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giovedì 3 ottobre 2013

Serge Latouche, Limite

Nel breve libricino, del 2012, Serge Latouche ragiona sul concetto di limite, recuperando motivi fortemente anti-illuministi (peraltro assolutamente espliciti) e come d’uso argomentazioni storiche, naturalistiche e sociologiche. Ne deriva un compatto atto di accusa alla tendenza dell’uomo “moderno” (diciamo occidentale) alla “dismisura” ed alla “illimitatezza”, viste come radicali perdite. Perdita della natura più profonda e del centro, oltre che del  senso, dell’esistenza individuale e collettiva.
Si tratta di un discorso che recupera specifici motivi del pensiero reazionario francese ed inglese, per articolare una lamentazione sulla perdita che coinvolge le dimensioni territoriali, economiche, culturali ed etiche. Il limite è visto come una necessità per la stessa sopravvivenza dell’umanità e dunque come necessario progetto politico.

Ma andando con ordine; per Latouche si può senz’altro affermare che “la condizione umana è iscritta dentro dei limiti”, in effetti relativi alla stessa natura dell’uomo. Limiti che neppure la  nostra intelligenza “ci autorizza” a superare. Essa, infatti, “non ci autorizza a fare tutto né a conoscere tutto” (L. p. 11). In questa notevole frase, posta all’inizio del ragionamento dell’autore francese e come d’uso non spiegata né argomentata -posta come pietra miliare-, è il particolare tono autoritario di tutto il discorso. Latouche articola in circa cento pagine un elogio della tradizione, della limitatezza e del confine, della forma chiusa e della gerarchia che, non a caso ha quali numi tutelari, esplicitamente richiamati, Joseph de Maistre, Edmund Burke, Louis de Bonald. I nobili teorici della controrivoluzione che, sul finire del settecento, si opposero alla Rivoluzione Francese. Quest’ultima è richiamata in più luoghi (p. 15, 39, 93) e sempre per contrastarla vigorosamente. La “Rivoluzione dei Lumi” (ma anche la rivoluzione secolare del seicento) viene accusata di essersi abbandonata ad una <<caccia all’infinito>> (viene citato abbastanza a sproposito il memorabile libro di Koyrè, Dal mondo chiuso all’universo infinito) per “rifare il mondo”, in quanto suo padrone (Cartesio). Ne deriverebbe la liberazione di una “ingegnosità sfrenata” e l’abolizione di tutte le norme sulle quali “si fondava la vita in società”. Citando Jean.Pierre Dupuy, Latouche, afferma che “Sostituendo il sacro con la ragione e la scienza, il mondo moderno ha perduto ogni senso dei limiti e ciò facendo ha sacrificato il senso stesso”. In base a questa posizione (che rilegge Illich, legandola ad un supposto raggiungimento di limiti naturali invalicabili) la nostra stessa sopravvivenza fisica presuppone “la sottomissione a norme che ci impediscano di cadere nella dismisura e nell’illimitatezza”, norme sia ben inteso, politiche come sarà chiaro nella conclusione.
La via della saggezza e della virtù, viceversa passa per la rivalutazione dei pregiudizi e della tradizione, in Riflessioni sulla rivoluzione francese, Edmund Burke nel 1790 scrive <<Fare una rivoluzione significa sovvertire l'antico ordinamento del proprio paese; e non si può ricorrere a ragioni comuni per giustificare un così violento procedimento. […] Passando dai principî che hanno creato e cementato questa costituzione all'Assemblea Nazionale, che deve apparire e agire come potere sovrano, vediamo qui un organismo costituito con ogni possibile potere e senza alcuna possibilità di controllo esterno. Vediamo un organismo senza leggi fondamentali, senza massime stabilite, senza norme di procedura rispettate, che niente può vincolare a un sistema qualsiasi. [...] Se questa mostruosa costituzione continuerà a vivere, la Francia sarà interamente governata da bande di agitatori, da società cittadine composte da manipolatori di assegnati, da fiduciari per la vendita dei beni della Chiesa, procuratori, agenti, speculatori, avventurieri tutti che comporranno un'ignobile oligarchia, fondata sulla distruzione della Corona, della Chiesa, della nobiltà e del popolo. Qui finiscono tutti gli ingannevoli sogni e visioni di eguaglianza e di diritti dell'uomo. Nella "palude Serbonia" di questa vile oligarchia tutti saranno assorbiti, soffocati e perduti per sempre».
Una posizione, giova forse ricordarlo, che sollevò violente controversie sia al suo tempo come in seguito. Una delle più fiere avversarie di questo pensiero, più reazionario che conservatore, fu, ad esempio, Mary Wollstonecraft, che contesta in radice lo “spirito della tirannia” latente nello scritto e la “mortale antipatia per la ragione”. Rileva che per Burke “noi dovremmo riverire la ruggine dell’antichità e considerare come saggi frutti dell’esperienza quelle che sono consuetudini innaturali, consolidate dall’ignoranza e da un malinteso interesse personale. .. dovremmo inoltre restare sempre in una inattività congelata, dal momento che il disgelo, mentre nutre il suolo, diffonde una temporanea inondazione” (W,. “Una difesa dei diritti dell’uomo, in una lettera al Right Honourable Edmund Burke”, 1790, in Scritti sulla Rivoluzione Francese, Rubettino, P. 124)
Scegliendo la parte per la quale stare in questo secolare dibattito, Latouche esplicita che “la rivoluzione postmoderna della decrescita fa propri gli argomenti della critica controrivoluzionaria di Edmund Burke, Luois de Bonald e Joseph de Maistre ma anche le migliori pagine di Friedrich von Hayek” (L. p. 39). Per la precisione propende nel vedere i pregiudizi condivisi tra i membri di una data cultura come prevalenti sulla ragione (che “non può fondare la norma”), grazie all’autorità di una lunga esperienza e dei relativi costumi. I limiti culturali del gruppo, che per millenni hanno definito la vita delle società umane, rappresentano – in altre parole- il presidio da non oltrepassare. Si tratta del nocciolo del fenomeno religioso (singolarmente Latouche, che è laico, lega buona parte del suo richiamare a pensatori religiosi come Illich, e Pannikkar).
Il progetto dei Lumi, con il suo afflato a liberare l’uomo dalla soggezione alla trascendenza, ed alla tradizione, in favore della priorità della ragione propria, esprime per Latouche un pensiero sovversivo che –nella sua sete di eguaglianza- viene accusato di hybris (richiamando sul punto Tocqueville). Un’arroganza che si esprime in modo “ancora più terribile” attraverso il controllo razionale, espresso dalla tecnica e l’economia. Precisamente attraverso la liberazione dell’interesse personale e dell’avidità che tutte le altre forme di società tentavano di tenere a freno (quando erano espresse dalle classi inferiori, ovviamente).
Per questa via, secondo Latouche, “l’artificializzazione del mondo, conseguenza dell’illimitatezza tecno scientifica, arriva a compromettere l’identità stessa dell’umano” (L. p. 95).
L’universalismo di questa posizione (di cui, per la verità l’autore tratteggia al più la caricatura) andrebbe opposto al <<pluversalismo>> di un Panikkar che consigliava di rivolgere l’attenzione al dialogo tra culture reciprocamente diverse (L. p. 47).

