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mercoledì 20 novembre 2013

Circa Massimo Cacciari, “Dove vai se il partito non ce l’hai?”

Su L’Espresso del 21 novembre 2013, è presente un breve intervento di Massimo Cacciari nella rubrica “Parole nel Vuoto”; in esso il filosofo italiano esprime un ragionamento politico la cui parte che mi sembra rimarchevole è all’inizio. Cacciari ci descrive un paesaggio politico nel quale da una parte c’è un partito carismatico incapace di rinnovare la leadership, e dall’altra un pretendente capo carismatico che non ha un partito. Ha, in effetti, solo una classe dirigente incapace di trovare qualsiasi convergenza e dedita a distruggersi a vicenda. Questo è ciò che ha lasciato sul campo la “de-costruzione della forma-partito nel corso degli ultimi trenta anni”, questi “brandelli di organizzazione”.
Fin qui i fatti, a questo punto Cacciari fa una domanda: “è bene così? È il partito stesso una rovina otto-novecentesca?”
In effetti molti lo dicono e quasi tutti lo danno per scontato. Ma se si risponde , bisogna proseguire con un’altra domanda: “che forma potrà assumere l’azione politica laddove l’organizzazione venga definitivamente sostituita da apparati pubblicitario-elettorali a sostegno del leader-candidato e la competizione programmatica da talk show, blog e twitter?” 

Mi pare una domanda ben posta. La tendenza degli ultimi trenta anni, connessa abbastanza strettamente (forse come due amici che fanno la stessa strada o forse come una carovana dove uno guida) con il decentramento del lavoro nelle grandi organizzazioni e con la frammentazione che ne è derivata, con la perdita di rappresentazione e senso, con la conseguente dislocazione della rappresentanza e della sovranità stessa. Questi slittamenti hanno portato alla creazione e proliferazione di sfere autonome, per lo più sovranazionali, e di organizzazioni non responsabili, che si confrontano in luoghi e tempi “opachi” con poteri e dinamiche che sfuggono completamente alla presa dello Stato-Nazione (spesso anche alle organizzazioni sovranazionali, ai “Club di Stati” che faticosamente, e sempre in modo affannosamente reattivo, sono stati affastellati negli ultimi decenni). In questo contesto ciò che manca è il progetto e la prospettiva.
Dunque la soluzione è aggirare questi nodi e gestire la scena, spettacolarizzandola. Nell’esercizio di questa antica intelligenza del potere, non è ormai necessario avere un popolo organizzato, ma basta occupare i media che consentono di raggiungere ognuno, nel chiuso della sua stanzetta.

C’è un problema. E Cacciari lo identifica secondo me in modo chiaro: “se i partiti spariscono, cessino i nostri carismatici di suonare le trombe della <<politica al comando>>, della politica che deve governare economia e finanza, riformare l’Europa dei banchieri, e via popolareggiando”. Se non ci sono più “forze politiche organizzate su scala anche sovra-nazionale, dotate al proprio interno di professionalità e competenze, capaci di perseguire strategie ben oltre la scadenza elettorale”, nessuno può ambire realmente a produrre norme efficaci nel mercato globale. Non potrebbe essere più giusto.
Infatti “nulla è più patetico di leader solitari e non-partiti che predicano contro le sue ingiustizie in nome delle patrie sovranità”.  

Qui mi sembra che si possano aggiungere solo due riflessioni, o meglio esplicazioni:
-          Il leader solitario così ben descritto produrrà comunque questa retorica, perché è parte del suo necessario marketing politico, ma facendo riferimento ad un popolo indistinto, evitando di tematizzare linee di fratture e contrapposizione di interesse, cercando di tenere insieme quanti più frammenti possibile (in una logica “da collezionista ignorante”) fatalmente scivolerà nella rubrica “populista” (essendo questa la definizione del termine);
-          L’assenza di struttura è consustanziale alla rinuncia al progetto. Si tratta di un altro “compagno di strada”. Quel che, in effetti, funziona è un sistema-mondo nel quale alla frammentazione e decentramento di potere che ho prima descritto si accompagna una rinuncia al governo democratico. Si accompagna l’idea, molto chiara in molti, che non sia più necessario (forse che non lo sia mai stato) governare democraticamente nulla. Perché il sistema economico e sociale si autogoverna e trova un suo equilibrio generale che è per definizione ottimale. La democrazia popolare è, in altre parole, solo pressione impropria e può solo far male. Si tratta quindi di una tentazione da tenere sotto controllo.

Allora, o si pensa questo, e la de-costruzione della forma partito ne è conseguenza logica; come la spettacolarizzazione della leadership e lo scavalcamento dei luoghi di discussione strutturati e permanenti.

Oppure si pensa che la partita non sia chiusa, che la storia continui, e che ad una forza occorra opporre altra forza. In questo caso solo la mobilitazione delle energie e dei saperi della società possono avviare la costruzione di un progetto. La ricostruzione di un senso della politica.
Ma in questo caso qualche forma-partito conserva la sua utilità (naturalmente in forma diversa e più aperta). 

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