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venerdì 22 novembre 2013

Michel Spence, “Cosa ferma una robusta ripresa?"


Michel Spence, premio nobel per l’economia, sostiene in questo articolo, pubblicato su Project-Sindacate, che la crescita dell’economia è relativamente chiara in questo momento: gli USA sono in corso di parziale recupero (1,5-2% di crescita del PIL) ma l’occupazione stenta ad allinearsi. L’Europa è complessivamente a crescita zero, ma ci sono ampie differenze tra i diversi paesi, con parziale riallineamento verso il basso del costo del lavoro nominale (una convergenza “dolorosa”). La crescita della Cina rallenta, ma sembra stabilizzata sul 7% (un valore basso per i suoi standard degli ultimi anni).
 
Tuttavia molte economie avanzate non hanno ancora risolto le conseguenze del sistema di crescita (“pattern”) pre-crisi, che era generato da una domanda interna drogata (eccessiva). Il modello dipendeva infatti dal debito, la conseguenza era che si è, nel tempo, ampliato eccessivamente (cioè in modo anomalo) il settore “non-scambiabile” a danno di quello “scambiabile”. Si tratta dello stesso tema sottolineato da Raghuram Rajan in un recente intervento. Il problema è che, in assenza dello stimolo fornito dal sovra-indebitamento, la ripresa si trova a dipendere essenzialmente dalla crescita del settore più sacrificato (beni “scambiabili”). Dal punto di vista USA ciò spiega, in effetti, abbastanza bene la recente posizione del Tesoro USA e anche, in altra direzione, per molti versi opposti di Krugman. Il Tesoro USA attacca la posizione competitiva squilibrata tedesca, che con il suo surplus del 7% porta in surplus di esportazioni l’intera area Europea (ca. del 2,5%), in conseguenza ostacolando le esportazioni americane (si può stimare che “costi” agli USA un punto di PIL di crescita). Il nobel Krugman, al contrario, propone di ripristinare l’offerta generosa di capitale, ostacolando il risparmio e dunque per questa via di rinforza la domanda interna. 

Ma non anticipiamo, Spence sostiene una cosa molto semplice: se l’economia vuole realizzare il suo potenziale di crescita (e dunque anche riassorbire la disoccupazione eccessiva) nel lungo periodo è il settore dei beni commerciabili che deve riespandersi. Dato che un indebolimento della valuta (ad esempio del dollaro rispetto all’euro) provoca una riduzione delle importazioni (dato che si trovano a costare di più), e il costo reale del lavoro per unità di prodotto è spinto a ridursi, man mano che il salario nominale si appiattisce il lavoro ed il capitale fluisce verso i mercati esterni sia per le merci i servizi e le risorse. Una cosa del genere sta accadendo negli Stati Uniti, dove le esportazioni sono cresciute oltre il picco precedente ma le importazioni restano deboli. Contemporaneamente, e conseguentemente, il disavanzo delle partite correnti è in declino, e l’occupazione nel settore dei beni “commerciabili” (quello che si giova dell’esportazione) è in aumento, per la prima volta da venti anni. I dati suggeriscono che oltre la metà della crescita è in questa parte dell’economia, che conta solo 1/3 del sistema economico. Un dato probabilmente sottostimato.
Però, malgrado la flessibilità dell’economia USA, il recupero dell’occupazione è ancora in ritardo a causa dell’implementazione di tecnologie “labor-saving” e della riconfigurazione delle catene di fornitura globale, con la tendenza a concentrare i segmenti a basso valore aggiunto nei paesi a basso reddito. Una tendenza ovvia. In altre parole, una parte dell’occupazione fluisce verso la Cina.
Tuttavia Spence ricorda anche che il lento recupero degli USA è anche dovuto al drenaggio fiscale, reso necessario dalla recessione post 2008 che ha esasperato l’onere del debito [a causa degli stimoli che si sono resi necessari e dei salvataggi bancari]. Il problema principale è che gli investimenti pubblici restano molto al di sotto dei livelli necessari per sostenere la crescita. Dunque, per Spence, la parte più difficile resta spostare la composizione della domanda interna, dal consumo legato agli investimenti pubblici, in assenza di leva a debito (drogato). L’ipotesi di Krugman è di farlo disincentivando il risparmio, cioè costringendolo ad investire.
Per Spence, invece, quel che bisogna trovare, per stabilizzare nel lungo termine la situazione, è l’equilibrio tra la domanda interna ed esterna e nella composizione della domanda aggregata interna. In questo contesto –esattamente al contrario della posizione che chiameremo “Summers-Krugman”- la politica monetaria deve essere cauta, perché bassi tassi di interesse possono riportare il modello di crescita verso il pattern precedente, ostacolando il cambiamento strutturale dal lato dei beni “scambiabili”.  

