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sabato 12 ottobre 2013

Jean-Paul Fitoussi, La democrazia ed il mercato

Il breve libro di Fitoussi uscito nel 2004 tratta un tema importante e centrale nella riflessione dell’economista francese sull’Unione Europea e più in generale sull’economia liberista: il ruolo tra mercato e democrazia. Si tratta di un tema storicamente molto frequentato che, però, inizia a vedersi in una luce diversa.
Fitoussi individua, come Crouch, una tendenza alla regressione della democrazia, considerata cosa troppo seria per essere abbandonata al dominio della politica democratica; un eccellente esempio è il Governo Federale europeo che: “è esente da procedure di responsabilità politica e ha il potere di imporre alle aziende le sue scelte economiche” (F. p.9). Anche negli USA troviamo una polarizzazione incompatibile con la democrazia popolare: il 50 del surplus prodotto nei quindici anni tra il 1983 ed il 1998 è andato all’1%, il 90% al 20%.

Facendo un passo indietro; bisogna registrare come quasi impercettibilmente, nel tempo, le politiche economiche hanno cominciato ad essere considerate indipendenti dalla democrazia. Cioè gradualmente è stato considerato normale, ed anche sano, che le alternanze politiche non abbiano conseguenze sul piano economico. In altre parole, l’economia dovrebbe essere una risposta tecnica a problemi generali e dunque essere indipendente dalle preferenze espresse dagli elettori. Si tratta di uno strano fenomeno: è come se lo stesso oggetto, visto da un lato esprimesse il primato dell’economia tecnica, della “ragionevolezza (economica)”; dall’altro venga letto come impotenza della politica e come irrilevanza dell’evento elettorale (perché “sono tutti uguali”, “tanto non cambia niente”, “è sempre la stessa storia”…). Visto dal punto di vista delle elité tecno-amministrative l’attuale condizione della governance contemporanea è il segno di una continuità e razionalità dell’azione (ispirata da “set” di valori e pratiche tecniche che sono quasi invisibili agli attori, tanto sono condivise); dal punto di vista del cittadino “comune” è il segno dell’inutilità di impegnarsi (e persino di ascoltare) una politica impotente e confusa.

Fitoussi osserva, nel testo, questo “set” di valori e pratiche dell’establishment economico, interrogandone le ragioni. Parte da una conversazione personale con Kenneth Arrow, premio nobel e fautore tra i più importanti della “teoria pura delle economie di mercato”. Nel luglio 1998 Arrow rispose ad una domanda di Fitoussi sulla compatibilità tra mercato e democrazia che, “in teoria”, il mercato “non è compatibile con alcuna forma di governo”. Cioè non è compatibile con la democrazia, con l’oligarchia e con la dittatura. Il mercato non è compatibile con la democrazia perché ogni intervento (comunque deciso, da un parlamento, da un governo o da un uomo) non può che ridurne l’efficacia. Interferisce infatti con l’autoaggiustamento degli attori economici, che altrimenti è sempre ottimale.
Nella pratica corrente, non potendo immaginare popoli senza governo (se non in qualche utopia anarchica), ciò significa che non possono esistere “mercati perfetti”. D’altra parte, Crouch ci ha mostrato che tale affermazione vale anche dal lato delle forze del mercato, a causa della presenza di forme di influenza e governo economico private: le multinazionali. Anche esse interferiscono con l’autoaggiustamento (con buona pace per la Scuola di Chicago).

Vista dal punto di vista opposto, invece, è l’azione pubblica che viene osservata con ostilità dalle forze di mercato; infatti il governo democratico ottiene fatalmente due risultati: determina offerte pubbliche di beni e servizi (che riduce quindi il perimetro disponibile all’azione di mercato); interferisce con il sistema dei prezzi relativi tramite la tassazione (che viene accusata di ridurre l’allocazione ottimale delle risorse, contemporaneamente distorcendo le incentivazioni ed i segnali agli operatori). Dunque il governo, dal punto di vista liberale, è un male necessario (ad esempio, per proteggere la proprietà privata dall’invidia sociale), ma occorre limitarne radicalmente il dominio. Quindi i funzionari pubblici sono sempre troppi, le imposte sono una confisca, il sistema di tutela sociale è troppo prodigo e le regolamentazioni cavillose.
Il punto potrebbe anche essere inquadrato così: se il mercato è il migliore dei sistemi, allora il regime politico deve essere ad esso subordinato.

