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martedì 19 novembre 2013

Controversie: Mattew C. Klein, “L'unica scelta è tra bolle e recessioni?”; Marc Faber, “Il capitalismo è alla fine”; Krugman "Implicazioni monetarie e fiscali della stagnazione secolare"


Klein, che è un giovane scrittore e ricercatore del Bloomberg scrive sulla testata un breve pezzo sulla proposta semiseria (o seria?) di Krugman di imporre tassi negativi per costringere la moneta ad impiegarsi in attività produttive.
Questa proposta, che ricorda un titolo di un giornale satirico di qualche anno fa, lascerebbe tutti noi di fronte ad un’alternativa veramente triste: o una lenta crescita (o decrescita) o gli eccessi degli anni delle bolle. L’alternativa, però, esiste, ed è di affrontare il problema sottostante della ineguaglianza e insufficienza di reddito direttamente (e non indirettamente). Larry Summers, ex Segretario del Tesoro USA, lamentava che bisognerebbe avere paura delle politiche di restrizione, il cui scopo è ridurre i prestiti e sgonfiare prezzi ed asset, quindi –di nuovo- della troppa regolazione. Ma questa volta proprio per la ragione che la regolazione impedisce di espandere il credito in modo sconnesso dalla redditività e dalla ragione. Infatti, la ragione e l’aderenza ai fondamentali, oggi come oggi, induce i risparmi a non venire impiegati, ma a “posteggiarsi” al sicuro. Già nel 2002 lo stesso Krugman suggerì di ingegnerizzare una bolla immobiliare per compensare il crollo degli investimenti aziendali (a seguito dello scoppio della bolla dot.com). Una cosa puntualmente attuata da Clinton e Bush e che è alla radice dell’attuale Grande Recessione.  

Dunque si tratta, in fondo, di un vecchio argomento, che non manca di un certo crudo realismo e di pragmatismo. Infatti, malgrado l’eccesso di investimenti negli anni ottanta, novanta e duemila l’economia americana non si è mai surriscaldata. Inoltre, tenendo conto dell’incremento della popolazione, il prodotto interno lordo reale è in realtà cresciuto più lentamente negli ultimi trenta anni di quanto abbia fatto nei trenta dal ‘45 al ’75. Anche gli aumenti dei prezzi per beni e servizi sono, dice Klein, stabili e modesti dal 1980. Gli americani che lavorano nel settore privato nel 2005 di quelli che c’erano nel 2000.
Chiaramente senza bolle tutto sarebbe stato molto più tiepido.  

La spiegazione di questi fatti più semplice è che nel mondo non c’erano abbastanza opportunità di investimento produttivo rispetto all’offerta. Allora le bolle potrebbero essere utili per trasformare comunque una ricchezza, che altrimenti resterebbe “nascosta in obbligazioni governative ed altre attività sicure”, in reddito per chi viene chiamato a lavorare. Ad esempio Rajan in Terremoti finanziari, inclina per questa visione nello spiegare le bolle (è il simmetrico di dire che servono ad allocare in modo inefficiente ricchezza perché gli impieghi efficienti non ci sono in misura sufficiente). La finanza “creativa” svolgerebbe due funzioni, attrarrebbe investimenti e capitali dal resto del mondo (ad esempio dai risparmiatori cinesi e arabi) e impiegarli nella prima cosa che gli capita a tiro. Chiaramente se finanzio un grande centro di turismo di lusso in una località dove ce ne sono già troppi, prima dell’inevitabile fallimento lavoreranno i muratori, le imprese di costruzione, quelle che fanno macchine di cantiere, poi i camerieri (prima di essere licenziati) e via dicendo. 

Per un poco la cosa va avanti. Alla fine ho un altro albergo abbandonato e una spiaggia distrutta, ma tant’è. Il nostro autore ci racconta che questa idea (di riprendere a far girare il punch in un’altra stanza) ha portato di recente “diversi funzionari della FED ad abbracciare l’idea di imporre tassi di interesse reali negativi in modo che la minaccia della confisca della ricchezza (di questo, in effetti, si tratta) costringerà anche il più prudente risparmiatore a consumare una maggiore quota della propria ricchezza sulla prima cosa che trovano (in questo modo stimolando la nascita di qualche nuova bolla).
Chiaramente si tratta di un’analisi profondamente insoddisfacente, la politica monetaria così usata è, secondo Klein, “un corpo contundente” e ragionare per aggregati può essere fuorviante. In realtà solo pochi americani hanno abbastanza risparmi per coprire il costo della pensione e solo un quarto ha risparmi per sostenere sei mesi di spese. La quota di ricchezza in attività liquide delle famiglie degli Stati Uniti è aumentata dal 2007, ma è inferiore al 1985.
Francamente non si vede come si possa stimolare ancora espansione dei consumi senza averne le basi.  