Naturalmente anche diversi paesi europei, che sono diventati troppo dipendenti dalla domanda interna, devono fare lo stesso percorso (evidentemente quelli nei quali abbiamo avuto una bolla creditizia e deficit delle partite correnti). Dunque, nel primo decennio dell’Euro, Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna. In questo periodo si è avuto, in questi paesi, un incremento del costo del lavoro nominale, mentre l’opposto si è avuto in Germania. Se non ci fosse stata la moneta comune questi squilibri si sarebbero accompagnati a modifiche del cambio, riequilibrandosi; cosa che invece non si è verificata.
Purtroppo in un’Unione Monetaria questi adeguamenti di cambio non possono avvenire e dunque non resta che “la lenta ri-convergenza del costo della manodopera (un processo che sarebbe più veloce in presenza di una più alta inflazione in Germania e Nord Europa)”. Ora, naturalmente, “con una domanda interna che scarseggia, questa lenta strada essenzialmente pospone o ostacola la crescita”, che dovrebbe avvenire solo attraverso l’espansione dei beni commerciabili. Un altro fattore in grado di influenzare la velocità di adeguamento strutturale è lo spostamento dell’occupazione dai settori economici “non scambiabili” (edilizia, servizi interni, amministrazione, istruzione, etc…) verso i settori sensibili alle catene di fornitura internazionale (industria di esportazione).
Spence spende, in questo contesto, un favore verso le modifiche di flessibilità del mercato del lavoro (ricordando quelle tedesche del 2003-6, pur avvenute in un contesto molto più favorevole).
In definitiva molto dipende dalle eccedenze di conto corrente della Germania, e dalla relativa sopravvalutazione dell’Euro (che, però, per l’area tedesca si traduce in una sottovalutazione relativa; infatti la moneta tedesca da sola sarebbe molto più sopravvalutata e quella del sud si svaluterebbe), che, per definizione, genera eccedenze esterne ed un eccesso di risparmio negli investimenti. Esattamente ciò che succede.
C’è di più, una moneta sottovalutata (nell’area economica del nord) genera anche un modello di crescita squilibrato, con settori scambiabili smisurati e insufficiente domanda aggregata interna. Poiché l’occupazione è molto più intensa nei settori interni (meno meccanizzati) si ha ancora un’altra conseguenza: poca occupazione. In Germania si vede poco perché ci sono molti lavoratori che lavorano poche ore. Dunque le ore lavorate diminuiscono (ed i salari) ma i disoccupati completi sono di meno.
La soluzione dovrebbe essere di rilanciare la domanda interna, però questo potrebbe essere inflazionistico. La BCE dovrebbe allora intervenire per stabilizzare i prezzi (che “è il suo mandato primario”). Anche sotto questo profilo la posizione di Krugman è opposta, una inflazione tra il 3 ed il 4% è considerata opportuna (perché spinge ad utilizzare i capitali e a non lasciarli inutilizzati). 

In conclusione, le difficoltà della Germania a fare ciò assomigliano alla situazione della Cina. Il punto è, per il nobel americano, che per ripristinare una crescita equilibrata bisogna attuare un’attenta analisi dei saldi strutturali, un’attenzione ai vincoli della domanda ed all’espansione del settore dei beni commerciabili rispetto a quello interno, cercando di non favorire una domanda drogata (“gonfia”). 

Problemi difficili che non possono essere ignorati se si vuole una ripresa robusta. Occorre scegliere il corretto mix di politiche.

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