Infatti il dibattito concorda complessivamente nel ritenere che la democrazia (in particolare), se può darsi solo ad un livello adeguato di sviluppo ed istruzione, limita comunque l’ulteriore sviluppo della crescita. Di questa opinione, ad esempio, Robert Barro, che sulla base di una vasta indagine empirica su cento nazioni dal 1960 al 1990 attribuisce un effetto “limitatamente negativo” al “surplus” di democrazia sulla crescita economica. Cosa è una democrazia “in surplus”? Dato che l’efficienza economica è garantita (solo) dalla libertà dei mercati e dalla garanzia dei diritti di proprietà, la redistribuzione della ricchezza dai ricchi ai poveri tramite programmi sociali, o il potere politico di gruppi di pressione generano sempre altrettante distorsioni economiche. Per Barro “niente impedisce in linea di massima ai governi non democratici la conservazione delle libertà economiche e della proprietà privata. Un dittatore non è necessariamente obbligato a occuparsi di una pianificazione centralizzata. Esempi recenti di autocrazie che hanno agevolato le libertà imprenditoriali sono il governo di Pinochet in Cile …” Per Barro l’unica avvertenza (pazienza per i fucilati negli stadi) è che i dittatori potrebbero avviare politiche predatorie (nella letteratura istituzionalista chiamate “estrattive”) e quindi un certo grado minimo di libertà politica è utile. Più o meno Messico o Taiwan nel 1995 (livello 0,5 in una scala da 0 –Pinochet- a 1 –USA). In conclusione: lo sviluppo delle libertà politiche è sfavorevole alla crescita. Ovviamente ciò significa che i paesi ricchi hanno livelli di democrazia superiori all’ottimale, secondo Barro, più o meno nella stessa logica con la quale si comprano la Porche: si tratta di un bene di lusso.
Con le parole di Fitoussi: “la migliore forma di governo [per Arrow e Barro] sarebbe quindi quella che assicura un livello di libertà politiche sufficiente ad impedire che il governo si appropri dei beni degli attori riducendone le libertà economiche, ma insufficiente a lasciar spazio all’espressione di una richiesta sociale” (F. p. 23). Se il mercato è libero gli individui possono anche non esserlo.

Di altro avviso Dani Rodrik, che nel 1997 ha mostrato come la democrazia ha quattro punti di vantaggio sui regimi autoritari: la variabilità della crescita di lungo termine; la stabilità nel breve termine; la resistenza agli shock esogeni; il livello più elevato dei salari. Al contrario di Barro, Rodrik propone che, alla lunga, anche gli effetti sul benessere e la crescita siano considerati migliori in democrazia; si ottiene infatti una migliore cooperazione tra le categorie sociali ed una minore conflittualità della società.
Fitoussi ricorda a questo proposito che la democrazia è una forma più <<flessibile>> di governo, proprio per la pressione elettorale che la costringe ad adattarsi alle circostanze. Riduce la tendenza del decisore ad insistere in politiche di scarso successo e difenderle ostinatamente (come, ad esempio, è successo a tecnostrutture non democraticamente responsabili come il FMI con la dottrina distruttiva –in molte applicazioni- chiamata normalmente <<consenso di Washington>>, su questo è richiamata l’analisi di Stiglitz).

