Nel 2013, Marco Revelli, professore di Scienza della Politica e sociologo, scrive per Einaudi questo piccolo e denso libro nel quale analizza un fenomeno ampio e pervasivo: la crisi della forma partito.
Un fenomeno che avviene in ogni luogo del mondo occidentale; una crisi di fiducia che ha minato le basi di consenso, facendo subentrare alla militanza di qualche anno fa sentimenti di diffidenza, frustrazione ed insofferenza. Lo smottamento ha anche una deriva elettorale, ma è molto di più: Ilvo Diamanti parla di un <<mondo sparito>> e mappe obsolete, cui i partiti tradizionali continuano sempre più inutilmente a fare riferimento. L’impressione, con riferimento all’Italia, che ne ha Revelli è “che i grandi contenitori messi su alla bell’e meglio nell’ultimo quinquennio intorno alla folle idea di un maggioritario egemonico e tendenzialmente bipolare (per usare ancora il linguaggio veltroniano) si stiano rompendo, o pesantemente incrinando, lasciando fuoriuscire il proprio contenuto in un (ancora asimmetrico) processo di liquefazione del corpo elettorale” (R., p. 15).
Un fenomeno che avviene in ogni luogo del mondo occidentale; una crisi di fiducia che ha minato le basi di consenso, facendo subentrare alla militanza di qualche anno fa sentimenti di diffidenza, frustrazione ed insofferenza. Lo smottamento ha anche una deriva elettorale, ma è molto di più: Ilvo Diamanti parla di un <<mondo sparito>> e mappe obsolete, cui i partiti tradizionali continuano sempre più inutilmente a fare riferimento. L’impressione, con riferimento all’Italia, che ne ha Revelli è “che i grandi contenitori messi su alla bell’e meglio nell’ultimo quinquennio intorno alla folle idea di un maggioritario egemonico e tendenzialmente bipolare (per usare ancora il linguaggio veltroniano) si stiano rompendo, o pesantemente incrinando, lasciando fuoriuscire il proprio contenuto in un (ancora asimmetrico) processo di liquefazione del corpo elettorale” (R., p. 15).
In altre parole, l’intera impalcatura della seconda repubblica sembra in movimento; in corso la dissoluzione dei suoi aggregati fondamentali, decentrate le appartenenze culturali e i nuclei di interessi collettivi. In questo smottamento partecipa, certo, il ricordo degli eventi di nascita del Governo Monti (con il trasferimento di sovranità nella figura del Presidente della Repubblica a danno dei partiti, soprattutto nella prima parte di quell’esperienza; tenuti sotto tutela come dei bambini monelli ed un poco sciocchini), ma è qualcosa di molto più profondo. In tutti i sondaggi effettuati negli ultimi anni la fiducia nella politica, nei partiti e nel parlamento (o meglio nei suoi membri) raggiunge livelli vicini (o inferiori) ad un decimo degli intervistati.
Una crisi non solo italiana, in una ricerca condotta tra il 2005 ed il 2008 l’area della militanza (chi dichiara di avere <<molta fiducia>> nel proprio partito) è ristretta al 0,9% in Italia, 1,4% in Francia, 1,6% in Inghilterra e 0,5% in Germania. La Spagna sembra un’area di consenso con il suo 2,3% di persone che hanno molta fiducia. Chi ha abbastanza fiducia è poco di più (12% in Germania, 15% in Francia, Gran Bretagna ed Italia. In altre parole, non hanno fiducia nei partiti qualcosa come il 80%, ed oltre, dei cittadini. Né va meglio negli Stati Uniti.
Le spiegazioni vanno dal salto tecnologico (nuove forme di comunicazione e di influenza dei media), al maggior livello di istruzione (e dunque di indipendenza di giudizio), alle trasformazioni economiche (prima il benessere e poi l’economia dell’incertezza), fino alla globalizzazione.
