Michel Spence, premio nobel per l’economia,
sostiene in questo articolo,
pubblicato su Project-Sindacate, che
la crescita dell’economia è relativamente chiara in questo momento: gli USA
sono in corso di parziale recupero (1,5-2% di crescita del PIL) ma l’occupazione
stenta ad allinearsi. L’Europa è complessivamente a crescita zero, ma ci sono
ampie differenze tra i diversi paesi, con parziale riallineamento verso il
basso del costo del lavoro nominale (una convergenza “dolorosa”). La crescita
della Cina rallenta, ma sembra stabilizzata sul 7% (un valore basso per i suoi
standard degli ultimi anni).
Tuttavia molte economie avanzate non
hanno ancora risolto le conseguenze del sistema di crescita (“pattern”)
pre-crisi, che era generato da una domanda interna drogata (eccessiva). Il
modello dipendeva infatti dal debito, la conseguenza era che si è, nel tempo,
ampliato eccessivamente (cioè in modo anomalo) il settore “non-scambiabile” a
danno di quello “scambiabile”. Si tratta dello stesso tema sottolineato da
Raghuram Rajan in
un recente intervento. Il problema è che, in assenza dello stimolo fornito
dal sovra-indebitamento, la ripresa si trova a dipendere essenzialmente dalla
crescita del settore più sacrificato (beni “scambiabili”). Dal punto di vista
USA ciò spiega, in effetti, abbastanza bene la recente posizione del Tesoro
USA e anche, in altra direzione, per molti versi opposti di Krugman.
Il Tesoro USA attacca la posizione competitiva squilibrata tedesca, che con il
suo surplus del 7% porta in surplus di esportazioni l’intera area Europea (ca.
del 2,5%), in conseguenza ostacolando le esportazioni americane (si può stimare
che “costi” agli USA un punto di PIL di crescita). Il nobel Krugman, al
contrario, propone di ripristinare l’offerta generosa di capitale, ostacolando
il risparmio e dunque per questa via di rinforza la domanda interna.
Ma non anticipiamo, Spence sostiene una
cosa molto semplice: se l’economia vuole realizzare il suo potenziale di
crescita (e dunque anche riassorbire la disoccupazione eccessiva) nel lungo
periodo è il settore dei beni commerciabili che deve riespandersi. Dato che un
indebolimento della valuta (ad esempio del dollaro rispetto all’euro) provoca
una riduzione delle importazioni (dato che si trovano a costare di più), e il
costo reale del lavoro per unità di prodotto è spinto a ridursi, man mano che
il salario nominale si appiattisce il lavoro ed il capitale fluisce verso i
mercati esterni sia per le merci i servizi e le risorse. Una cosa del genere
sta accadendo negli Stati Uniti, dove le esportazioni sono cresciute oltre il
picco precedente ma le importazioni restano deboli. Contemporaneamente, e
conseguentemente, il disavanzo delle partite correnti è in declino, e l’occupazione
nel settore dei beni “commerciabili” (quello che si giova dell’esportazione) è
in aumento, per la prima volta da venti anni. I dati suggeriscono che oltre la
metà della crescita è in questa parte dell’economia, che conta solo 1/3 del
sistema economico. Un dato probabilmente sottostimato.
Però, malgrado la flessibilità dell’economia
USA, il recupero dell’occupazione è ancora in ritardo a causa dell’implementazione
di tecnologie “labor-saving” e della riconfigurazione delle catene di fornitura
globale, con la tendenza a concentrare i segmenti a basso valore aggiunto nei
paesi a basso reddito. Una tendenza ovvia. In altre parole, una parte dell’occupazione
fluisce verso la Cina.
Tuttavia Spence ricorda anche che il
lento recupero degli USA è anche dovuto al drenaggio fiscale, reso necessario
dalla recessione post 2008 che ha esasperato l’onere del debito [a causa degli
stimoli che si sono resi necessari e dei salvataggi bancari]. Il problema
principale è che gli investimenti pubblici restano molto al di sotto dei
livelli necessari per sostenere la crescita. Dunque, per Spence, la parte più
difficile resta spostare la composizione della domanda interna, dal consumo
legato agli investimenti pubblici, in assenza di leva a debito (drogato). L’ipotesi
di Krugman è di farlo disincentivando il risparmio, cioè costringendolo ad
investire.
