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martedì 5 novembre 2013

Rimbalzi: Romano Prodi e Ambrose Evans-Pritchard sull’Euro e la Germania


Ieri Romano Prodi, in una intervista per Quotidiano.net ed oggi Evans-Pritchard su The Telegraph che lo rilancia, si sono espressi in modo particolarmente deciso sulla crisi della moneta e la necessità che muti rapidamente la rotta. Il politico che più di ogni altro porta oneri ed (eventuali) onori dell’ingresso dell’Italia nell’Euro tra i paesi del primo gruppo, attacca frontalmente i tedeschi, accusandoli (sull’onda dell’attacco del Tesoro americano) di non poter avere un surplus commerciale doppio, in proporzione a quello cinese, e contemporaneamente crescita debole e inflazione zero. In queste condizioni si “ruba” solo PIL ai vicini (infatti è evidente che l’azione degli USA è motivata dal semplice fatto che il 2,5% di squilibrio della bilancia commerciale europea –determinato in buona misura del 7% di quella tedesca al netto del nostri deficit- sottrae almeno un punto di PIL all’America e 2,5 ai paesi di convergenza).
Prodi dunque manifesta pessimismo sulla possibilità di cambiare questa politica distruttiva, a causa dell’umore dell’opinione pubblica tedesca (“ormai convinta che ogni stimolo all’economia europea sia un indebito aiuto ai ’pigroni’ del Sud, ai quali peraltro mi onoro di appartenere”), che resta del tutto “ossessionata dall’inflazione come gli adolescenti dal sesso”, senza capire che il problema è esattamente inverso. In queste condizioni non si potrà sperare in una mutazione sostanziale fino a settembre-ottobre prossimi (dopo il nuovo governo e le elezioni europee), quando potrebbe essere troppo tardi.  
In sostanza Prodi indica quale unica via di uscita un’alleanza per mettere la politica tedesca alle strette tra Italia, Francia e Spagna (ca. 6.500 Mld di PIL, contro i 5.000 ca. di Germania e possibili alleati). Questa è l’unica via di uscita, in quanto questi paesi “hanno gli stessi identici interessi”, purtroppo vanno ciascuno per conto suo. Ciò che bisognerebbe fare è modificare l’Accordo di Maastricht che “è stupido”. Lo è, infatti, “che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni. Il 3% di deficit-Pil ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Un accordo presuppone una politica che lo gestisca e la politica non si fa con le tabelline”. Inoltre bisognerebbe, per Prodi, “escludere temporaneamente dal computo del deficit i 51 miliardi versati dall’Italia alla solidarietà europea e usare quelle risorse per investimenti pubblici straordinari”.

Del resto l’alternativa, dato che questa politica è per noi insostenibile come si è visto negli ultimi anni, è che l’Euro si spacchi in due monete, del sud e del nord. In questo caso, come ricorda Prodi “il loro tasso di cambio andrebbe a 2 e oltre e non venderebbero più una sola Mercedes in Europa”, in queste condizioni avremmo un potenziale alleato dentro la stessa Germania, “gli industriali tedeschi lo sanno, ma tutto quel che riescono ad ottenere è solo una politica di piccoli aggiustamenti, piccole solidarietà, il che non basta per uscire dalla crisi”.
 

A questa dura posizione Evans- Pritchard aggiunge alcune interessanti valutazioni, fatte da un osservatore esterno: la sua impressione è che la situazione stia evolvendo velocemente (“The plot is thickening fast in Italy”) e che potrebbe andare fuori controllo. L’idea tedesca che se non “si tengono i piedi sul fuoco” ai latini si rimetteranno a giocherellare con il debito, è il nocciolo della questione. Anche la BCE è, in questo contesto, uno strumento di pressione per conseguire risultati politici. La stessa FED di Richmond, all’inizio del 2013, scrisse che la BCE “deve smettere di usare la politica monetaria per conseguire cambiamenti strutturali”.

Mi vorrei soffermare un attimo su questo punto: la Banca Centrale Europea è un istituto privato di autogoverno che svolge funzioni pubbliche di regolazione del sistema finanziario ed ha una governance pubblica senza legittimazione democratica diretta (il Board è indicato dalle banche centrali nazionali ed il Presidente nominato dai governi); fare pressioni, tramite la politica monetaria, per obbligare Stati Sovrani democratici ad attuare specifiche politiche economiche e del mondo del lavoro (i “cambiamenti strutturali” in questione sono, maggiore flessibilità in uscita ed entrata nel mondo del lavoro e riduzione dei salari, riduzione delle altre forme di regolazione, liberalizzazione dei servizi pubblici locali, privatizzazioni e via continuando) è al limite dell’attentato alle costituzioni locali. Si tratta di una pratica assolutamente illegittima.

Tra l’altro, come ricorda Evans-Pritchard, “l’Italia è un santo fiscale, l’unico grande paese nel mondo industriale che è stato capace di avere un bilancio primario vicino all’equilibrio per sette anni ed un avanzo primario che raggiunge il 2,5% quest’anno”; malgrado ciò la traiettoria del debito continua ad impennarsi. Si tratta chiaramente dell’”effetto denominatore”, la trappola debito-deflazione che era stata già descritto da Irving Fisher nel 1933. Questa trappola è generata dallo stupido trattato di Maastricht, come si è visto, e dallo “stupidissimo” trattato del Fiscal Compact, che condannerà l’Europa a venti anni di deflazione cronica e depressione.
 

Se questa previsione di Evans-Pritchard fosse corretta (infatti la politica monetaria espansiva, che potrebbe controbilanciare, è bloccata dalla “trappola della liquidità”) avremmo solo due strade: o affrontare il disastro dell’Euro, poi dell’Unione Europea e forse anche della democrazia (come è già successo negli anni venti); o svegliare il gigante tedesco dal suo sogno, prendendo il controllo delle istituzioni europee.
Dettando la politica necessaria “con un coltello molto affilato tenuto alla gola del bullo tedesco Wolfgagn Schauble”.
 

Infatti Francia, Italia e Spagna hanno i voti di maggioranza nel Consiglio dei Ministri dell’UE, la maggioranza in Consiglio Direttivo della BCE, e sugli organismi della BEI. “Essi hanno i trattati EU, l’autorità economica e la giustizia naturale dalla loro parte. Possono e devono utilizzare il loro potere politico combinato per imporre una strategia fiscale rovesciata e di reflazione dell’UE, di Abenomics per l’Europa”.  
Converrebbe anche alla Germania. Ma se non vuole la porta di uscita è disponibile, “può lasciare l’Euro (e distruggere parte del suo sistema bancario nel processo)”. 
 

La leadership di questa battaglia, ritiene Evans-Prithchard deve venire dalla Francia, che è ancora il “grande e generoso cuore dell’Europa”, probabilmente la crisi incipiente della disoccupazione anche a casa loro li costringerà presto a questo.  

Altrimenti la generazione politica che si intesterà questo disastro prenderà di diritto il suo posto a fianco di quella degli anni venti nel girone degli ignavi e vigliacchi.

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