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La crescente
differenza tra i redditi da lavoro;
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La crescente
disuguaglianza dei redditi da capitale;
-
E la differente
distribuzione tra redditi di lavoro e di capitale.
In sostanza l’1%
ha ricevuto il 59,9% dei guadagni dal 1979 al 2007, di cui il superiore 0,1% il
36 %. La quota degli incrementi di reddito che sono andati al 90% della
popolazione sono il 8,6% (fonte Mishel e Bivens, 2011).
Una chiave è la
differenza tra crescita della produttività e del reddito dei lavoratori. Fino
al 1970 crescono in tandem, poi si separano. Più precisamente i redditi dei
lavoratori non direttivi crescono tra il 1950 ed il 1070, in venti anni, del
100% (nella stessa misura la produttività); da allora restano fermi mentre la
produttività cresce di un’altra volta e mezzo. Addirittura tra il 1980 ed il
1995 scende leggermente.
Chiaramente la
crescita della produttività, “che è la crescita della produzione di beni e
servizi per ogni ora lavorata, [e] fornisce la base per la crescita del tenore
di vita”. Tuttavia, “l'esperienza della stragrande maggioranza dei lavoratori
negli ultimi decenni è stata che la crescita della produttività fornisce in
realtà solo il potenziale per
aumentare gli standard di vita: la storia recente, soprattutto dal 2000, ha
dimostrato che salari e indennità per la crescita di lavoratore e reddito per
la famiglia tipica sono rimasti tremendamente indietro alla crescita della
produttività veloce della nazione.”
Più precisamente,
la Figura mostra la crescita cumulativa di produttività per ora lavorata del totale
dell'economia (comprensiva del settore privato, governo e settore no-profit)
dal 1948 e lo confronta con la crescita cumulativa, depurata dell’inflazione, del
compenso orario per i lavoratori privati produttivi non addetti alla
supervisione (un gruppo che comprende oltre l’80 % dell’occupazione salariata).
Come abbiamo visto dopo il 1973, la produttività è cresciuta fortemente,
soprattutto dopo il 1995, mentre il compenso del lavoratore tipico era
relativamente stagnante. Questa divergenza di retribuzione e produttività ha
fatto sì che molti lavoratori non hanno tratto alcun beneficio dalla crescita
della produttività — in altre parole l'economia poteva permettersi di pagare di
più, ma non lo ha fatto.
Un altro grafico
fornisce ulteriori dettagli focalizzando il periodo 1973-2011. La prima linea è
l’incremento di produttività (cresciuta del +80%), mentre le altre linee sono
la crescita dei salari orari della popolazione (questa volta includendo i
direttivi), che è pari al +39,2%, quindi quella “mediana” (cioè dell’individuo
posto al centro della distribuzione, dal più povero al più ricco) per le donne
(+33,2%), per tutti (+10%) per i maschi (0,1%).

Inoltre la
maggior parte del poco incremento si è avuto nel periodo 1995-2000.
Inoltre il costo
della vita, nei beni acquistati dai lavoratori di base, è cresciuto più
velocemente dell’incremento dello stipendio, provocando ulteriore danno.

