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sabato 26 ottobre 2013

Sulla Relazione di Branko Milanovic circa l’ineguaglianza mondiale

Ancora sui dati di Branko Milanovic, “Lead Economist” della Banca Mondiale, che in un articolo recente, recensito anche da Joseph Stiglitz, ricostruisce la storia dell’evoluzione delle ineguaglianze e della loro distribuzione nei diversi paesi del mondo e tra di loro.
Uno dei grafici più rilevanti è quello (fig. 4) del cambiamento dei redditi reali tra il 1988 ed il 2008, rispetto ai percentili di distribuzione (espressi in dollari 2005).
  
Da esso si rileva come i primi 5 percentili (cioè il 5% più povero della popolazione mondiale) negli ultimi venti anni non hanno visto aumentare il proprio reddito; il 10% successivo lo ha aumentato del 40% e poi, via via, i successivi sino al massimo (al gruppo più favorito in senso relativo) dell’80% di incremento per il 50° percentile. I percentili dal 60° all’80° (fascia medio-alta di reddito) sono stati penalizzati da crescite minori, sino a quello dal 75° all’85° che, addirittura, lo hanno visto scendere (del 5%, circa). Poi i redditi alti, che sono cresciuti fino al 30% e gli altissimi, del 60%.
Quindi l’1% ha guadagnato in venti anni il 60% in più (media mondiale), tra questi troviamo il 12% degli Americani (che quindi rientrano tra l’1% mondiale) ed il 3-6% di inglesi, giapponesi, francesi e tedeschi, altri (russi, brasiliani, sud africani) rientrano nella media. Altri vincitori sono la nuova la nuova classe media mondiale, in particolare in Cina ed India. Mentre al 1988 l’individuo “mediano” in Cina era nel 20° percentile più povero della distribuzione mondiale, oggi è nella metà superiore della distribuzione.
I perdenti maggiori sono intorno all’80° percentile “l’alta borghesia globale”, come la descrive Milanovic, tra i quali molti cittadini dei paesi ex-comunisti e “i cittadini dei paesi ricchi i cui redditi ristagnano”.
Nell’insieme questi dati mostrano che negli ultimi venti anni i ceti medi dei paesi ricchi (e medio-alti) dei paesi intermedi non hanno progredito, o sono scesi in termini di reddito reale. Invece quelli che erano al livello medio-basso della scala (per lo più nei paesi di convergenza) hanno avuto una crescita significativa e i ceti alti ed altissimi hanno avuto i loro già notevoli guadagni aumentati del 60%. In termini assoluti questi significa che un reddito alto è cresciuto molto più di un medio-basso (il 60% di 200.000,00 $/anno è molto più del 60% di 8.000,00 $/anno). Di qui l’osservazione di Stiglitz che mette in evidenza come la ricchezza si sia polarizzata prendendo una forma asintotica.
Complessivamente, ricorda l’economista della Banca Mondiale, “questo è stato probabilmente il più profondo rimpasto di posizioni economiche delle persone dalla rivoluzione industriale”. Se continua così, l’individuo “mediano” nei paesi ricchi diventerà sempre più povero.

Alla luce della tragedia dell’immigrazione e di vicende come quella di Lampedusa, è importante però focalizzare anche un altro grafico: da esso si vede come i redditi nei paesi ricchi restino comunque enormemente superiori a quelli nei paesi poveri.

Nel grafico sono messi a confronto i redditi rispetto alla distribuzione mondiale (quel che nel precedente stava alle ordinate ora è alle ascisse) con i gruppi di reddito nei diversi paesi. Il più povero italiano è più ricco dell’80% della popolazione della Costa d’Avorio. Interessante anche vedere come tra l’Italia e la Germania la distribuzione sia simile, ma sempre più in basso per la prima (salvo che per i molto ricchi, che sono uguali). La porzione più ricca della popolazione della Costa d’Avorio è come il 3° percentile in Italia (cioè il 3% più povero della distribuzione), quella Albanese come il primo 5% e in Argentina invece è quali pari alla corrispondente popolazione italiana. L’Argentina, tuttavia (ed anche la Costa d’Avorio, con una linea più “piatta”) ha una estensione delle ineguaglianze che va praticamente dal più povero al mondo al più ricco. Con la media della popolazione corrispondente ai più poveri italiani (e sotto i più poveri tedeschi). Dati complessivamente sorprendenti. 

Sui quali i policy makers mondiali, e tutti noi, dovremmo riflettere molto di più.

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