Se comunque è vero (per ora) che il capitalismo ha trionfato sul socialismo reale, non ha avuto la meglio ancora sull’altro avversario dichiarato da Arrow e Barro, la pulsione democratica, la ricerca di forme più estese di contratto sociale. E questa è una fortuna per Fitoussi, perché il capitalismo totalitario (quello che escludesse la politica) “rischierebbe a sua volta di naufragare, perché in nessun altro periodo della nostra storia – con l’unica eccezione, estemporanea, degli anni trenta – le distorsioni dell’economia mondiale sono state tanto gravi quanto quelle odierne: disoccupazione di massa, crescita allarmante delle disparità e della povertà nei paesi ricchi; miseria insopportabile e crisi ricorrenti in molti paesi in via di sviluppo, divario crescente tra i redditi procapite nei vari stati” (F. p. 35). Si tratta di cose gravissime, davanti alle quali la democrazia non può restare indifferente.
Certo, i liberisti non sarebbero d’accordo. Infatti i <<teoremi del benessere>> postulano che un’economia di mercato retta solo dalle leggi della concorrenza pura e perfetta tende spontaneamente – in base, cioè, alle sole leggi della domanda e dell’offerta – ad una situazione di pieno impiego e ad una distribuzione ottimale delle risorse (quel che si chiama “equilibrio generale walrasiano”). Questo equilibrio quando si dà è anche un “optimum sociale” nel senso di Pareto. Se così fosse l’economia di mercato sarebbe il migliore dei sistemi possibili.
Come mai è evidente che non è così (abbiamo disoccupazione, abbiamo risorse mal allocate e “bolle”, abbiamo insopportabili livelli di malessere)? Una risposta è che gli interventi statali disturbano l’equilibrio, costringendolo a risultati sub ottimali. Dunque, si torna sempre allo stesso punto: bisogna proteggere le libertà economiche dalla democrazia.
Ma questa notevole ed elegante teoria, con le sue splendide formule matematiche e la sua robustezza a tutta prova sta su una base assiomatica ed è circondata da una serie di ipotesi “ad hoc” di contorno. Tra queste l’”ipotesi di sopravvivenza”. L’equilibrio prezzi-salari adeguato a garantire spontaneamente il pieno impiego, in linea teoria (purtroppo non solo teorica) potrebbe, infatti, essere raggiunto ad un livello di salari insufficiente a garantire la sopravvivenza del lavoratore, o meglio dell’intera popolazione (cioè di tutti i lavoratori). Tale ipotesi postula che ognuno comunque ha accesso a risorse in grado di garantirgli la sopravvivenza fuori del mercato. Cioè senza lavorare potrebbe vivere. In altre parole, in assenza di tale ipotesi (ardua da implementare senza intervento dello Stato) potrebbe scomparire una parte della popolazione (per inedia). Tra i sopravvissuti avremmo il pieno impiego. Lo scrivo con le parole di Fitoussi: “l’importanza di questi nuovi sviluppi della teoria relativa all’equilibrio generale è notevole: essi provano infatti come l’estrema povertà, la mancanza di aiuti e la non sopravvivenza non siano conseguenze delle disfunzioni in seno ai mercati ma siano compatibili con un perfetto funzionamento dei mercati stessi” (F.p. 40).
Rileggendo <<l’ipotesi di sopravvivenza>> da un’altra angolazione Fitoussi dimostra che è quindi necessario un sistema esterno al mercato con il compito di offrire risorse sufficienti a tutti gli individui. Ma non si tratta solo di cibo, nei campi dell’istruzione, della sanità, della sicurezza sul lavoro, della protezione ambientale, delle infrastrutture a rete, il livello degli investimenti che il mercato (con la sua propensione al breve termine e la sua avversione al rischio) sceglierebbe sono sistematicamente inferiori a quelli necessari per lo sviluppo sociale, umano ed economico di lungo termine.

Ma c’è tutto un altro livello di obiezioni che possono essere avanzate all’ipotesi dei mercati perfetti. Infatti mercati “puri e perfetti” non esistono. I mercati “realmente esistenti” (un poco come il “socialismo reale”) sono diversi da quelli dei libri. Asimmetrie di potere, distorsioni dell’informazione, difetti di coordinamento, generano allocazioni inefficienti, fragili, distruttive delle risorse economiche, umane e naturali.

Ora, l’ideologia liberale insiste, nella sostanza a farci percepire i mercati come una sorta di “luoghi fittizi” di coordinamento ottimale degli uomini e delle risorse; invece è evidente che si tratta di “luoghi” in cui si stabiliscono essenzialmente rapporti di forza. Tale circostanza è oggi chiara più che mai, in una situazione nella quale i rapporti di forza sono imposti dall’esterno e agli Stati ed alle popolazioni insediate, a causa dell’aumento della mobilità di alcuni fattori produttivi (cioè di alcuni lavoratori, materie prime, merci e capitali) che fatalmente trasferisce il peso dell’insicurezza sui fattori meno mobili.
Tale circostanza è resa meno evidente dalla tesi della sostituibilità tra mercato e democrazia che ha dominato sino ad ora ed ha sovrainteso all’apertura delle economie (F. p. 64). Tutto lo sforzo di Fitoussi è rivolto a mostrare che questa tesi è infondata, in particolare nelle condizioni della globalizzazione. In cui i guadagni a breve termine di alcuni, collidono con quelli a lungo termine (finanza contro società).

La soluzione può solo trovarsi nella pubblica discussione e nel rafforzamento della democrazia. Dobbiamo riprendere collettivamente nelle nostre mani il futuro.

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