Ieri Romano
Prodi, in una intervista per Quotidiano.net ed oggi Evans-Pritchard su The Telegraph
che lo rilancia, si sono espressi in modo particolarmente deciso sulla crisi
della moneta e la necessità che muti rapidamente la rotta. Il politico che più di
ogni altro porta oneri ed (eventuali) onori dell’ingresso dell’Italia nell’Euro
tra i paesi del primo gruppo, attacca frontalmente i tedeschi, accusandoli (sull’onda
dell’attacco del Tesoro americano) di non poter avere un surplus commerciale doppio,
in proporzione a quello cinese, e contemporaneamente crescita debole e
inflazione zero. In queste condizioni si “ruba” solo PIL ai vicini (infatti è
evidente che l’azione degli USA è motivata dal semplice fatto che il 2,5% di
squilibrio della bilancia commerciale europea –determinato in buona misura del
7% di quella tedesca al netto del nostri deficit- sottrae almeno un punto di
PIL all’America e 2,5 ai paesi di convergenza).
Prodi dunque
manifesta pessimismo sulla possibilità di cambiare questa politica distruttiva,
a causa dell’umore dell’opinione pubblica tedesca (“ormai convinta che ogni
stimolo all’economia europea sia un indebito aiuto ai ’pigroni’ del Sud, ai
quali peraltro mi onoro di appartenere”), che resta del tutto “ossessionata
dall’inflazione come gli adolescenti dal sesso”, senza capire che il problema è
esattamente inverso. In queste condizioni non si potrà sperare in una mutazione
sostanziale fino a settembre-ottobre prossimi (dopo il nuovo governo e le
elezioni europee), quando potrebbe essere troppo tardi.
In sostanza Prodi
indica quale unica via di uscita un’alleanza per mettere la politica tedesca alle
strette tra Italia, Francia e Spagna (ca. 6.500 Mld di PIL, contro i 5.000 ca. di
Germania e possibili alleati). Questa è l’unica via di uscita, in quanto questi
paesi “hanno gli stessi identici interessi”, purtroppo vanno ciascuno per conto
suo. Ciò che bisognerebbe fare è modificare l’Accordo di Maastricht che “è
stupido”. Lo è, infatti, “che ci siano i parametri come punto di riferimento. È
stupido che si lascino immutati 20 anni. Il 3% di deficit-Pil ha senso in certi
momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Un accordo presuppone una politica che lo
gestisca e la politica non si fa con le tabelline”. Inoltre bisognerebbe,
per Prodi, “escludere temporaneamente dal computo del deficit i 51 miliardi
versati dall’Italia alla solidarietà europea e usare quelle risorse per
investimenti pubblici straordinari”.
Del resto l’alternativa,
dato che questa politica è per noi insostenibile come si è visto negli ultimi
anni, è che l’Euro si spacchi in due monete, del sud e del nord. In questo
caso, come ricorda Prodi “il loro tasso di cambio andrebbe a 2 e oltre e non
venderebbero più una sola Mercedes in Europa”, in queste condizioni avremmo un
potenziale alleato dentro la stessa Germania, “gli industriali tedeschi lo
sanno, ma tutto quel che riescono ad ottenere è solo una politica di piccoli
aggiustamenti, piccole solidarietà, il che non basta per uscire dalla crisi”.
A questa dura
posizione Evans- Pritchard aggiunge alcune interessanti valutazioni, fatte da
un osservatore esterno: la sua impressione è che la situazione stia evolvendo
velocemente (“The plot is thickening fast in Italy”) e che potrebbe andare
fuori controllo. L’idea tedesca che se non “si tengono i piedi sul fuoco” ai
latini si rimetteranno a giocherellare con il debito, è il nocciolo della
questione. Anche la BCE è, in questo contesto, uno strumento di pressione per
conseguire risultati politici. La stessa FED di Richmond, all’inizio del 2013,
scrisse che la BCE “deve smettere di usare la politica monetaria per conseguire
cambiamenti strutturali”.
Mi vorrei
soffermare un attimo su questo punto: la Banca Centrale Europea è un istituto
privato di autogoverno che svolge funzioni pubbliche di regolazione del sistema
finanziario ed ha una governance pubblica senza legittimazione democratica
diretta (il Board è indicato dalle banche centrali nazionali ed il Presidente
nominato dai governi); fare pressioni, tramite la politica monetaria, per
obbligare Stati Sovrani democratici ad attuare specifiche politiche economiche
e del mondo del lavoro (i “cambiamenti strutturali” in questione sono, maggiore
flessibilità in uscita ed entrata nel mondo del lavoro e riduzione dei salari,
riduzione delle altre forme di regolazione, liberalizzazione dei servizi pubblici
locali, privatizzazioni e via continuando) è al limite dell’attentato alle
costituzioni locali. Si tratta di una
pratica assolutamente illegittima.
Tra l’altro, come
ricorda Evans-Pritchard, “l’Italia è un santo fiscale, l’unico grande paese nel
mondo industriale che è stato capace di avere un bilancio primario vicino all’equilibrio
per sette anni ed un avanzo primario che raggiunge il 2,5% quest’anno”;
malgrado ciò la traiettoria del debito continua ad impennarsi. Si tratta
chiaramente dell’”effetto denominatore”, la trappola debito-deflazione che era
stata già descritto da Irving Fisher nel 1933. Questa trappola è generata dallo
stupido trattato di Maastricht, come si è visto, e dallo “stupidissimo” trattato
del Fiscal Compact, che condannerà l’Europa a venti anni di deflazione cronica
e depressione.
Se questa
previsione di Evans-Pritchard fosse corretta (infatti la politica monetaria
espansiva, che potrebbe controbilanciare, è bloccata dalla “trappola della
liquidità”) avremmo solo due strade: o affrontare il disastro dell’Euro, poi
dell’Unione Europea e forse anche della democrazia (come è già successo negli
anni venti); o svegliare il gigante tedesco dal suo sogno, prendendo il
controllo delle istituzioni europee.
Dettando la
politica necessaria “con un coltello molto affilato tenuto alla gola del bullo
tedesco Wolfgagn Schauble”.
Infatti Francia,
Italia e Spagna hanno i voti di maggioranza nel Consiglio dei Ministri dell’UE,
la maggioranza in Consiglio Direttivo della BCE, e sugli organismi della BEI. “Essi
hanno i trattati EU, l’autorità economica e la giustizia naturale dalla loro
parte. Possono e devono utilizzare il loro potere politico combinato per
imporre una strategia fiscale rovesciata e di reflazione dell’UE, di Abenomics
per l’Europa”.
Converrebbe
anche alla Germania. Ma se non vuole la porta di uscita è disponibile, “può
lasciare l’Euro (e distruggere parte del suo sistema bancario nel processo)”.
La leadership di
questa battaglia, ritiene Evans-Prithchard deve venire dalla Francia, che è
ancora il “grande e generoso cuore dell’Europa”, probabilmente la crisi incipiente
della disoccupazione anche a casa loro li costringerà presto a questo.
Altrimenti la
generazione politica che si intesterà questo disastro prenderà di diritto il
suo posto a fianco di quella degli anni venti nel girone degli ignavi e
vigliacchi.
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