente nel dibattito ed il cui punto di vista ed interesse chiede di essere considerato e soppesato insieme al mio).
La speranza di ottenere nel PD questo risultato (malgrado le straordinarie resistenze) è nei partecipanti all’attuale partito che, dal basso, premono con forza per il cambiamento; è in chi simpatizza (o lo faceva) e da fuori preme, in molti casi organizzandosi da solo, ma potrebbe mettersi in gioco; è in frammenti degli attuali gruppi dirigenti che potrebbero essere spinti dalle altre due forze a rimettersi in gioco ora che sono sull’orlo del burrone (come dice Ignazi).  


Venendo ad un provvisorio commento ed interpretazione, mi pare si possa dire che l’idea di Barca sia perfettamente nel solco della migliore tradizione della democrazia popolare di ispirazione europea (che scaturisce dal progressivo allargarsi della rappresentanza attraverso le lotte per il riconoscimento, a partire e sul modello dei partiti liberali ottocenteschi) e prenda distanza esplicitamente dalla concezione liberale (anni cinquanta) coagulata nella cd. “Teoria delle decisioni”. Cioè nell'idea che fondamentalmente la dinamica politica sia un conflitto tra élite che si contendono i voti (il consenso, o le preferenze immaginate già presenti e formate) dei cittadini nel corso di elezioni. E dunque che, esperito questo momento, sia tutta questione di decidere in modo razionale (disponendo nei propri organi tecnici di ogni informazione e sapere necessario).  

Questa posizione è problematica essenzialmente:
- perché la concezione della razionalità “olimpica” (capace di calcolare gli esiti ottimali a partire da una conoscenza piena -o sufficiente- tecnicamente padroneggiata) è stata più volte messa in dubbio e riconosciuta non realistica, ideologica ed inefficace (ad es. Simon, March, Elster, Boudon);
- perché l'idea che si possa fare una “consultazione” in un momento dato e rilevare (come fossero polli o galline) le preferenze e poi lavorarci, trascura che l'interrogazione muta l'opinione. Cioè questa è relazionale e dipende dalla dinamica del rapporto. Ciò che vale per gli individui vale a maggior ragione per le collettività (la stessa unità si forma per scoperta-costruzione, non preesiste);
- perché l'idea che si possano selezionare “i migliori”, pur essendo antica (Platone), resta un'idea aristocratica che presuppone: o che lo siano già (appunto Platone) o che siano dati i temi e le attitudini per selezionarli in modo oggettivo. Al contrario i temi (e quindi le qualità per trattarli) sono sempre in movimento. 

Naturalmente è assolutamente plausibile considerare:
-che la “forma partito” novecentesca non funziona più;
-che non funziona perché è cambiata la società e le sue modalità di riproduzione;
-che una maggiore frammentazione possa richiedere più semplicità e flessibilità. Ma senza interrompere i legami tra decisione e società (cioè tra “contesto della scoperta” -delle esigenze e bisogni- e “contesto della decisione”).


Mi sembra che si possa complessivamente condividere il concetto operativo che le politiche concrete si debbano formare a partire da “temi” sollevati dal/nel dibattito pubblico (e per i quali ci vuole effettivamente il giusto grado di ricettività e di filtro); mentre il livello della decisione formale e quello dell'applicazione (rispettivamente parlamento/governo e governo/amministrazione) debba restare protetto dalle pressioni di parte e giovarsi del lavoro, a tal fine, del “filtro partito”. Lo snodo in questa concettualizzazione non è il momento della consultazione (che è continua e granulare -si addensa, nel momento delle elezioni, ma è costante-), come sembra essere ad esempio nella concettualizzazione della “democrazia diretta della rete” (che abbastanza chiaramente lavora con una concezione “liberale” delle preferenze atomizzate) ma quello del “filtro”. Allora è il partito a dover essere particolarmente presente proprio nel punto in cui le pressioni organizzate che tematizzano specifici “bisogni” (lobbies, movimenti, organizzazioni, aziende) cercano di “penetrare” nel sistema decisionale. Questo tema è centrale, ad esempio, nella riflessione di Crouch.


