Il 21 novembre,
su Handesblatt, l’economista americano Adam Posen, ha risposto ad una
intervista dal titolo “Deutschland hot unnotigs Leid angrichtet”; in essa Posen critica la politica economica
tedesca, accusandola di generare problemi al mondo, per due ragioni essenziali:
-
Il governo
tedesco e le sue imprese investono troppo poco;
-
I dipendenti
sono pagati troppo poco, rispetto alla produttività.
In particolare,
ricorda al riguardo che negli ultimi quindici anni gli aumenti salariali in
Germania sono restati costantemente indietro, rispetto agli incrementi di
produttività. In sostanza la Germania non compete sulla qualità (come dice il
Governo) ma sul prezzo. La prova è proprio la riduzione degli stipendi.
Non è neppure
sostenibile la seconda linea di difesa tedesca, che il governo non abbia voce
in capitolo; in realtà lo Stato in Germania, per tradizione e cultura, esercita
una influenza molto forte sulle parti sociali. E l’ha spesa negli ultimi anni
per richiamarle alla “moderazione”. Quel che potrebbe, invece, sicuramente fare
è aumentare gli stipendi nel settore pubblico e la concorrenza nei settori
privati meno esposti ad essa (es. costruzioni e servizi pubblici). Al momento
il fatto che gli investimenti siano troppo bassi indica che troppo denaro è
bloccato nel settore privato (“corporate”).
Riguardo alla
famosa questione del surplus di esportazioni, oggetto dell’attacco
del Tesoro Usa, l’economista americano ricorda che le eccedenze sono attive
ininterrottamente dal 1952, e sono in particolare forti negli scambi con la
Francia. Il surplus specifico tedesco con il paese transalpino è infatti di
quasi 40 miliardi di euro nel 2012, seguono gli USA (con 36 miliardi) e il
Regno Unito (28 miliardi). Viceversa la Germania è in deficit di partite
commerciali con la Norvegia (18 miliardi ca.) e i Paesi Bassi (15 miliardi),
segue la Cina (10 miliardi). Complessivamente, nei primi otto mesi del 2013 si
è registrato un surplus attivo di 127 miliardi (esportazioni per 726 miliardi
ed importazioni per 599). In questo momento non ci sono paesi che abbiano un
surplus superiore; nel 212 il surplus Tedesco ha battuto quello cinese per 238
miliardi a 193, segue l’Arabia Saudita con 165 miliardi.
Questa
situazione viene criticata dagli USA e dal FMI (ora anche
dalla UE) perché è causa dei maggiori squilibri dell’economia mondiale; se
qualche paese è in così forte eccedenza di esportazioni, e non impiega i
capitali ricevuti per fare investimenti e alzare i propri consumi (cosa che
ridurrebbe l’eccedenza aumentando le importazioni), costringe infatti altri a
fare debiti per garantire le proprie importazioni. Si tratta di semplice matematica. Sia il FMI che l’OCSE hanno
dunque chiesto alla Germania di fare di più per la domanda. Infatti maggiori
importazioni riducono il surplus tedesco, e il deficit degli altri paesi in una
sola mossa.
Una delle chiavi sono gli aumenti salariali. Usare i soldi che arrivano per le esportazioni,
non per risparmiarli e prestarli ai paesi importatori [questo è il modello che
ci ha portato visibilmente alla crisi del 2008, ed era ben noto da tempo, cfr.
ad esempio Stiglitz],
per aumentare i salari interni aiuterebbe ad alzare i consumi, aumentare le
importazioni (e dunque le esportazioni dei paesi in deficit, che avrebbero in
conseguenza anche meno bisogno di prendere a prestito soldi) e ridurre la
competitività di prezzo (non quella sulla qualità, come volutamente confonde la
Merkel). Il risultato, insomma, sarebbe un
mondo più equilibrato, con meno trasferimenti finanziari, meno investimenti
speculativi, più industrie attive e maggiore tenore di vita.
Il Governo
tedesco oppone alcuni argomenti: le esportazioni tedesche sarebbero per il 40%
costituite da prodotti intermedi che producono benefici anche all’estero (le
economie dell’area Euro sono intrecciate in catene di fornitura sovranazionali,
grazie anche alla standardizzazione normativa); inoltre le importazioni
tedesche stanno già salendo. Questi dati sono discutibili. Le stime del Centro
per la Ricerca Economica Europeo stima presente l’eccedenza di esportazioni
tedesche anche nel 2028. Cioè per i prossimi quindi anni. Solo dopo potrebbe
aversi un disavanzo delle partite correnti a causa del cambiamento demografico,
del restringimento ed invecchiamento della popolazione. Meno esportazioni e più
importazioni essenzialmente perché si avranno meno lavoratori e più pensionati.
Ora, l’articolo
si fa anche alcune domande chiave: perché i sindacati hanno accettato salari
così bassi? La risposta è che l’unificazione li ha messi in posizione di grande
debolezza e li ha costretti ad accettare qualsiasi cosa.
Per affrontare
questo tema è stato imposta dalla SPD (condizione posta per la formazione del
governo con la CDU) la questione del salario minimo a 8,50 €/ora. Una posizione
che aiuterebbe circa 1/3 dei lavoratori tedeschi che guadagnano di meno
(soprattutto concentrati all’Est). Naturalmente in alcune aree geografiche ed
economiche potrebbe ridurre l’occupazione ed in altre aumentarla (per effetto
indiretto dell’aumento di alcuni consumi). In generale, però, l’economista
americano ricorda che quasi tutti i paesi sviluppati hanno un salario minimo e
dunque questo non può particolarmente danneggiare la Germania (al massimo
rimuove un fattore di concorrenza sleale).
L’altra cosa che
è indispensabile fare è aumentare gli investimenti pubblici, inoltre fornire
più risorse per progetti pubblici in tutta l’Unione Europea. Quindi aumentare
la tassazione per le aziende che sono dotate di grande liquidità e non la
impiegano.
Un’altra cosa
che dovrebbe essere compiuta per l’economista americano è introdurre un tasso
negativo per i depositi di denaro presso la BCE da parte delle banche europee
(il tasso positivo incentiva a non fare prestiti rischiosi alle aziende, ma a
parcheggiare la liquidità). Inoltre ridurre le riserve minime che paralizzano
50 miliardi. Oggi ca. 1/9 delle PMI nella zona euro soffrono di restrizione del
credito. Inoltre ridurre le garanzie per le banche e finanziare la BEI con
risorse della BCE. Tutto questo andrebbe accompagnato con una politica
monetaria espansiva, e senza nascondere le proprie decisioni dietro le azioni “tecniche”
e democraticamente irresponsabili della BCE.
Ora, le
politiche che la Germania ed i paesi del Nord hanno imposto hanno provocato “sofferenze
inutili” a paesi come “il Portogallo, la Spagna o l’Irlanda”. Osservando le
diverse situazioni: la Francia non è in crescita; l’Italia ha attraversato nove
trimestri consecutivi di decrescita (la più lunga dalla grande depressione),
solo l’esportazione sta aumentando, ma il tasso di disoccupazione dovrebbe
peggiorare; la Spagna, dovrebbe uscire dalla recessione, ma con una crescita
molto stentata; la Grecia sembra si stia stabilizzando; l’Irlanda, sta meglio
di tutti etc…
Sostanzialmente
in tutti questi paesi periferici c’è stato un problema di troppo debito nel settore privato. Questo ha costretto
i paesi ad aggiustamenti rapidi ed austerità esagerata.
Purtroppo i
tedeschi non sembrano voler cambiare la loro posizione.
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