In tutte le critiche, è comunque presente un elemento in comune: la torsione oligarchica che tutti i partiti nei due continenti hanno preso e che viene rigettata dal corpo dei cittadini. La torsione oligarchica è in parte connaturata alla stessa natura di organizzazione dei partiti (Michels), anche e soprattutto dei più militanti. Queste oligarchie sono però sempre più insopportabili anche perché percepiti sempre più distanti, senza contatto, inutili. Sono ormai, contemporaneamente, dei “superprivilegiati” e dei “parassiti”. Percepiti come completamente inutili, inabili ad assumere qualsiasi decisione che faccia la differenza.
Ma c’è di più: il vecchio partito di massa, con la sua struttura burocratica verticistica, faceva fronte ad una domanda sociale visibile, abbastanza chiara e concretamente individuabile. Oggi “l’asse della mobilitazione si è spostato entro settori sociali molto più frammentati, molto più acculturati e gelosi della propria indipendenza (della propria <<auto espressione>> dice Ingelhart), più insofferenti ai rapporti comando-obbedienza, complessi e per tutti questi motivi meno stoccabili nei contenitori di una volta” (R. p. 59).
Quel che Ingelhart (La società postmoderna, 1998) chiama <<mobilitazione cognitiva>>, in opposizione alla <<mobilitazione sociale>> precedente, fa leva su protagonisti del tutto diversi dai braccianti, operai e lavoratori manuali inquadrati della <<base>> precedente. Ora si ha a che fare con studenti, tecnici, professionisti, impiegati. Si entra nel mondo della <<subpolitica>> (Beck), nella quale la mobilitazione avviene (quando avviene) su specifici temi e gruppi mobilmente formati (e successivamente dispersi). Due fenomeni compaiono allora simultaneamente: la riduzione, la difficoltà, del momento elettorale e la diffusione, disseminazione senza ordine di mobilitazioni individuali, concrete, territoriali, corte nel tempo e nello spazio, mirante ad influire su singole scelte.
Revelli, tra le molte spiegazioni fornite, ne sceglie una in particolare: la crisi della forma partito è omologa alla crisi del modello organizzativo fordista e delle “burocrazie casa” (Sennett) nel secolo scorso. Il salto di paradigma nell’organizzazione “flessibile” (causato nelle industrie da diversi fattori sui quali, ad esempio, l’analisi di Sennett) che supera il modello verticistico della divisione del lavoro. Il paradigma “razionale”, che si fondava sulla disciplinata trasmissione di input dal vertice decisionale, per il tramite di uno strato di “quadri intermedi” ad una base disciplinata. Un modello quasi improvvisamente esploso e andato in mille pezzi.
Nel campo politico hanno resistito a questa trasformazione –utilizzandola- i cosiddetti “partiti pigliatutto”, impegnati a catturare i propri elettori sull’intero spazio politico e trasversalmente, fino al <<partito piattaforma>> (termine proposto da Herbert Sultan Wolfgang Abendroth) che non hanno più bisogno di una ampia ed elaborata concezione sociale, ma senza programma costruiscono di volta in volta una specifica piattaforma popolare di rivendicazioni e proposte per conquistare una maggioranza. Una delle ragioni più forti di questa trasformazione (la cita anche Crouch) è la progressiva insostenibilità dei costi fissi di struttura (diventata sempre più grande) al progressivo erodersi della base dei militanti fedeli. Si sono infatti progressivamente ridotti, simmetricamente, i flussi di donazioni e le prestazioni gratuite di attività. In queste condizioni l’apparato di funzionari è diventato sempre più difficile da mantenere, proprio mentre i costi per prestazioni specializzate di comunicazione e acquisto di prestazioni di servizio sui nuovi media si faceva più elevato. Nasce la questione dei <<costi della politica>> che ha notevolmente aggravato la crisi di immagine ed anche giudiziaria della politica in tutti i paesi occidentali. Un esempio è l’assoluta esplosione dei costi delle campagne presidenziali americane (dai 9,7 milioni di Kennedy ai 900 milioni di Obama) che determinano, per molti analisti, qualcosa di molto vicino ad un mutamento genetico della rappresentanza (complessivamente nelle ultime elezioni sono stati spesi ca. 6 miliardi di dollari, quasi interamente “donati” da cittadini, imprese ed organizzazioni). Negli altri paesi troviamo casi come la Gran Bretagna, in cui sono state raccolte donazioni per 128 milioni di dollari (raddoppiata rispetto a dieci anni prima), e in cui i militanti contribuiscono solo al 25% di questa somma; oppure in Francia, dove il finanziamento pubblico è arrivato a 80 milioni mentre quello privato altri 70; la Germania impone un tetto al finanziamento pubblico (di 150 milioni di euro) ma le “fondazioni” hanno raccolto altri 328 milioni di euro nel 2011. In Italia i rimborsi elettorali erogati nel 2008 sono stati ca 500 milioni di euro, cui si devono aggiungere ca. 80 milioni di finanziamento privato e poi ca 250 milioni di rimborsi indiretti (cioè direttamente al personale politico).
