Pur non, con ciò,
condividendo l’intero magistero di Papa Bergoglio, appare significativo a chi
scrive la decisione e la forza del testo
che rappresenta il secondo atto ufficiale del pontificato; già all’incipit del
testo (2), Francesco richiama quello che, in linea con un'antica ed illustre
tradizione nel magistero plurisecolare della Chiesa, identifica come “il grande
rischio del mondo attuale” e tratta della “molteplice ed opprimente” offerta di
consumo. Cioè per Francesco il fatto che l’uomo contemporaneo sia esposto ad
un'offerta abbondante e multiforme,
sempre diversa ed apparentemente senza limiti, di occasioni e beni da consumare,
genera una “tristezza individualista” che scaturisce a sua volta da un cuore
reso –proprio dalla sovrabbondanza dell’offerta- “comodo ed avaro”. Dedito alla
“ricerca malata di piaceri superficiali”, ed esprime una “coscienza isolata”.
Questa
“coscienza” genera una vita interiore “chiusa nei propri interessi” ed
impedisce di avere spazio per gli altri, in particolare per i poveri. “Non
palpita l’entusiasmo di fare il bene”.
Questo “grande
rischio”, che il papa qualifica come “certo e permanente”, trasforma chi
ci “cade” in persone “risentite, scontente, senza vita”. Infatti, la scelta di
affidarsi ai consumi per qualificare la propria esistenza non determina una
“vita degna e piena”. Non consente di raggiungere una “pienezza” dell'esistenza, che sia anche “degna”.
Da questo
notevole incipit si può giungere a leggere (51) il passaggio che introduce la
lettura del momento presente, quello che più da vicino ci interessa. Per
Bergoglio il momento è “grave”, “alcune
realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi
di disumanizzazione da cui è poi difficile tornare indietro”. Specificatamente,
(52) “l’umanità vive in questo momento una svolta storica”. Questa svolta ha
due aspetti opposti: progressi in diversi campi che vanno lodati in quanto e
nella misura in cui contribuiscono al benessere delle persone, “per esempio
nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione”. Ma, insieme, la
“maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo” sono costretti a
vivere “una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste”.
Dunque è la
precarietà che genera le conseguenze peggiori. Infatti, a causa di essa “bisogna
lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità”. Non è sempre stato
così, è un cambiamento. Un “cambiamento epocale” che è stato causato dai “balzi
enormi”, “per qualità, quantità, velocità e accumulazione”, che si verificano “nel
progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide
applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita”. L’analisi è quindi
che il cambiamento, nei suoi aspetti positivi, ma anche in quelli negativi, è
in ultima analisi provocato dall’innovazione tecnica e scientifica.
Siamo, infatti, “nell’era
della conoscenza e dell’informazione”, che è “fonte” di “nuove forme di un
potere molto spesso anonimo”.
Oltre questa
analisi, per certi versi sorprendente, sicuramente decisa, al successivo capoverso
(54) il testo papale porta l’attacco centrale: ricorda, infatti, che in questo
grave e pericoloso contesto –che potrebbe portare alla “disumanizzazione”, ed
allontanare l’uomo da una vita “degna”- “alcuni ancora difendono le teorie
della <ricaduta favorevole> (trickle down)”. Quella teoria, propria di
alcune versioni estremiste del liberismo, che presuppone la capacità di “ogni
crescita economica, favorita dal libero mercato” di produrre “di per sé” una maggiore equità e
inclusione sociale nel mondo.
Secondo il Papa,
“questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia
grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e
nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. In altre parole,
il potere economico (che è “molto spesso anonimo”), non è azionato da volontà
di bene e non esprime meccanismi (o non è espresso da essi) capaci di generare
il bene.
Al contrario,
questi meccanismi generano “esclusi”; non producono equità ed inclusione, ma il
suo opposto.
Per Papa
Francesco si può dire di più: è “per poter sostenere uno stile di vita che
esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico”, che
“si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza”. In conseguenza di
questa tendenza globale “diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al
grido di dolore degli altri”, e non ci interessa curarci di loro, “come se
tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete”. La tesi è
dunque che proprio questa “cultura del benessere ... ci anestetizza”, ci fa
perdere il senso delle cose. (55) questa cosa succede perché abbiamo una
relazione sbagliata con il denaro. “Accettiamo pacificamente il suo predomino
su di noi e sulle nostre società”.
All’origine della
crisi finanziaria ci sarebbe, dunque, una “profonda crisi antropologica: la
negazione del primato dell’essere umano”. In favore del “feticismo del denaro”
e della dittatura di una “economia senza volto e senza uno scopo veramente
umano”. In sostanza l’essere umano è ridotto ad uno solo dei suoi bisogni: il
consumo.
Rispetto a
questa critica, sostanzialmente tradizionale, Bergoglio (56),
nell’approfondirla, riprende il tema dell'ineguaglianza in questo modo: “mentre
i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si
collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice”. Si
tratta di un semplice fatto, come tante analisi quantitative mostrano, dunque
andando più in profondità si può dire che questo squilibrio dipende e “procede
da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione
finanziaria”. Ideologie che “negano il diritto di controllo degli Stati,
incaricati di vigilare per la tutela del bene comune”.
Quando questo
avviene, si instaura una nuova “tirannia invisibile, a volte virtuale”, che
impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. “Inoltre,
il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili
della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto”.
A tutto ciò si
aggiunge una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno
assunto dimensioni mondiali. Inoltre in questo sistema, “che tende a fagocitare
tutto al fine di accrescere i benefici”, qualunque cosa che sia fragile, come
l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta.
La conseguenza è
che “non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o
di intelligence che possano assicurare illimitatamente la
tranquillità”. Ciò accade “perché il sistema sociale ed economico è ingiusto
alla radice”.
Anche l’ingiustizia,
infatti, “tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente
le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa
apparire”. L’avvertimento che il Papa lascia è che “un male annidato nelle
strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di
morte”.
In queste
condizioni non ci possiamo attendere un futuro migliore.
Nessun commento:
Posta un commento