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sabato 12 ottobre 2013

Jean Paul Fitoussi, Eloi Laurent, La nuova ecologia politica. Economia e sviluppo umano

Il libro del 2008, di Fitoussi e Laurent, sottolinea una fondamentale somiglianza strutturale tra la promozione del benessere, da parte del sistema economico, e la tutela dell’ambiente. In entrambi i casi l’approccio dominante degli ultimi anni, la regolazione interna di sistema (cioè l’autoregolazione determinata più da meccanismi di convenienza sistemici, che da regole e istituzioni esterne) fallisce sia nell’evitare le crisi economiche sia nell’evitare la crisi ambientale.
C’è una ragione comune: al centro di entrambi i fallimenti è lo stesso problema. La <<preferenza per il presente>>, cioè la tendenza a non considerare il futuro nelle proprie scelte e proiezioni. Per affrontare questo problema (che è, insieme, cognitivo e morale) bisogna ripristinare l’equilibrio tra il breve ed il lungo termine nelle nostre preferenze. In altre parole, ormai sappiamo che la forte crescita economica tra il 2004 ed il 2008 era basato sul debito, cioè era a scapito dell’oggi e costruita sulla crescita fuori controllo delle ineguaglianze. Così come la svalutazione degli impatti ambientali, nelle scelte pubbliche e private, era determinata dal “tasso di sconto” applicato.
Ma come si determina questo equilibrio da raggiungere? La tesi di Fitoussi e Laurent, su questo punto, è netta: il suo luogo è la democrazia.

Il testo propone, anche tramite un’ampia e sintetica rilettura delle principali posizioni in materia, di considerare la necessità di superare una visione meccanica e statica del ruolo dell’uomo nel sistema naturale (una visione fatta di stock fissi e flussi che detraggono da questi stock) verso una lettura dinamica, nella quale a fianco dell’entropia (come fattore di impoverimento della disponibilità di energia e risorse) troviamo l’aumento delle conoscenze (che determina un recupero).
Se focalizzarci (come hanno fatto Malthus e Jevons) sulla scarsità delle risorse (rispetto alle pressioni, cioè ai flussi) porta a disperare delle possibilità di recupero, l’attenzione alle conoscenze (e alla loro tendenza a crescere) può determinare una diversa visione.
Nella carrellata di posizioni troviamo, quindi, il filosofo Hans Jonas con Il principio di responsabilità del 1979, che legge una minaccia nella trabordante intelligenza dell’uomo rispetto alle capacità della natura; così che la “città degli uomini” “usurpa il posto” alla “totalità della natura terrena”. Ne deriva l’obbligo di essere responsabili verso la conservazione delle possibilità di sostenere una vita degna anche per le future generazioni. Quindi troviamo la “trappola” di Malthus (sfortunatamente per l’autore, ma fortunatamente per noi, mai scattata), che prevedeva la riduzione del tenore di vita al crescere della popolazione a causa della pressione sulle risorse (ai suoi tempi soprattutto sull’agricoltura). Peccato che a partire dal 1820 (Malthus scrive nel 1789) il livello di vita sia raddoppiato in 80 anni, poi in 50, e quindi in 30 per arrivare al 2000 ad essere dieci volte quello del 1820. Nel frattempo la popolazione è passata da 1 a 6 miliardi. In termini assoluti aggregati il reddito è quindi cresciuto di 60 volte.
Chi lavora sulla base di una teoria così clamorosamente contraddetta dai fatti è David Ricardo. Il grande economista della generazione successiva si concentra sulla rendita agricola (teorizzandone il rendimento decrescente). Per lui fatalmente si arriverà ad uno “stato stazionario”, nel quale l’equilibrio tra le terre messe a coltura (meno fertili) e la popolazione impedirà altri incrementi. L’analisi sottovaluta l’impatto del progresso tecnico (cioè della rivoluzione verde e della chimica); questa analisi coglie, per gli autori, un punto reale nel prevedere un tendenziale equilibrio nella produzione (e la sua influenza su prezzi crescenti) verso la mera sussistenza.
Altro autore chiave è Stanley Jevons, con “The coal question” (1865), che intravede –distaccandosi dall’ottimistica “scuola marginalista” cui appartiene- uno stock come risorsa chiave (in quanto stock esauribile): il carbone. Esprime tra l’altro l’acuta osservazione che il progresso tecnologico, con la maggiore efficienza nell’utilizzo della risorsa fossile, non ne diminuisce lo sfruttamento (allungando il momento dell’esaurimento) in quanto riduce i costi. Anzi, l’aumento di ricchezza induce un aumento del consumo. Ciò “conduce per forza di cose verso una fine prematura”. Un’intuizione, messa a sistema da Ramsey e Pigou (e Hotelling).
Arriviamo, così al Rapporto Meadows (1972), anche noto come Rapporto del Club di Roma, che identifica cinque crescite esponenziali (popolazione, industrializzazione, produzione di mezzi di sussistenza, inquinamento, esaurimento risorse naturali), come minaccia per il prossimo secolo (nel quale siamo entrati). Ciò cui bisognerebbe tendere è quindi uno stato stazionario di popolazione e capitale (mentre i marginalisti prevedevano l’accrescimento costante del capitale, e dunque della crescita quantitativa con stabilità al più di quella relativa). Cioè l’ineluttabilità della “trappola maltusiana”.
Viene poi letta la teoria di Crutzen, circa l’antropocene, era nella quale l’umanità sarebbe entrata nel XVIII secolo, diventando una forza geologica maggiore. E il ruolo dell’IPPC (Gruppo Intergovernativo di Esperti sui Cambiamenti Climatici) che da venti anni accumula dati e proiezioni sul riscaldamento e propone politiche di riduzione.