La tabella
descrive le tendenze fondamentali, identificando il contributo di ogni fattore
nei diversi sotto periodi dal 1973 al 2011. In particolare, i periodi scelti
sono i due cicli 1979-89 e 1989-2000. Il primo pannello illustra i tassi di
crescita annuale dello stipendio mediano orario, confrontata con la crescita
della produttività. Il divario tra la crescita della produttività ed i salari è
cresciuto dell’1,3% all’anno. Si vede anche che la produttività accelera dalla
fine degli anni novanta, passando al 2,33% di incremento all’anno.
Dall’analisi si
vede che circa un terzo della differenza che si crea è generata dalla modifica
dei prezzi, circa la metà dalla stagnazione dei salari e il resto dalla
crescita dei redditi da capitale a danno di quelli da lavoro. Più precisamente,
dal 1973 al 2011 il fattore maggiore è la crescente disuguaglianza dei salari, ma
nell’ultimo decennio del periodo (cioè dal 2000) la metà della divergenza
dipende dai redditi da capitale che crescono molto a danno di quelli da lavoro.
In questi dati
si vede come l’1% dei dipendenti e gli altri percettori di reddito nel 10%
superiore sono cresciuti dal 1971 al 2007 del 156%, mentre gli altri del 45%. I
divari si registrano, in termini di crescita percentuale, sia tra il top ed il lavoratore
mediano e sia tra questo e quello più in basso (decimo percentile). Quest’ultimo
divario è stato presente negli anni ottanta, non si è verificato nel decennio
1990-2000 (Clinton governa gli USA dal 1994 al 2001). La disuguaglianza 50/100
(cioè quella tra il salario mediano e quello di fondo) è stata guidata
principalmente dai periodi di disoccupazione e dall’erosione del salario minimo che è
connessa. Invece, per l’autore, la continua crescita del divario tra percettori
alti di reddito (da salario e capitale) e quello medio è dovuta alle politiche
di laissez-faire (atti di omissione di regolazione) tra cui la globalizzazione,
la deregolamentazione, le privatizzazioni, che hanno eroso la sindacalizzazione
e indebolito gli standard di lavoro. Il divario tra i percettori di altissima fascia
— l'1 % — e tutti gli altri percettori, compresi gli altri percettori del 90°
percentile, riflette l'escalation dei compensi dei CEO e degli altri manager e
la crescita di compensazione nel settore finanziario.
Insomma,
la crescita della produttività individua solo il potenziale di crescita degli
standard di vita; mentre negli ultimi quaranta anni questa è cresciuta dell’80%
il salario dell’operaio mediano è cresciuto solo del 10% e solo nel breve
periodo delle amministrazioni Clinton, in questo decennio è cresciuto in tandem
con la produttività (come nel trentennio tra la seconda guerra e l’inizio dei
settanta). La crescita della quota di ricchezza distribuita al lavoro nei
redditi mediani (e cioè non solo ai redditi alti) è, secondo l’autore, “necessaria
per ottenere una robusta crescita senza basarsi su bolle speculative e/o l’aumento
del debito interno”; ma è difficile immaginare come si possa fare ciò senza ripristinare
standard lavorativi decenti, un salario minimo adeguato almeno alla metà della
media salariale attuale (come era negli anni sessanta) e rinforzando la
capacità dei lavoratori di ottenere e praticare la contrattazione collettiva.
Difficile, per me, non essere d’accordo con l’autore; le alternative? Accettare la proposta Krugman-Summers
e alzare l’inflazione e/o introdurre tassi negativi sui depositi
(salvaguardando quelli minori), in modo da costringere i capitali ad impiegarsi
nella produzione. Naturalmente ciò presuppone tutto un altro mondo: controlli
molto più forti agli spostamenti, la reintroduzione della distinzione (Keynes)
tra capitali “caldi” e “freddi” (cioè tra capitali impiegati in modo
speculativo, per realizzare rapidi ritorni tramite impieghi corsari, e capitali
investiti nella produzione), e sarà da molti considerata espropriazione dei “risparmiatori”
(come, detto in inciso, spesso ricorda la Merkel, con riferimento alle timide politiche
espansive della BCE).
Oppure accettare
quella di Spence,
e Rajan,
che propongono sostanzialmente un lento riadattamento dell’economia, nel rapporto
tra settori rivolti alle esportazioni e settori interni (gonfiati dalle bolle).
In altre parole, lo spostamento di sempre più lavoratori da settori interni,
come l’edilizia, a settori rivolti alla esportazione (anche se questi occupano
meno manodopera, e diversamente skillata). Un problema è che tale modello,
apparentemente logico, presuppone in realtà un riequilibrio generale del
sistema degli scambi e fa diventare ancora più urgente la definizione della polemica
USA-Germania sulle esportazioni. Sia Spence
che Rajan
lo hanno scritto con chiarezza nei loro ultimi libri. Naturalmente, poiché tutti
non possono farsi trainare dalle esportazioni (a meno di trovare il modo di
esportare su Marte), il vero nodo strutturale torna ad essere distribuire i
redditi in relazione alla produttività. L’autore ha dunque ragione.
O si trova la
forza politica di ripristinare un equilibrio sostenibile, che renda l’economia
autosufficiente nel sostenere l’occupazione e il reddito dei cittadini (cioè la
“crescita al suo potenziale”), oppure abbiamo le due scelte tra la “secolare
stagnazione” e le “bolle speculative”. Un mondo molto scomodo nel quale stare.

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