Quanto più si sale nel livello decisionale, invece, e quanto più il partito dovrebbe “ritrarsi” nella funzione di indirizzo e controllo (e non in quella di gestione), proprio per non diventare il “cavallo di Troia” attraverso il quale gli interessi non filtrati penetrano nel sistema decisionale.

In altre parole, se capisco il punto (o comunque come mi pare si possa dire) un partito non è essenzialmente il “luogo della decisione”. Dunque neppure della selezione dei decisori. È molto più il “luogo della scoperta” (nel senso costruttivo che ho detto). Per selezionare i decisori vale più la pratica (e la dottrina). Dunque il partito dovrebbe rarefarsi tanto più ci si avvicina alla decisione e soprattutto alla applicazione/amministrazione (perché il termine decisione muta profondamente senso in funzione degli <<oggetti>> cui si applica). Dove per “oggetti” intendo sull'asse <<principi, temi, strategie, politiche, scelte, applicazioni>>.  Il consenso specifico è tanto più importante quanto più si resta sui primi termini della scala, mentre sugli ultimi è rilevante la tecnica (e la legittimazione indiretta dell’aver seguito la giusta procedura autorizzata dalla norma).

Secondo la lettura di Barca, che condivido, dunque un partito non serve principalmente per selezionare una classe dirigente (per quello bastano i “club”, o le scuole, le reti sociali, etc...), ma la funzione è organizzare nella società il consenso intorno alle priorità, ai temi, ai bisogni ed interessi, portare a sintesi i valori e le identità sparse, ... Un partito è un'organizzazione di donne ed uomini che condividono un orientamento generale verso il mondo tra di loro e con una parte della società. Ma questa “apertura”, interagendo con i problemi e i desideri nella moneta di piccolo taglio in cui si incontrano, genera aggregazioni di senso e ipotesi di azione (valutazioni del presente e progetti di futuro). Questo è il “lavoro” attraverso il quale la complessità si riduce e genera azione collettiva e “capitale politico”. Un partito di questo genere serve, cioè, a generare il consenso sulle azioni (insieme costruendole), dove naturalmente le azioni ed il consenso sono reciprocamente legate. Non si parte dall'una e ne deriva l'altra. Serve a rendere a minore pluralità (babele) i molti linguaggi e interessi che sono presenti comunque. Un partito non genera ma pressa la “classe dirigente”. Il fallimento è, appunto, che non lo fa più e la occupa. Che si è staccato/allungato, che si è incistato nel corpo dello Stato ed è diventato aristocrazia


Come detto questa non è una classica teoria della partecipazione, perché uno dei problemi delle teorie della partecipazione classica è l’idea “concretistica” che gli impulsi di volontà degli individui (qualsiasi sia il livello di cognizione e la struttura del problema) debbano essere tradotti direttamente (e con meno filtri possibile) in decisione. Si tratta dell’idea Grillo/Casaleggio (nella sua ultima e non più interessante incarnazione).

Ora, la cosa è sottile ma si può provare a dirla anche così: la cognizione è un costrutto derivante dall'esercizio sociale di libertà comunicative, ma la decisione deriva dai due filtri dell'autorizzazione legale e dell'articolazione tecnica.
Le “libertà”, che generano “potere comunicativo”, possono al più quindi determinare un “potenziale di potere”. Esso deve poi essere trasferito nell’implementazione delle leggi. Richiamando su questo punto centrale Habermas possiamo leggere che il potere non può “coincidere completamente con la prassi di coloro che conversano tra loro per agire in maniera politicamente autonoma” [Fatti e norme, 179]; è il diritto che consente questo passaggio.
Il diritto è il medium attraverso cui il “potere comunicativo” si converte in “potere amministrativo”; una trasformazione che “ha il senso di un’autorizzazione entro il quadro stabilito delle competenze”. Il quadro stabilito delle competenze è il sistema decisionale-amministrativo che non deve essere “occupato” dai partiti, proprio se essi vogliono recuperare il rapporto con la società.

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