Muovendo da qui (come, ad esempio, fa Stiglitz) la politica migliore dovrebbe essere di garantire dall’inflazione conti di risparmio di piccola entità (dimensionati per i primi cinque decili del reddito, ad esempio) come suggerito da Sandy Randy Waldman, mentre le obbligazioni o atre forme di risparmio finanziario ne resterebbero esposte.
Insieme a questa protezione il Governo dovrebbe redistribuire alle famiglie risorse per rilanciare un’economia indebolita (quel che si potrebbe chiamare “un New Deal redistributivo”). Secondo l’autore questa combinazione di politiche di stimolo e protezione (sembra di capire insieme ad una calibrata inflazione) potrebbe consentire alle persone normali di trascorrere la loro vita attiva senza fare troppo debito e senza temere la confisca dei risparmi attraverso tassi negativi.
 

Viene in questa stessa direzione una recente intervista di Marc Faber (leggendario investitore tedesco) che richiama l’enorme espansione della capitalizzazione del mercato azionario USA (che passa dal 40% del PIL nel 1980, al 100%) mentre il debito passa dal 130% al 300% del PIL, con un debito globale (dati McKinsey) di 200.000 miliardi di $, con un PIL mondiale di ca 71.000 miliardi. Secondo la valutazione del finanziare tedesco, questa situazione “è una polveriera sulla quale siamo seduti”. In una normale economia reale, il ruolo del debito e del mercato finanziario è, infatti, di incanalare il surplus verso investimenti efficienti ed è comunque un ruolo piccolo. In questo contesto il tasso di interesse agirebbe come regolatore.
Ma questo meccanismo può portare anche la formazione di bolle speculative; chiaramente anche esse, se sono piccole, sono utili. Come ricorda Faber aumentano la capacità produttiva e quando scoppiano vanno a vantaggio dei consumatori. Un esempio, le ferrovie negli anni venti, il boom di internet. In questa prospettiva le bolle sono in effetti parte integrante del sistema capitalista, come di recente ha ricordato anche un fresco nobel.
Ma c’è una distinzione cruciale: in una economia “reale” l’importo del credito è limitato, e questo regola la performance economica possibile. Altrimenti l’economia resterebbe guidata dalla liquidità e non dalla produzione di beni e servizi. Ed allora, se il credito è illimitato ed il tasso di interesse distorto da ragioni esterne, ne consegue che il costo del capitale non viene determinato dal mercato ma dalle Banche Centrali. La distorsione agisce in profondità, inibendo i meccanismi naturali (tra cui insolvenze e fallimenti), con conseguenze “potenzialmente molto gravi”. Ne consegue una caccia all’opportunità nella quale vengono sovvenzionate anche tante aziende di qualità inferiore o occasioni sbagliate.  

Naturalmente, Faber ammette che ci sono sempre investimenti buoni, ma anche questi, in condizioni di un’economia guidata dalla liquidità, riducono la loro vantaggiosità relativa, “perché c’è troppo capitale speculativo e debito nel gioco”.
In queste condizioni ciò che è successo è che le banche centrali hanno costantemente alzato la dose; ma come in una malattia, ogni volta il malato ne ha richiesto di più. “Il farmaco porta un temporaneo miglioramento, ma non elimina la causa.” Alla fine l’economia basata sulla liquidità, come un cancro, cresce sempre di più e causerà, come predetto da Karl Marx, il crollo finale, “che porrà le basi stesse della nostra società capitalista nel fuoco”.  

Un avvertimento che potrebbe diventare una profezia che si autoavvera. Soprattutto se il suggerimento di Summers viene ascoltato.

A queste ad altre osservazioni Krugman risponde in un nuovo post che sfuma alquanto i due punti di scandalo della sua proposta (il tasso negativo e la bolla intenzionale) ricordando di aver sempre sostenuto che l'inflazione al 4% sarebbe appropriata nella situazione, e che la teoria di Summers della stagnazione permanente aggiunge solo forza a questa ipotesi di sfondo, e alla ostilità alla politica di austerità. In effetti questa tendenza a ricadere nella "trappola della liquidità", ogni qual volta si allenta la bolla in corso, indica che è all'opera una debolezza strutturale. La causa prossima della crisi è l'eccesso di debito, ma quella remota (o permanente) è in questa condizione.

Entrare nell'ordine di idee che questa condizione non è episodica, ma ha radici profonde, aiuterebbe insomma a fare la cosa giusta (che è alzare l'inflazione e lasciare le politiche di austerità).

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