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mercoledì 16 ottobre 2013

Papa Francesco, Eugenio Scalfari, Dialogo tra credenti e non credenti

Un evento senza precedenti scorre in questo 2013: un papa, appena insediato al Soglio di Pietro, scrive ad un giornale laico ed al suo direttore, dichiaratamente ateo. Lo invita per un colloquio cordiale, e cerca di gettare ponti con la cultura della secolarizzazione. Lo fa in modo palese e dichiarato.
 Lamenta che la fede cristiana, da fonte di luce, sia stata “nei secoli della modernità” (quelli che prendono avvio con il seicento di Cartesio e Spinoza, presumibilmente) “bollata” come fonte del “buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione” (PF, p. 36). Secondo il Papa, per questa via si è giunti infine all’incomunicabilità tra la cultura di ispirazione cristiana e quella “moderna d’impronta illuminista”. Dichiara quindi che è giunto il momento di un “serio e fecondo incontro”.
Si tratta, per Papa Francesco di riconoscere fino in fondo che la fede è qualcosa che “mette in cammino” e  non qualcosa che “si possiede” (al più è il contrario). La fede viene letta entro, in altre parole, entro il movimento aperto dall’amore e nella relazione, con Dio e con gli uomini. Sin qui nulla di nuovo.

Ma quale è la ragione che spinge Papa Francesco a muovere questo passo? Come vedremo tra poco, mettendo sul tavolo una notevole apertura (anche contraddittoria, sotto molti profili)?
A mio parere la chiave sta nella fine dell’intervento: dice Papa Francesco, alla fine del dialogo con Eugenio Scalfari, che, nel fare un passo avanti nel dialogo (cioè nell’aver trovato un primo terreno comune) i due parlanti possono costatare insieme “che nella società e nel mondo in cui viviamo l’egoismo è aumentato assai più dell’amore per gli altri e [che] gli uomini di buona volontà debbono operare, ciascuno con la propria forza e competenza, per far sì che l’amore verso gli altri aumenti fino a eguagliare e possibilmente superare l’amore per se stessi” (PF, p. 69). Insiste subito e chiarisce in questo modo: “penso che il cosiddetto liberismo selvaggio non faccia che rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclusi. Ci vuole grande libertà, nessuna discriminazione, non demagogia e molto amore. Ci vogliono regole di comportamento e anche, se fosse necessario, interventi diretti dello Stato per correggere le disuguaglianze più intollerabili”.

In questa traccia, che si potrebbe sintetizzare come <<combattere l’egoismo in favore della generosità dell’amore>>, Papa Francesco cerca, dunque alleati nelle forze e culture situate all’esterno del perimetro della fede, ma comunque rivolte all’emancipazione. In quelle grandi tradizioni, figlie delle rivoluzioni di libertà ed eguaglianza del settecento, che muovono dalla passione per l’uomo. Nel suo ultimo giorno di vita, davanti ai carnefici che lo avrebbero di lì a poco ucciso, George Danton disse: “Non ci sarebbe stata alcuna Rivoluzione senza di me, non ci sarebbe la Repubblica senza di me… so che siamo condannati a morte, conosco questo tribunale, sono stato io a crearlo e chiedo perdono a Dio ed agli uomini… non era nelle intenzioni che divenisse un flagello per il genere umano, bensì un appello, un'ultima disperata risorsa per uomini disperati e gonfi di rabbia… non sarà necessario trascinarmi a forza sul patibolo… se io ora difendo me stesso è per difendere quello cui aspiravamo e, più ancora, che abbiamo conseguito e non per salvare la mia vita. Noi abbiamo spezzato la tirannia del privilegio, abbiamo posto fine ad antiche ingiustizie, cancellato titoli e poteri ai quali nessun uomo aveva diritto, nella Chiesa, nell’Esercito e in ogni singolo distretto tributario di questo nostro grande corpo politico: lo stato di Francia, ed abbiamo dichiarato che su questa terra il più umile tra gli uomini è uguale al più illustre, la libertà che abbiamo conquistata l’abbiamo data a chi era schiavo affinché alimentasse le speranze che abbiamo generato. Questa è più di una grande vittoria in battaglia, più di tutte le spade, dei cannoni e di tutti i reggimenti di cavalleria d’Europa, è un’ispirazione per un sogno comune a tutti gli uomini di qualsiasi paese…una fame di libertà che non potrà più essere ignorata… le nostre vite non sono state sprecate al suo servizio.”
Questa energia di trasformazione, incorporata nella sostanza morale della società laica e secolarizzata, viene chiamata da Papa Francesco a fare “un tratto di cammino” insieme. Nel far questo non sembra temere di aprire una linea di faglia profondamente radicata nel progetto della modernità che, come teme Zagrebesky nel suo intervento nel testo, vive irrisolta la frizione tra il <<principio di libertà>>, autonomamente declinato (cioè in chiave individualistica e secolare, cosa che porterebbe -e porta- verso l’egoismo e la frammentazione sociale) e il <<principio dell’altro>>, che frenerebbe la sua potenziale forza autodistruttiva, ma è in debito di una fondazione che è difficile nei termini della secolarizzazione. Il Papa apre questa linea proponendoci di riconoscere che oltre l’interesse ed il principio di piacere c’è la coscienza di una comune umanità. L’apertura ad un piano superiore di cui propone riconoscere la trascendenza. Anche se una trascendenza laica, cioè di trovarvi un terreno comune a tutti.

