Su L’Espresso
del 21 novembre 2013, è presente un breve
intervento di Massimo Cacciari nella rubrica “Parole nel Vuoto”; in esso il
filosofo italiano esprime un ragionamento politico la cui parte che mi sembra
rimarchevole è all’inizio. Cacciari ci descrive un paesaggio politico nel quale
da una parte c’è un partito carismatico incapace di rinnovare la leadership, e
dall’altra un pretendente capo carismatico che non ha un partito. Ha, in
effetti, solo una classe dirigente incapace di trovare qualsiasi convergenza e
dedita a distruggersi a vicenda. Questo è ciò che ha lasciato sul campo la “de-costruzione
della forma-partito nel corso degli ultimi trenta anni”, questi “brandelli di
organizzazione”.
Fin qui i fatti,
a questo punto Cacciari fa una domanda: “è bene così? È il partito stesso una
rovina otto-novecentesca?”
In effetti molti
lo dicono e quasi tutti lo danno per scontato. Ma se si risponde sì, bisogna proseguire con un’altra
domanda: “che forma potrà assumere l’azione politica laddove l’organizzazione venga
definitivamente sostituita da apparati pubblicitario-elettorali a sostegno del
leader-candidato e la competizione programmatica da talk show, blog e twitter?”
Mi pare una domanda ben posta. La tendenza degli ultimi trenta anni, connessa
abbastanza strettamente (forse come due amici che fanno la stessa strada o
forse come una carovana dove uno guida) con il decentramento del lavoro nelle
grandi organizzazioni e con la frammentazione che ne è derivata, con la perdita
di rappresentazione e senso, con la conseguente dislocazione della
rappresentanza e della sovranità stessa. Questi slittamenti hanno portato alla
creazione e proliferazione di sfere autonome, per lo più sovranazionali, e di
organizzazioni non responsabili, che si confrontano in luoghi e tempi “opachi”
con poteri e dinamiche che sfuggono completamente alla presa dello
Stato-Nazione (spesso anche alle organizzazioni sovranazionali, ai “Club di
Stati” che faticosamente, e sempre in modo affannosamente reattivo, sono stati
affastellati negli ultimi decenni). In questo contesto ciò che manca è il
progetto e la prospettiva.
Dunque la
soluzione è aggirare questi nodi e gestire la scena, spettacolarizzandola. Nell’esercizio
di questa antica intelligenza del potere, non è ormai necessario avere un
popolo organizzato, ma basta occupare i media che consentono di raggiungere
ognuno, nel chiuso della sua stanzetta.
C’è un problema.
E Cacciari lo identifica secondo me in modo chiaro: “se i partiti spariscono,
cessino i nostri carismatici di suonare le trombe della <<politica al
comando>>, della politica che deve governare economia e finanza,
riformare l’Europa dei banchieri, e via popolareggiando”. Se non ci sono più “forze
politiche organizzate su scala anche sovra-nazionale, dotate al proprio interno
di professionalità e competenze, capaci di perseguire strategie ben oltre la
scadenza elettorale”, nessuno può ambire realmente a produrre norme efficaci
nel mercato globale. Non potrebbe essere
più giusto.
Infatti “nulla è
più patetico di leader solitari e non-partiti che predicano contro le sue
ingiustizie in nome delle patrie sovranità”.
Qui mi sembra
che si possano aggiungere solo due riflessioni, o meglio esplicazioni:
-
Il leader
solitario così ben descritto produrrà comunque questa retorica, perché è parte
del suo necessario marketing politico, ma facendo riferimento ad un popolo
indistinto, evitando di tematizzare linee di fratture e contrapposizione di
interesse, cercando di tenere insieme quanti più frammenti possibile (in una
logica “da collezionista ignorante”) fatalmente scivolerà nella rubrica “populista”
(essendo questa la definizione del termine);
-
L’assenza di
struttura è consustanziale alla rinuncia al progetto. Si tratta di un altro “compagno
di strada”. Quel che, in effetti, funziona è un sistema-mondo nel quale alla
frammentazione e decentramento di potere che ho prima descritto si accompagna
una rinuncia al governo democratico. Si accompagna l’idea, molto chiara in
molti, che non sia più necessario (forse che non lo sia mai stato) governare
democraticamente nulla. Perché il sistema economico e sociale si autogoverna e
trova un suo equilibrio generale che è per definizione ottimale. La democrazia
popolare è, in altre parole, solo pressione impropria e può solo far male. Si
tratta quindi di una tentazione da tenere sotto controllo.
Allora, o si
pensa questo, e la de-costruzione della forma partito ne è conseguenza logica;
come la spettacolarizzazione della leadership e lo scavalcamento dei luoghi di
discussione strutturati e permanenti.
Oppure
si pensa che la partita non sia chiusa, che la storia continui, e che ad una
forza occorra opporre altra forza. In questo caso solo la mobilitazione delle
energie e dei saperi della società possono avviare la costruzione di un
progetto. La ricostruzione di un senso della politica.
Ma in questo
caso qualche forma-partito conserva la sua utilità (naturalmente in forma
diversa e più aperta).
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