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mercoledì 27 novembre 2013

Circa l’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco

 
Pur non, con ciò, condividendo l’intero magistero di Papa Bergoglio, appare significativo a chi scrive la decisione e la forza del testo che rappresenta il secondo atto ufficiale del pontificato; già all’incipit del testo (2), Francesco richiama quello che, in linea con un'antica ed illustre tradizione nel magistero plurisecolare della Chiesa, identifica come “il grande rischio del mondo attuale” e tratta della “molteplice ed opprimente” offerta di consumo. Cioè per Francesco il fatto che l’uomo contemporaneo sia esposto ad un'offerta abbondante  e multiforme, sempre diversa ed apparentemente senza limiti, di occasioni e beni da consumare, genera una “tristezza individualista” che scaturisce a sua volta da un cuore reso –proprio dalla sovrabbondanza dell’offerta- “comodo ed avaro”. Dedito alla “ricerca malata di piaceri superficiali”, ed esprime una “coscienza isolata”.
Questa “coscienza” genera una vita interiore “chiusa nei propri interessi” ed impedisce di avere spazio per gli altri, in particolare per i poveri. “Non palpita l’entusiasmo di fare il bene”.  

Questo “grande rischio”, che il papa qualifica come “certo e permanente”, trasforma chi ci “cade” in persone “risentite, scontente, senza vita”. Infatti, la scelta di affidarsi ai consumi per qualificare la propria esistenza non determina una “vita degna e piena”. Non consente di raggiungere una “pienezza” dell'esistenza, che sia anche “degna”.  

Da questo notevole incipit si può giungere a leggere (51) il passaggio che introduce la lettura del momento presente, quello che più da vicino ci interessa. Per Bergoglio il momento è “grave”,  “alcune realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi di disumanizzazione da cui è poi difficile tornare indietro”. Specificatamente, (52) “l’umanità vive in questo momento una svolta storica”. Questa svolta ha due aspetti opposti: progressi in diversi campi che vanno lodati in quanto e nella misura in cui contribuiscono al benessere delle persone, “per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione”. Ma, insieme, la “maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo” sono costretti a vivere “una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste”.
Dunque è la precarietà che genera le conseguenze peggiori. Infatti, a causa di essa “bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità”. Non è sempre stato così, è un cambiamento. Un “cambiamento epocale” che è stato causato dai “balzi enormi”, “per qualità, quantità, velocità e accumulazione”, che si verificano “nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita”. L’analisi è quindi che il cambiamento, nei suoi aspetti positivi, ma anche in quelli negativi, è in ultima analisi provocato dall’innovazione tecnica e scientifica.
Siamo, infatti, “nell’era della conoscenza e dell’informazione”, che è “fonte” di “nuove forme di un potere molto spesso anonimo”.  

Oltre questa analisi, per certi versi sorprendente, sicuramente decisa, al successivo capoverso (54) il testo papale porta l’attacco centrale: ricorda, infatti, che in questo grave e pericoloso contesto –che potrebbe portare alla “disumanizzazione”, ed allontanare l’uomo da una vita “degna”- “alcuni ancora difendono le teorie della <ricaduta favorevole> (trickle down)”. Quella teoria, propria di alcune versioni estremiste del liberismo, che presuppone la capacità di “ogni crescita economica, favorita dal libero mercato” di produrre “di per sé” una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo.

Secondo il Papa, “questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. In altre parole, il potere economico (che è “molto spesso anonimo”), non è azionato da volontà di bene e non esprime meccanismi (o non è espresso da essi) capaci di generare il bene.  

Al contrario, questi meccanismi generano “esclusi”; non producono equità ed inclusione, ma il suo opposto.  

Per Papa Francesco si può dire di più: è “per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico”, che “si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza”. In conseguenza di questa tendenza globale “diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri”, e non ci interessa curarci di loro, “come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete”. La tesi è dunque che proprio questa “cultura del benessere ... ci anestetizza”, ci fa perdere il senso delle cose. (55) questa cosa succede perché abbiamo una relazione sbagliata con il denaro. “Accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società”.  

All’origine della crisi finanziaria ci sarebbe, dunque, una “profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano”. In favore del “feticismo del denaro” e della dittatura di una “economia senza volto e senza uno scopo veramente umano”. In sostanza l’essere umano è ridotto ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo 

Rispetto a questa critica, sostanzialmente tradizionale, Bergoglio (56), nell’approfondirla, riprende il tema dell'ineguaglianza in questo modo: “mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice”. Si tratta di un semplice fatto, come tante analisi quantitative mostrano, dunque andando più in profondità si può dire che questo squilibrio dipende e “procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria”. Ideologie che “negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune”.  

Quando questo avviene, si instaura una nuova “tirannia invisibile, a volte virtuale”, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. “Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto”.  
A tutto ciò si aggiunge una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali. Inoltre in questo sistema, “che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici”, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta. 

La conseguenza è che “non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità”. Ciò accade “perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice”.  

Anche l’ingiustizia, infatti, “tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire”. L’avvertimento che il Papa lascia è che “un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte”.  

In queste condizioni non ci possiamo attendere un futuro migliore.
 

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