Sul
Corriere della Sera di oggi trova spazio un articolo di Alesina e Giavazzi
sulle privatizzazioni. In linea di principio io concordo con loro, rispetto all’innalzamento
ulteriore delle già elevate tasse (tra le più alte in Europa, seconde solo a
quelle Scandinave e vicine a quelle tedesche) e sulla necessità di tenere sotto
controllo il rapporto debito/PIL, in media prospettiva. Ma i nostri dicono
qualcosa di diverso: dicono che è “indispensabile” ridurre il rapporto, per “allontanarlo
da una soglia di guardia che preoccupa gli investitori e ci espone al rischio
che un giorno i mercati possano rifiutare di sottoscrivere i titoli emessi
dallo Stato”.
Se
è “indispensabile” significa che qualsiasi sacrificio va fatto in questo nome.
Dunque i nostri valorosi economisti liberali vedono due strade: o alzare ancora
le tasse ai contribuenti (tramite una patrimoniale molto alta) o vendere i beni
pubblici. La prima strada sembra recentemente sia stata suggerita dal FMI (tramite l’odiosa
pratica del prelievo forzoso, addirittura del 10%), la seconda è
tradizionalmente avversata dalla Ragioneria Generale, perché vendere il patrimonio
indebolisce le garanzie del debito. Il che è ovvio, in quanto il nostro debito
ha due garanzie: le tasse dei cittadini, e dunque la produzione di ricchezza
nel paese e il patrimonio dello Stato (la terza, il potere di emettere moneta è
stato devoluto).
Poiché
ad Alesina e Giavazzi quando scrivono per il grande pubblico piace “vincere
facile”, di queste ritrosie, e dei loro argomenti non del tutto banali, non
fanno parola, e si dilungano invece sulla confutazione dell’obiezione dei disastri
economici delle privatizzazioni. Cioè sulla tesi, spesso evocata, che le
privatizzazioni comportino perdita di aziende italiane, loro dismissione,
distruzione di posti di lavoro, etc… Su questo terreno, con una opportuna
scelta di esempi, riescono in effetti a condurre una buona argomentazione. Le privatizzazioni
non sono necessariamente dannose, possono portare buona cassa (stimata
addirittura in 120 miliardi più 300 di immobili, rispettivamente il 6 ed il 15%
del PIL), ma soprattutto riducono l’impronta dello Stato sull’economia, inoltre aumentando
l’efficienza delle aziende stesse. Non nego che in alcuni casi sia andata così
e che possa anche in altri seguire lo stesso, virtuoso, copione; ma questa
descrizione muove da pesanti pregiudizi ideologici a tal punto evidenti che non
ne farò oggetto di osservazione.
Mi
sembra divertente, invece, sottolineare il modo di argomentare degli autori.
Si
comincia con una denuncia fattuale: il debito continua a crescere, alla fine
dell’anno sarà al 133% sul PIL. Per far capire che cosa ciò significhi (un
altro modo era confrontarlo con gli altri esempi internazionali e storici, ma
questo avrebbe relativizzato il dato e dunque non è stato fatto) i nostri
affermano che negli ultimi dieci anni è cresciuto di trenta punti. È vero. Ma perché
scegliere il periodo di dieci anni (e non venti, trenta o tre, cinque?) come
punto di confronto? Io credo sia perché dieci anni scavalla la crisi del 2008 e
dunque non fa venire il sospetto che il rapporto debito/PIL dipenda dalla crisi
(cioè dalla diminuzione del denominatore).
Vediamo
i dati:
In azzurro il rapporto debito/PIL dal 1861 al 2012, in nero il PIL, in rosso il debito pubblico. Cosa si vede? Diverse cose: 1- negli ultimi dieci anni il rapporto è stato sostanzialmente fermo per i primi cinque ed è esploso dal 2008, nei secondi cinque (precisamente dal 2009, quando fa uno “scalino” al 2012); 2- il PIL è calato nel 2007-8 e poi è rimasto stagnante (ma nel 2012, 13 è calato di nuovo, come sappiamo); 3- il debito ha continuato a salire, guadagnando ca. 300 miliardi dal 2008 (400 dal 2003). Si nota che il rapporto debito/PIl non cresce dal 2003 al 2008, malgrado il debito cresca di 100 miliardi, e questo perché cresce anche il PIL di eguale misura. Poi si potrebbe anche notare che altre tre volte il rapporto debito/PIL è stato su questi livelli (una volta molto più su, dalle parti del 170%): nel 1880-90, nel 1918 (spese di guerra) e nel 1943 (spese di guerra), in tutti questi casi è poi ridisceso in cinque-dieci anni. I momenti di crescita del debito si vedono bene, dal 1965 al 78 con una tendenza costante, poi molto più velocemente dal 1981 al 1993, poi si ferma e resta stabile fino al 2003. Sono gli anni in cui un lieve incremento del PIL determina il guadagno di venti punti di rapporto (scende da 120 a 100%).
Poi
i nostri calano il secondo asso: ci ricordano che spendiamo 85 miliardi all’anno
per gli interessi, il 5,4% del PIL, “nonostante i tassi siano molto bassi”. E
che ne spenderemo quindi fatalmente di più se aumenteranno. Verissimo, ma
vediamo un attimo: il tasso reale è il risultato dei tassi praticati (cioè
della remunerazione del prestito che riconosco agli investitori, soldi
trasferiti dalle tasse alle rendite finanziarie) detratta l’inflazione (che,
infatti, è vista come il fumo negli occhi dagli investitori).
Allora
con un tasso di interesse che è sostanzialmente sul punto basso della serie
storica dal 1960 troviamo, data l’inflazione bassa, un tasso reale che è al
punto più alto (dopo il picco del 92-3 che portò alle manovre lacrime e sangue
di Amato).
Vediamo
come va nel resto del mondo:
Si
può vedere anche qui, nel confronto degli ultimi due anni per i soli paesi
europei.
L’Italia
è al vertice negativo, di circa un punto e mezzo sopra la Germania (su questi
livelli di debito significa 30 miliardi all’anno).
Naturalmente,
dato che si tratta di debito, conterebbe anche sapere chi sono questi “investitori”
che potrebbero scappare:
Come
si vede si tratta ormai al 65% di residenti e per il 50% banche e finanziarie italiane.
Dunque il rischio di fuga dal debito più acuto si corre sul 35% dello stesso.
In
definitiva, anche qui, i nostri tassi non sono così “bassi” e dipendono
fortemente dalle condizioni (in particolare dall’inflazione e dalle regole).
Ma il mio punto è questo:
questo modo di omettere, oltre a mostrare la voglia di “vincere facile”,
illumina quanto l’impostazione tradizione liberista, di cui Alesina e Giavazzi
sono i campioni, ci fa operare con le “mani legate”. Lo spread (cioè il differenziale
tra il tasso tedesco che si abbassa ed il nostro che aumenta, ovviamente legati,
trattandosi di un travaso) cresce solo se la Banca Centrale non opera come in
tutto il resto del mondo, e cioè acquista i titoli non ritirati al prezzo
concordato (cioè programmato). Se si vuole giocare una partita che favorisce
gli “investitori” (essenzialmente istituti di credito ed altro operatori
finanziari), perché di mercato, il prezzo che si paga è non poter fare altro
che tassare o vendere.
Ma
questo prezzo non è necessario, non è urgente, non è utile.
Se
vogliamo vendere le partecipazioni (venderei molto volentieri Alitalia, e forse
ENEL, ma non TERNA) facciamolo almeno per le giuste ragioni, non perché pensiamo
di avere una pistola alla tempia, quando la pallottola la stiamo fornendo noi.




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