Per gli autori, nel contesto di un sistema chiuso, il consumo delle risorse può essere al più rallentato dal progresso tecnologico e dalla globalizzazione, ma alla fine raggiungerà i suoi limiti e nel frattempo potrebbe fare molti danni. L’alternativa è allora distinguere tra bisogni “primari” (o “assoluti”) e “secondari” (o “relativi”), limitando ai primi l’obiettivo da raggiungere. Una soluzione che Fitoussi  qualifica, giustamente, come “aristocratica”. Esempio di questa impostazione il Keynes di “Prospettive economiche per i nostri nipoti”.

Nel Rapporto Brundtland, del 1987, viene formulato, invece, il concetto di “Sviluppo sostenibile” che supera i soli bisogni primari, ma include “le aspirazioni ad una vita migliore” tra gli obiettivi legittimi.

Sembra agli autori che il dibattito, in definitiva, oscilli tra due posizioni antitetiche:
-         da una parte chi ha fede (eccessiva?) nel progresso scientifico e si aspetta quindi che lo sviluppo sia reversibile nei suoi effetti sull’ambiente (cioè che si possa sempre “riparare” i danni);
-         dall’altra chi ipotizza raggiungibile una “armonia” (spesso vista come “originaria”) tra l’uomo e la natura; uno stato di stagnazione nel quale si dia uno sviluppo autenticamente armonioso con la natura dell’umanità.

Indubbiamente la crescita della popolazione, della ricchezza disponibile e delle dinamiche di sviluppo umano e tecnologico, e di loro diffusione, registrano tendenze non- maltusiane abbastanza evidenti. Vengono, in questo contesto, citati Nicholas Georgescu-Roegen, Kenneth Boulding e Herman Daly. Il punto per questi autori è che noi attingiamo a stock di risorse naturali non rinnovabili (come petrolio e materie prime) o degradiamo i fondi ambientali a ritmi superiori alla loro capacità di rigenerazione. L’entropia determina, quindi, una progressiva irreversibilità. Sfuggono, per definizione, come lo stesso Georgescu-Roegen riconosceva a questa “legge” le fonti energetiche rinnovabili, che attingono a flussi esterni il sistema “chiuso”. Su questo tema Fitoussi (che scrive nel 2008) è eccessivamente pessimista, già solo cinque anni dopo la situazione è cambiata e siamo vicini al 40% di produzione di energia da rinnovabile in più di un paese europeo (a partire dall’Italia nel 2013, cfr dati TERNA).

Gli autori, comunque sottolineano (e l’esempio delle rinnovabili è appropriato) che oltre alla freccia dell’entropia (tendenza al degrado dell’energia) abbiamo la freccia della conoscenza (tendenza ad accumularla) che lavora in senso contrario.

Nella sezione successiva gli autori sottolineano a questo punto come non sia necessaria la condanna allo stato stazionario; ma sia necessaria la riduzione delle ineguaglianze, che invece crescono continuamente. Anche l’ipotizzato arresto della crescita economica (cioè la decrescita) non sarebbe utile a tal fine, a meno di una redistribuzione forzata ed autoritaria.
Bisogna, in conclusione, accettare la nostra modernità, elevando al contempo i nostri standard democratici (Rawls e Sen) e sforzandoci di padroneggiare il sistema dinamico dell’economia.

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