Per Spence, invece, quel che bisogna
trovare, per stabilizzare nel lungo termine la situazione, è l’equilibrio tra
la domanda interna ed esterna e nella composizione della domanda aggregata
interna. In questo contesto –esattamente al contrario della posizione che
chiameremo “Summers-Krugman”- la politica monetaria deve essere cauta, perché bassi tassi di interesse possono
riportare il modello di crescita verso il pattern precedente, ostacolando il
cambiamento strutturale dal lato dei beni “scambiabili”.
Naturalmente anche diversi paesi europei,
che sono diventati troppo dipendenti dalla domanda interna, devono fare lo
stesso percorso (evidentemente quelli nei quali abbiamo avuto una bolla
creditizia e deficit delle partite correnti). Dunque, nel primo decennio dell’Euro,
Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna. In questo periodo si è avuto, in
questi paesi, un incremento del costo del lavoro nominale, mentre l’opposto si
è avuto in Germania. Se non ci fosse stata la moneta comune questi squilibri si
sarebbero accompagnati a modifiche del cambio, riequilibrandosi; cosa che invece
non si è verificata.
Purtroppo in un’Unione Monetaria questi
adeguamenti di cambio non possono avvenire e dunque non resta che “la lenta
ri-convergenza del costo della manodopera (un processo che sarebbe più veloce
in presenza di una più alta inflazione in Germania e Nord Europa)”. Ora,
naturalmente, “con una domanda interna che scarseggia, questa lenta strada
essenzialmente pospone o ostacola la crescita”, che dovrebbe avvenire solo
attraverso l’espansione dei beni commerciabili. Un altro fattore in grado di
influenzare la velocità di adeguamento strutturale è lo spostamento dell’occupazione
dai settori economici “non scambiabili” (edilizia, servizi interni,
amministrazione, istruzione, etc…) verso i settori sensibili alle catene di
fornitura internazionale (industria di esportazione).
Spence spende, in questo contesto, un
favore verso le modifiche di flessibilità del mercato del lavoro (ricordando
quelle tedesche del 2003-6, pur avvenute in un contesto molto più favorevole).
In definitiva molto dipende dalle
eccedenze di conto corrente della Germania, e dalla relativa sopravvalutazione
dell’Euro (che, però, per l’area tedesca si traduce in una sottovalutazione
relativa; infatti la moneta tedesca da sola sarebbe molto più sopravvalutata e
quella del sud si svaluterebbe), che, per definizione, genera eccedenze esterne
ed un eccesso di risparmio negli investimenti. Esattamente ciò che succede.
C’è di più, una moneta sottovalutata
(nell’area economica del nord) genera anche un modello di crescita squilibrato,
con settori scambiabili smisurati e insufficiente domanda aggregata interna. Poiché
l’occupazione è molto più intensa nei settori interni (meno meccanizzati) si ha
ancora un’altra conseguenza: poca occupazione. In Germania si vede poco perché ci
sono molti lavoratori che lavorano poche ore. Dunque le ore lavorate
diminuiscono (ed i salari) ma i disoccupati completi sono di meno.
La soluzione dovrebbe essere di
rilanciare la domanda interna, però questo potrebbe essere inflazionistico. La BCE
dovrebbe allora intervenire per stabilizzare i prezzi (che “è il suo mandato
primario”). Anche sotto questo profilo la posizione di Krugman è opposta, una
inflazione tra il 3 ed il 4% è considerata opportuna (perché spinge ad
utilizzare i capitali e a non lasciarli inutilizzati).
In
conclusione, le difficoltà della Germania a fare ciò
assomigliano alla situazione della Cina. Il punto è, per il nobel americano,
che per ripristinare una crescita equilibrata bisogna attuare un’attenta
analisi dei saldi strutturali, un’attenzione ai vincoli della domanda ed all’espansione
del settore dei beni commerciabili rispetto
a quello interno, cercando di non favorire una domanda drogata (“gonfia”).
Problemi difficili che non possono
essere ignorati se si vuole una ripresa robusta. Occorre scegliere il corretto
mix di politiche.

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