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venerdì 1 novembre 2013

Martin Schulz, L'Europa restituisca una speranza al Sud

Su La Repubblica Martin Shultz (Presidente del Parlamento Europeo), scrive un energico, quasi disperato, articolo contro "gli stregoni della finanza" il cui bilancio per l'Europa qualifica come "scioccante". A cinque anni dal fallimento della famosa banca d'affari Lehman Brothers, che rappresentò il momento di accelerazione della fase più drammatica della crisi del 2008, abbiamo in scena il "cocktail della disperazione".
Di fronte a tale scenario, ci ricorda Schulz, "gli stregoni" ci hanno sempre ripetuto che "non c'era scelta" (il vecchio slogan della Thatcher) e che l'unica strada per la salvezza fosse l'austerità. Se volevamo la ripresa c'era un prezzo. Invece scopriamo che il FMI e gli altri "maghi" hanno "valutato erroneamente" l'impatto dell'austerità sull'economia. Nessuno si era reso conto che con tassi già prossimi allo zero l'impatto della contrazione di spesa (di cosiddette politiche fiscali restrittive) e dell'aumento delle tasse per rientrare forzatamente del debito accumulato in decenni sarebbe stato molto più grave. L'allentamento monetario, in altre parole, non avrebbe funzionato.
Quindi "i tagli della spesa hanno <<tagliato>> la crescita in modo inatteso". La conseguenza che denuncia Schulz è semplice: "negli ultimi tre anni miliardi di PIL dell'Eurozona sono stati persi per colpa di errori politici". 
Il FMI ha anche "stimato" che la struttura interna della Troika (FMI stesso, BCE e Commissione Europa) era inefficace a risolvere i problemi ed ha creato molti più danni e più recessione di quanto avesse pure calcolato. E' stata ostacolata la ripresa economica e la stessa fiducia. In altre parole "a causa delle decisioni di pochi, la maggior parte dei cittadini si è fatta l'idea di un'Unione europea <aguzzino> senza sentimenti e scrupoli".
 
Qui il tono diventa molto più forte, ed insolito per un politico esperto, lasciando trasparire una indignazione morale ed il senso di un autentico pericolo: "scusarsi non basta più. Qualcuno deve assumersi la responsabilità per questi errori devastanti e un simile dramma, qualcuno deve esserne colpevole e pagarne le conseguenze".
E annuncia un passo probabilmente senza precedenti, che mostra un autentico conflitto tra i poteri all'opera a Bruxelles, la crisi della coesistenza dei "due modelli" di governance europea: l'approccio intergovernativo e quello federale: tra la Commissione Europea ed il Parlamento. "La Commissione Economica e Monetaria del Parlamento Europeo ha già aperto un'inchiesta sul lavoro della Troika in Grecia, Portogallo, Irlanda e Cipro per far luce sul perché siano stati fatti tanti e simili errori; e come sia stato possibile che tante teorie, giudicate tre anni fa giuste, sia siano poi rivelate totalmente sbagliate". Sembra quasi che il Presidente del Parlamento Europeo alluda ad interessi che siano riusciti a farsi sovrarappresentare nelle politiche messe in essere dalla Troika, nell'azione di Lobbies nell'ombra.
 
La posta in gioco è chiaramente enunciata in quello che appare, a tutti gli effetti, come una dichiarazione di guerra: "dopo anni di sospensione, il controllo democratico potrebbe finalmente iniziare a funzionare".
Credo sia utile fare mente locale al fatto che questo "controllo democratico" non ha mai fatto parte dello spirito autentico della costruzione europea, che sin dall'inizio è stato un accordo tra Stati. Anzi un accordo tra élite.
 
Comunque Schulz continua indicando l'agenda: maggior sostegno ai giovani per trovare lavoro, maggiore stabilità nel settore bancario (quindi l'Unione Bancaria), una caccia senza quartiere ad evasori ed elusori fiscali (non solo presenti in Italia), la Golden rule.
Si tratta di stimolare il mercato del lavoro (lunedì scorso un Rapporto sul Mercato del Lavoro uscito da Bruxelles, per la prima volta usa questo termine), e di riequilibrare le economie europee (Schulz non cita questa violenta polemica, ma il suo intervento cade proprio durante essa, e la politica di rigore prociclica è precisamente l'oggetto di attacco di quella polemica).
 
Insomma, ci avviciniamo alla più importante elezione europea degli ultimi decenni, nella quale il rischio di esplosione finale del progetto nel quale sono state investite tutte le migliori energie del dopoguerra diventa acuto (per la crisi, la possibile crescita esplosiva dei movimenti populisti anti Europa e la paralisi che ne discenderebbe) e i nodi iniziano ad essere messi in piazza.
 
 

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