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domenica 20 ottobre 2013

Su Ernesto Galli della Loggia, “Il potere vuoto di un paese fermo”

Domenica, 20 ottobre sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia firma un denso e lungo articolo sulla crisi italiana. In esso sostiene che l’Italia, in effetti, non sta “precipitando”, ma si sta disfacendo lentamente a causa di routine perverse ed obsolescenza generale. Abbiamo una generale incapacità di governare un sistema nel quale le istituzioni sono arcaiche, autoreferenti ed estranee al merito, dominate come sono da cricche e da lobby (sindacati e gerontocrazia dirigenziale) interne tutte attente solo al proprio interesse personale. Abbiamo reti fisiche ed infrastrutture decadenti (aeroporti, autostrade, ferrovie, …), siamo ai vertici in negativo per tutti gli indicatori che contano: nella tassazione, nell’evasione, nell’abbandono scolastico, nel numero dei detenuti, …
Insomma sarebbe il nostro stesso “tessuto unitario” (cioè della nazione che viene dal risorgimento) che si va logorando (a partire dalla distanza tra Nord e Sud). Il paese sarebbe ormai anziano, ed i giovani (pochi) incolti. Le nostre industrie e banche sarebbero una palla al piede più che un soccorso.

Tutto questo configura, per Galli della Loggia, “nella sua essenza” una crisi di identità. Noi “in senso profondo non sappiamo più chi siamo, che cosa sia l’Italia”. Questo spaesamento viene fatto risalire a venti anni fa (alla crisi della prima repubblica, di pochi anni seguita al collasso dei paesi dell’Est). Da allora “non riusciamo a trovare una formula politica, non siamo capaci d’azione e decisione, … non sappiamo come il nostro passato si leghi al presente e come esso possa legarsi positivamente ad un futuro. Non sappiamo se l’Italia serva ancora a qualcosa”.

Quello di Galli della Loggia, insomma, è un bell'articolo, scritto molto bene e di potente forza retorica. La tesi che l'Italia si stia dis-facendo (anziché precipitare) da un certo punto di vista è anche ovvia (come fa un paese a cadere? dove cadrebbe? mica è un sasso), da un altro, però, apre una questione: detta così vorrebbe dire che l'Italia è stata fatta da qualcuno ed ora si sta disgregando, sta perdendo la sua ragione ed unità. Si tratta di una tesi intrinsecamente conservatrice (ci sarebbe un passato mitico buono ed un presente cattivo). Come vedremo l’unica allusione sostanziale che viene fatta nell’articolo è di “ritornare al futuro”.
Ma perché ci stiamo disfacendo? Galli individua cause tutte interne, sono le istituzioni ad essere “arcaiche, autoreferenti ed estranee al merito”, sono le reti di essere decadenti e siamo noi ad avere le più altre tassazioni, evasione, abbandono scolastico e numero di detenuti. In sostanza il problema è nostro e noi possiamo determinare la soluzione (da soli).
Ma è vero che siamo così mostruosamente arretrati rispetto a tutti gli altri? E’ vero che nella “tempesta perfetta” (con i tre tifoni che convergono contemporaneamente) il nostro sgangherato e mal governato peschereccio è solo? E’ proprio il peggiore e deve a questo l’essere in mezzo alla tempesta? Parto da questo perché è l'unica cosa che si può controllare nella ricostruzione di Galli della Loggia: la tassazione in Italia non è la più alta, è al 4° posto in Europa (davanti a noi il Belgio, +3%, la Francia, +2%, l'Austria e la media ca. 2,5 punti sotto di noi); l'evasione vede l'Italia al settimo posto dopo Romania, Lituania, Estonia, Grecia (in Italia è stimata al 27% del gettito) e in termini assoluti a 180 Mld contro i 160 della Germania e i 120 della Francia (Fonte ricerca inglese per il Parlamento Europeo); per l'abbandono scolastico, siamo al 4° posto nella UE; per numero detenuti, la media UE è 126 per 100.000 ab,. in Italia ne abbiamo 106 (fonte Eurostat). I dati non collimano molto con la visione di Galli. Il nostro peschereccio è abbastanza mal messo, ma ce ne sono di peggio.
Sinceramente, quindi, non riesco a credere in questa teoria che la barca era buona una volta (prima degli anni novanta) e i cattivi marinai della seconda repubblica (anche se in effetti ce ne sono stati di pessimi) l'hanno rovinata. Questa idea implicita (non solo di Galli) che se ne venga fuori rifacendo la strada a ritroso (specificatamente allude a “mettere da parte la favola bella della fine degli stati nazione e l'alibi europeista”). Sembra, da destra, la stessa idea che Wolfgang Streeck porta avanti da sinistra. Rinserrarsi nei bastioni dello Stato Nazione, difendersi in tal modo dalle forze della globalizzazione e determinare un “nuovo inizio”.

Se la nostra è una crisi di identità (e i governi di grande coalizione non aiutano) non è solo nostra. Tutto l'occidente industrializzato è in essa. E' tutto il modello di sviluppo che abbiamo avuto negli ultimi venti anni che è in crisi di identità.

Da qui dobbiamo partire, senza ritorni impossibili.

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