Oltre a questa dinamica, certo preoccupante, ciò che è successo (o sta succedendo) è per Revelli ancora più profondo: “la forma <<partito>> si è <<dissipata>> alla base, allentando il proprio radicamento territoriale e sociale, annacquando i propri legami identitari, e si è verticalizzata. Ha accentuato il trasferimento <<in alto>> dei propri centri di comando. Ne ha rafforzato il grado di autonomia rispetto alla massa dei militanti e degli elettori. E ha visto nascere – in quello che era il proprio <<ambiente>> originario nel senso tecnico del termine, nel proprio environment naturale –altre forme di rappresentanza degli interessi e delle culture, reti più o meno lunghe di partecipazione parallela o alternativa, culture, soggettività, aggregazioni che hanno complicato il <<gioco>>. Moltiplicato gli attori. Relativizzato i poteri” (R. p. 104).
Alcune conseguenze sono che si sta tornando ad una personalizzazione della scelta elettorale, alla scelta in base ad una empatia e contatto emotivo, più che a scelte in base all’adesione ai principi di un’organizzazione o ad un “programma” (divenuto sempre più difficile nelle condizioni di interdipendenza, deficit di sovranità, complessità e frammentazione contemporanee).
Sembra essere quindi il momento dell’imprenditore politico, capace di individuare di volta in volta la distinzione più idonea nel momento dato, il mix di richieste e identificazioni capaci di fare maggioranza, mobilitare il consenso intorno alla piattaforma elaborata. Sarebbero queste le radici della cosiddetta <<antipolitica>> e dei nuovi populismi. In realtà si tratta, per Revelli, di espressione di una nuova forma di politica e democrazia; che intercetta “forme torbide di insoddisfazione, di risentimento e di rancore nei confronti di elitè culturali e politiche convenzionali: della loro distanza e separatezza dal <<popolo>> e dai <<territori>>, dei loro privilegi e insieme – in forma apparentemente paradossale – della loro <<impotenza>>, assenza di autorevolezza, incapacità di decisione” (R. p. 113).
Nella lettura di Rosanvallon (più che in quella di Manin) questa ostilità, questa sfiducia, viene letta come elemento strutturale dei tempi. Come “il grande problema politico del nostro tempo”. Non una semplice antipolitica ma una modalità diversa della politica. Una <<politica di sorveglianza>>, una <<democrazia di sorveglianza>> nella quale il popolo non crede più di poter governare, ma si accontenta (o ripiega) almeno sulla capacità di ispezionare, di controllare e sorvegliare. Nell’epoca del rischio, dell’incertezza e della sfiducia questa sembra essere l’unica opzione disponibile.
In questa lettura il “populismo” (cioè la rappresentazione ipersemplificata che vede <<il popolo>> pulito e sano e vittima, contrapporsi ad un quadro politico corrotto; popolo, sia ben inteso, unitario e non attraversato da fratture di interesse o cultura) è la patologia specifica della “contro-democrazia”. Cioè ne ha le caratteristiche portate all’estremo.
Caratteristiche che potrebbero anche rivolgersi in attivazione e dinamismo dal basso, “prese di parola”, mobilitazione, “sub-politica” (Beck) “assedio” (Habermas), autoorganizzazione.

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