Ma c’è un elemento, in questa proposta, che mi sembra si possa dire "va oltre" i tradizionali posizionamenti cui siamo stati lungamente abituati: Papa Francesco dice, in effetti, che anche chi non crede in Dio (insieme a chi ha questa grazia) può trovare un terreno comune nella sua capacità e volontà di rispondere alla propria coscienza. Dice Papa Francesco, nel passaggio più problematico di tutta l'intervista: la “bontà o malvagità dell’agire” di ciascuno sta, infatti, “nel decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. Su questa decisione si gioca”. (PF. P. 42) In altre parole, “la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza”.
I termini chiave sono qui l’ “ascoltare e obbedire” alla propria coscienza. Ciò che Papa Francesco sembra, in altre parole, riclassificare come “peccato” (a fronte probabilmente della missione di migliorare il mondo) è la debolezza della volontà. Cioè il sapere che un certo corso di azione individualmente perseguito (un “agire”) ci appare giusto e tuttavia, malgrado ciò, non seguirlo; non obbedirvi.
Poche pagine dopo afferma, ancora più chiaramente, che “ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e del Male. Noi dobbiamo incitarli [gli altri] a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene”. (PF. P. 55) Questa frase (di seguito reiterata) apre uno “scandalo”, faticosamente richiuso da sottili distinzioni (di cui tra breve daremo conto) dai commentatori, per la sua impostazione “relativista”. Infatti il Papa dice letteralmente che “ciascuno” ha una “sua” visione (o idea) del Bene e del Male e bisogna che proceda verso di essa (cioè verso ciò che si pensa da sé essere il Bene).

Per Mancuso questa frase (e tutto il dialogo) muove nella convinzione fondante che l’uomo ha una scintilla di divino entro di sé (idea che condivideva anche Kant); e dunque è questa potenzialità divina (non riconosciuta da una prospettiva laica, che per questo -a suo parere- non può coerentemente tendere al bene) che rende possibile procedere su una meta comune. In altre parole Papa Francesco punterebbe le sue carte su una sostanza antropologica comune, iscritta nella natura trascendente del creato, cui l’uomo partecipa. Lo dico in un altro modo: la strada da fare in comune, in effetti è quella della chiesa (anche se l’altro non lo sa). (M, p. 78 e 81).

Per Navarro le cose stanno più o meno nello stesso modo: “la fede è l’apertura ad una relazione non prevedibile con Qualcuno che non siamo noi stessi a dominare”. Dunque la prospettiva laica (mancando di questo riferimento esterno nella relazione tra uomini; di questo terzo polo superiore) è prigioniera dei “nostri assolutismi psicologici ed egoistici, dei miti illusori che da solo ciascuno è costretto a crearsi per sopravvivere e cancellare l’angoscia e l’infelicità” (N, p. 88). In altre parole, anche qui, Papa Francesco farebbe la mossa di gettare ponti solo per invitare dentro il proprio castello.

Cacciari, acutamente sensibile al nodo di dottrina ed alla contraddizione filosofica, sospetta questo dialogo di un <<eccesso>>, di un “glissare” sui nodi più profondi della differenza tra la prospettiva religiosa e quella laica. Il “cammino”, dal punto di vista della fede, pur con tutta l’apertura intersoggettiva e dialogica (che anche Salvatore Veca riconosce) è comunque “uno”. La “vita autentica” è una.

Anche io credo che questa pietra non possa essere aggirata. La religione sarebbe ristretta al rango di una filosofia umanista, altrimenti. Ma credo che la contraddizione si chiarisca su un altro piano: Papa Francesco sembra mosso da un’urgenza più pressante di quella di marcare i confini e definire le dottrine astratte. Fare un “tratto di cammino” (dunque non “tutto”; dopo aver raggiunto qualche risultato comune le strade possono dividersi, qualcuno si può fermare, si può dissentire) insieme. Quanto più insieme possibile, con più forze possibile, per ridurre l’egoismo nella società. Per recuperare una retta coscienza ed imparare a seguirla.

Certo, c’è anche una certa astuzia, nel modo in cui “glissa” e supera gli scogli che possono dividere, che possono segnare la differenza (spesso coltivata da entrambe le parti) tra un “umanesimo puramente autosufficiente” (cioè “che non ammette fini ultimi che trascendono la prosperità umana, e non sente alcun obbligo verso qualcosa che oltrepassi tale prosperità”, Charles Taylor, L’età secolare, Feltrinelli 2009, p. 33), che pone quindi al vertice l’uomo, ed un trascendentalismo religioso non aggirabile (se si vuole essere conseguenti con se stessi). Lo sforzo del Papa, a me sembra, è di aggirare questi blocchi di incomunicazione per raggiungere il nucleo morale condiviso con la cultura laica umanistica: la libertà (di coscienza), l’azione individuale (e libera, fonte del proprio potere), il rispetto per la <<ragione>> comune (cioè il dialogo, il trovare insieme la strada, confrontandola) e l'orientamento al vantaggio comune (il bene).
Nell'enfasi sul primato della coscienza individuale apre un credito al rispetto dell'individuo, proprio del discorso moderno; nell'interpellare ciascuno singolarmente a <<fare un percorso>> di esplorazione e scoperta dei valori, apre alla valorizzazione dell'azione individuale; nella stessa enfasi del dialogo richiama il rispetto della comune <<ragione>>; e soprattutto nella chiamata al superamento degli egoisti e dell'individualismo distruttivo, riconosce ed apre a quell'orientamento fondamentale al vantaggio comune che definisce l'azione sociale delle rivoluzioni cosiddette "liberali".

Anche a costo di rischiare (la tentazione è forte) di far riclassificare il proprio discorso sul Male nel registro terapeutico (cioè sotto la rubrica di una “debolezza della volontà”) Papa Francesco sembra quindi cercare dei <<guadi>> per costruire una urgente coalizione di forze, da spendere contro l’egoismo sociale e la disgregazione che sta portando il nostro mondo verso la possibile distruzione (cioè la perdita di civilizzazione).

Un tentativo generoso, che occorre guardare con attenzione.

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