Dunque è in questa perdita di centro, nel rischio di ridurre ad eguaglianza le differenti specificità e tradizioni, in questa paura della deculturazione, che poggia il discorso di ripresa dell’autorità (della tradizione) e della omogeneità (dei gruppi chiusi e limitati) nel quale sfocia la ricerca del “limite” di Latouche. Il limite significa, infatti, riterritorializzare; transitare nelle bioregioni nelle quali non ci siano scambi esterni significativi (né di merci né di uomini) se non nella forma di una diplomazia rispettosa. Aree limitate nelle quali, solo, può funzionare la democrazia che -per l’autore francese- richiede necessariamente piccole dimensioni ed elevata omogeneità. Una concezione sostanzialistica della comunità contro la quale, ad esempio, non cessano di opporsi autori influenti come Habermas e Bauman (per citarne solo due). La riterritorializzazione della vita è proposta invece come una necessità ed una posizione prudente. Anziché “lanciarsi nel tuffo vertiginoso e arrischiato dell’ignoto” (L. p. 26).
Chiaramente ciò significa elevare nuovi limiti politici, nuove frontiere (facendo cessare l’esperimento europeo) disegnate su limiti culturali.
Ma significa anche valorizzare i limiti ecologici (viene richiamato Malthus e Georgescu-Roegen) al fine di contenere la “sovra crescita economica” e affrontare l’imminente e necessario crollo. Strettamente correlati a questi troviamo i limiti economici e il mito (per la verità presente solo nelle sue ricostruzioni e non certo nel pensiero economico, basta leggere Keynes) della “crescita per la crescita”, insita nella logica dell’accumulazione del capitale. Diventa allora, in questa direzione, necessario fermare l’autogenerazione del capitale, la stessa logica del rimborso con interesse dei prestiti e l’assuefazione al consumo che è propria della civiltà contemporanea (come sia possibile riuscirci non è oggetto di attenzione nel testo).
Altri limiti da non superare (per lo meno la posizione ha il pregio della coerenza) sono quelli della conoscenza (voler “conoscere tutto”) e morali (la ricerca dell’emancipazione e del diritto assoluto al benessere sono da superare, in quanto chiaramente espressione dell’hybris occidentale, p. 91).

Si tratta, in poche parole, di avviare una nuova struttura che si autolimiti allo scopo di ricostruire un mondo (anzi piccoli mondi) comuni. Ritrovare il senso dei limiti per garantire la sopravvivenza dell’umanità ed ottenere “vere comunità”, possibili solo nella prossimità.
Ed ottenerle tramite l’autolimitazione individuale, “ma ancora di più per l’essere collettivo” (p. 105). Si tratta, quindi, di un progetto sociale da definire politicamente.

Per quanto mi riguarda un incubo.

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